Rom, quando la periferia non fa distinzione: la storia di Maria e Mirco dal campo alla casa popolare

Parla una famiglia rom assegnataria di una casa popolare

Un quartiere di case popolari a Roma (Immagine di repertorio)

“Il giorno in cui mi hanno chiamato dicendomi che ci avrebbero assegnato una casa popolare, nessuno mi ha creduto. Mi hanno detto: non hai capito bene l’italiano”. Invece era vero. Meno di un mese dopo, nel febbraio scorso, Maria e Mirco hanno ricevuto dal Comune le chiavi di un alloggio pubblico, in uno dei tanti quartieri popolari del V municipio. Lei ha 33 anni, lui 34. Hanno due figlie di 15 e di 11 anni. Sperano di trovare presto un lavoro stabile e che le loro ragazze portino a termine il percorso di studi. Per loro abbiamo però scelto due nomi di fantasia e di non specificare l’indirizzo. Maria e Mirco provengono dal campo rom di via Salviati e vogliamo essere sicuri che questa intervista non rovini la loro serenità.

In realtà, senza le grida neofasciste che arrivano da Casal Bruciato, non ce ne sarebbe bisogno. “Il giorno in cui ci siamo trasferiti i vicini si sono subito presentati e i rapporti sono ancora oggi cordiali. Qualcuno ci ha prestato degli attrezzi per effettuare dei lavori, una signora ci ha chiesto di controllare, ogni tanto, che la madre anziana che abita al piano superiore stia bene”. Normali rapporti di vicinato.

Il ricordo di quel giorno illumina ancora il viso di Maria e Mirco. “Il giorno precedente, al telefono, il funzionario del Comune ci aveva detto di presentarci presso la via indicata entro le dieci del mattino. Il civico ci sarebbe stato comunicato al momento con un’altra telefonata. Un ritardo sarebbe stato interpretato come un rifiuto. La via però è un’indicazione generica. E quella fornita era davvero lunga. Alle 10 in punto eravamo sul posto ma la telefonata è arrivata solo alle 11.45. Abbiamo passato un’ora e mezza a percorrere avanti e indietro la strada e a osservare tutti i passanti, cercando qualcuno con una cartellina o un qualunque segno identificativo che ci permettesse di capire chi erano i funzionari comunali. Passava il tempo e l’ansia cresceva. Pensavamo di aver sbagliato qualcosa e di aver perso per sempre l’occasione di avere una casa. Poi la telefonata per fornirci il civico. Eravamo dalla parte opposta del viale rispetto al punto indicato ma abbiamo corso così tanto che in un minuto eravamo fuori dalla porta”. 

A tre mesi di distanza, l'idea di vivere in una casa vera emoziona ancora. “Devo ancora metabolizzare”, racconta Mirco. Mentre Maria ha vissuto fino a 16 anni in Serbia in una casa con la sua famiglia, Mirco ha sempre abitato in un campo. La madre e i fratelli, ancora oggi, ci vivono. “Sono nato in Serbia per caso, durante un viaggio. Ma sono cresciuto a Roma. La mia famiglia si è stabilita in questa città nel 1967, dopo che l’attività circense del mio bisnonno è stata venduta. Quando ero piccolo, però, nel campo non si stava male come oggi. Aveva dimensioni ridotte, sembrava più un villaggio e noi ragazzi frequentavamo anche l’oratorio. Poi l'accampamento si è allargato. Da qualche anno a questa parte, c’è inoltre il problema dei roghi di rifiuti. Anche dall’interno del campo, come i residenti dei quartieri vicini, sono state avanzate denunce. Anche noi abbiamo passato notti intere, anche d’estate, con le finestre chiuse perché l’aria diventava irrespirabile”. Senza contare i topi attirati dai rifiuti. “Svegliarsi la mattina e avere paura che un topo possa entrare nel luogo in cui abiti è un incubo che non voglio più rivivere”, aggiunge Maria.

I tentativi di affittare un’abitazione a libero mercato non sono mancati. “Tutto dipende dal lavoro”, conferma Mirco. “Mi sono trasferito anche a Trieste, Bologna, Milano. Sempre in appoggio da altri parenti, nel tentativo di trovare un impiego. Ma sui documenti, a fianco della residenza, tra parentesi, la Questura aggiunge la dicitura campo rom. È come un marchio, se avevi qualche possibilità di essere assunto, quando leggono queste due parole le porte si chiudono in pochi secondi. Così ti ritrovi a vivere di lavori in nero, a chiamata, soprattutto nei cantieri edili. Con la paura che in caso di incidente ti devi nascondere”. Il marchio del campo, negli anni, è pesato anche sulle figlie. “Dopo la morte della ragazza cinese (Zhang Yao è morta investita da un treno mentre cercava di recuperare la borsa scippata da due giovani residenti nel campo di via Salviati, ndr), mia figlia non voleva più andare a scuola. Ha raccontato ai compagni di classe che si era trasferita e non voleva più prendere il pulmino con gli altri bambini. Mi ha anche chiesto di dire a tutti che continuava a usarlo solo perché io non avevo la macchina. Quando vivi in un campo i comportamenti di alcuni ricadono su tutti”. 

La prima domanda per una casa popolare Maria e Mirco l’hanno avanzata nel 2012. Poi nel 2016 hanno presentato una richiesta di integrazione. “Un operatore sociale che segue le nostre figlie ci ha consigliato di rivolgerci a Unione Inquilini per controllare la regolarità della domanda presentata. Abbiamo scoperto di non aver indicato diversi elementi che non sapevamo di poter dichiarare e che invece ci avrebbero permesso di salire in graduatoria. L’invalidità di mia figlia, per esempio, e anche i famosi 18 punti di cui tutti parlano dopo i fatti di Casal Bruciato, riconosciuti a chiunque viva in condizioni di forte disagio abitativo, non solo ai rom”.

Al fatto che la casa, prima o poi, sarebbe arrivata, Maria e Mirco non ci pensavano nemmeno più. Poi la chiamata, l’attesa, l’ansia che qualcosa, alla fine, di fronte a una nuova vita ancora tutta da costruire, potesse andare storto. “Adesso speriamo di trovare un lavoro stabile. Per fortuna ho dei fratelli, quando il frigo di uno di noi si svuota ci aiutiamo a vicenda. Per fortuna, negli anni, abbiamo ricevuto l’appoggio di alcuni operatori sociali che ci hanno sostenuto e indirizzato e senza i quali, probabilmente, oggi non saremmo in questa casa”. E poi la nuova vita per le figlie. “La più grande studierà per diventare parrucchiera ed estetista. Speriamo di poterla aiutare ad aprire un’attività tutta sua un giorno”.

Le manifestazioni razziste di Casal Bruciato? “Devo molto a Roma, la cultura della mia famiglia fa parte di me, ma mi sento anche romano. In questi ultimi tempi però qualcosa sembra essere cambiato”, racconta Mirco. “Nelle periferie c’è troppa povertà e troppo disagio. La gente fa fatica, per questo scattano le polemiche. E invece dovremmo essere solo contenti di scambiarci le culture. Ci sono palazzi dove vivono italiani, francesi, bengalesi. Perché non possono viverci anche i rom?”.  

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