Ex penicillina, l'allarme delle associazioni: "No allo sgombero, avrebbe conseguenze gravi"

La richiesta: "Meglio procedere con un’operazione di evacuazione e rialloggiamento"

Non sgomberate l’ex fabbrica della penicillina. Piuttosto, viste le precarie condizioni sociali e sanitarie delle diverse centinaia di persone che vivono all’interno, sarebbe meglio procedere con un’operazione di "evacuazione e rialloggiamento". Suona come un grido di allarme, preoccupato per il “rispetto delle persone e della dignità umana”, la richiesta che si è sollevata oggi dalla rete di associazioni che, da diversi mesi, lavora all’interno del ghetto cresciuto lungo la via Tiburtina, all’altezza di San Basilio prestando assistenza legale, socio-sanitaria e di orientamento al lavoro agli abitanti dell’ex fabbrica. Si tratta di A Buon Diritto, Alterego-Fabbrica dei diritti, Astra 19 a.p.s, Medici per i diritti umani, Women’s International League for Peace and Freedom/Italia, con la collaborazione del fotografo Marco Passaro e di un chimico, il dottor Andrea Turchi.

La premessa da cui partono è cronaca da ormai qualche mese. Il grande scheletro di archeologia industriale di via Tiburtina 1040, al cui interno giacciono abbandonati “macchinari e residui della produzione farmacologica, rifiuti speciali e reattivi chimici”, è in cima alla lista degli sgomberi che il Comitato metropolitano ed il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica vorrebbero effettuare. Con il rischio che la storia si ripeta. Uguale a sgomberi precedenti, senza soluzione, che hanno fatto scivolare le persone “ in condizioni di vita drammatiche ed estremamente precarie”.

Come accaduto nell’ex fabbrica della penicillina. Un ghetto lievitato negli anni anche a causa di altre operazioni di sgombero senza alternative. Lo spiegano le associazioni: “In particolare in seguito alle operazioni condotte l’8 e il 12 giugno 2017 nello stabile occupato di via di Vannina 78 e il 21 marzo 2018 in quello di via di Vannina 76, diverse decine di cittadini allontanati da quelle occupazioni si sono trasferite all’ex fabbrica. Lo stesso è avvenuto successivamente allo sgombero della palazzina di via Costi, il 7 settembre 2018. L’ex fabbrica della penicillina costituisce quindi l’ultimo posto dove i disperati cercano rifugio”.

La maggior parte degli abitanti incontrati, spiegano le associazioni, “sono richiedenti, beneficiari di protezione internazionale o titolari di altri permessi di soggiorno che in molti casi non riescono a rinnovare il proprio titolo di soggiorno a causa di richieste (a nostro avviso illegittime) dell’amministrazione competente, trovandosi quindi in un limbo giuridico senza via di uscita, che causa l’esclusione dall’accesso a servizi fondamentali, quali ad esempio l’iscrizione anagrafica, il Servizio Sanitario Nazionale, o percorsi di formazione (ad es. Programma Garanzia Giovani)”. 

Frequenti “sono altresì i casi di richiedenti protezione i quali, essendo stati destinatari di provvedimenti di revoca delle misure di accoglienza per le ragioni più varie, sono stati costretti per necessità a cercare rifugio nella fabbrica, con conseguente sospensione dell’esame delle proprie richieste da parte delle Commissioni territoriali”. Per quanto riguarda l’integrazione socio-lavorativa, “una pregressa mancanza di percorsi di supporto e orientamento ha fatto sì che la maggior parte delle persone incontrate non disponesse né di curriculum vitae né di iscrizione ai centri per l’impiego”. 

Dal punto di vista sanitario, “sono state incontrate molte persone in condizioni di salute precarie o per le quali è stata individuata una vulnerabilità di natura psicologica. La completa esclusione sociale ed il difficile accesso ai servizi sanitari rendono molto spesso il percorso di presa in carico e cura di difficile attuazione”.

Anche il censimento avviato ad agosto con l’invito da parte del IV municipio agli abitanti a recarsi presso gli uffici per auto censirsi potrebbe non restituire la complessità della realtà che si trova all’interno dell’ex fabbrica. Uno sgombero, concludono le associazioni che spiegano di aver chiesto un incontro al Prefetto e al Comune di Roma senza aver ottenuto risposta, “potrebbe causare delle conseguenze gravi alle persone vulnerabili” o cancellare per quanti sono riusciti a raggiungere “una parziale autonomia economica” ogni possibilità di uscire da una simile situazione. “Chiediamo quindi nuovamente e pubblicamente un incontro con le autorità sopracitate, auspicando che accettino un confronto costruttivo per giungere ad una diversa soluzione”. 

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