Raggi bis, la "Regina" è senza soldati: trovare 300 candidati per le liste M5s sarà una vera impresa

Tra attivisti delusi, gruppi territoriali ridotti all'osso, e fratture interne alla stesse maggioranza, la caccia ai candidati per le elezioni, tra Comune e municipi, è il vero grande rebus 

Virginia Raggi, saluta gli attivisti del M5S che hanno manifestato per lei in Piazza del Campidoglio.Roma, 17 febbraio 2017. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Il nodo candidato, seppur tra malumori e spaccature interne, è stato sciolto. Virginia Raggi ha annunciato la ricandidatura con il M5s alle comunali del 2021 e può contare sul sostegno unanime dei vertici, Grillo in testa. Il capitano da solo però non basta. Serve una squadra. Servono più di 300 nomi da inserire nelle liste elettorali, una per ogni municipio più quella del Consiglio comunale. E tra attivisti delusi e in polemica con la linea Raggi, venti di scissione in corso tra gli stessi consiglieri, municipi persi e quasi impossibili da riconquistare, dove si è tornati alle elezioni a metà mandato senza arrivare neanche al ballottaggio, trovare i candidati sarà tutt'altro che una passeggiata. 

"Sono finiti i tempi in cui in tre ore eravamo capaci di raccogliere 3mila firme a sostegno di una battaglia" ricorda un grillino di lungo corso, non senza nostalgia. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 2016. Quattro anni fa il M5s a Roma faceva rima con promesse e cambiamento. I pentastellati erano all'apice del consenso e la Capitale era il primo fortino da espugnare, simbolo dell'avanzata anti sistema. Il carro, poi risultato vincente, faceva gola a tanti.

C'era Mafia Capitale da condannare, c'erano "quelli di prima" che avevano ridotto Roma al collasso, da combattere e azzerare. C'era la missione anti casta che infiammava gli animi di neofiti della politica che proprio contro il marcio della politica volevano combattere. "Stiamo dipingendo una nuova opera d'arte" esultava Luigi Di Maio al comizio finale pre ballottaggio a Ostia, tra i cartelli sventolanti la scritta "onestà". "Vedrete che i Lanzichenecchi diventeranno Raggichenecchi" tuonava un infervorato Alessandro Di Battista paragonando la vittoria di Raggi al sacco di Roma. Istantanee di un passato lontano, quando trovare adepti era l'ultimo dei problemi. 

Il consenso perso sui municipi 

Il quadro oggi è cambiato parecchio. Virginia Raggi battè lo sfidante di centrosinistra Roberto Giachetti con il 67% dei voti. Uno tsunami. Oggi i sondaggi la danno in netto calo ma ancora prima delle rilevazioni, a far da specchio della graduale erosione del consenso alla sindaca di Roma, ci sono i municipi persi a soli due anni dall'insediamento in Campidoglio. Il III Montesacro e l'VIII Garbatella. Qui, venuta meno la fiducia ai presidenti, si è tornati a votare già nel 2018 e il Movimento non è arrivato neanche al ballottaggio. "Trovare 24 candidati mi sembra difficile - commenta un ex attivista del III - non so proprio dove li pescheranno, la delusione è stata tanta". 

Poi ci sono i parlamentini persi e ancora guidati da un commissario delegato della sindaca. Qui la prova delle urne non c'è stata, ma il dissenso interno è forte e sarà dura raccogliere candidature nel bacino di seguaci storici. Vedi in IV municipio. L'ex presidente della Roberta Della Casa è stata cacciata all'unanimità dai suoi 15 eletti di maggioranza (a loro volta epurati), spinti dagli attivisti "ortodossi" del Movimento che proprio a Virginia Raggi hanno contestato e contestano la mancanza di ascolto e lo scollamento dai territori. "Ecco, è la fine dei nostri valori" è stata l'esclamazione unanime quando sempre Raggi ha ripiazzato Della Casa alla guida del parlamentino come sua delegata ignorando il volere degli eletti.

Tra loro qualcuno ricorda come già nel 2016 chiudere la lista non fu comunque semplice. "Ci toccò mettere qualche parente per riempire i vuoti rimasti. Figuriamoci adesso. Non c'è più nessuno tra epurati, delusi e una rappresentante della sindaca che nessuno riconosce come guida". Già, i nomi "riempi lista" negli elenchi elettorali non sono certo una novità. Se ne trovano in tutte le liste di ogni colore politico. Anche in XIV municipio successe qualcosa del genere quattro anni fa. Addirittura persone inserite all'ultimo che non avevano alcuna intenzione reale di ricoprire il ruolo di consigliere municipale con il M5s e che mai avrebbero immaginato di trovarsi elette, si ritirarono perché già avevano un impiego. Per dire, se già trovare candidati sufficienti non è un'operazione scontata quando hai il vento in poppa, diventa un'impresa titanica se a seguirti sono rimasti in pochi. 

Altro municipio di attivisti delusi o non più tali è l'XI, dove a pesare come un macigno c'è il tradimento dei tradimenti: la scelta di realizzare una discarica a Malagrotta. Per i più una mossa imperdonabile.   

L'attivismo ridotto all'osso

Un disamore montato nel tempo proprio a partire dai territori, e una partecipazione ridotta all'osso. I famosi meet up Amici di Beppe Grillo, definiti come "laboratori di idee e condivisione dei valori del Movimento" nei fatti non esistono più. Già dal 2015 non potevano usare il simbolo se non in presenza di un eletto tra gli iscritti, ma non esistono quasi più intesi come luogo aperto di confronto e discussione tra attivisti. I gruppi territoriali, quelli dei banchetti in piazza tre volte a settimana e delle riunioni appassionate fino a notte fonda, in molti municipi, sono un lontano ricordo.

"È rimasto solo qualche consigliere fedelissimo della presidente" racconta un ex grillino del XII municipio. Qui tra Monteverde e Massimina il gruppo storico si sfaldò quasi subito per forti contrasti con gli eletti che fin da subito, era l'accusa, avevano smesso di confrontarsi con la "base". Idem in V municipio. "Due terzi delle persone hanno abbandonato" ci spiega un ex iscritto. E anche sul meet up cittadino, quello storico romano nato nel 2005, rischia a breve di calare il sipario. "Vista la mancata partecipazione al meetup se ne propone la chiusura, votate" si legge nell'oggetto di un sondaggio sulla piattaforma del meet up di Roma, lanciato da Barbara Spinelli, sua storica organizzatrice lo scorso luglio. La votazione è ancora aperta ma il 62% a oggi si è espresso per la chiusura. 

Resiste un nutrito gruppo di seguaci Cinque Stelle in VII municipio. Una cinquantina circa. Ma, paradosso dei paradossi, appoggiano la presidente del parlamentino Monica Lozzi che proprio di recente ha detto addio al Movimento in aperto scontro con Virginia Raggi. "Il dibattito tra noi è aperto, qualcuno ancora difende la sindaca - raccontano - ma buona parte sostiene Lozzi, perché ha rispettato il programma elettorale e per noi è quello che conta". Certo, si discute e si cerca ancora di capire quale strada prendere nell'immediato futuro, ma con molte più domande che certezze. "Molti sono sempre stati contrari all'alleanza con il Pd per dire, ma anche ad abolire la regola dei due mandati".  

I parlamentari spariti dai territori

Quel che resta della "base" sembra resistere più in opposizione a Raggi che a sostegno. A mancare poi sono i volti dei big romani nei vari quartieri della città. Il M5s nazionale, oggi partito di governo, ha da tempo mollato Roma se non nelle dichiarazioni a mezzo stampa. La Capitale è diventata più una gatta da pelare che una vetrina da sfruttare in chiave di costruzione del consenso. Altro che 2016, quando la sindaca raccolse i frutti di anni di organizzazione territoriale capillare e impeccabile. I parlamentari eletti nel 2013 presidiavano i loro quartieri e i loro bacini di voti.

C'era Paola Taverna in VI municipio, in presidio contro l'ecodistretto a Rocca Cencia progettato (ma mai andato in porto) dalla giunta Marino, in aula del Consiglio per la sfiducia all'allora minisindaco di centrosinistra Marco Scipioni, a Tor Sapienza all'indomani della rivolta dei residenti contro un centro di accoglienza. E ancora c'era Stefano Vignaroli in XII, a fianco dei cittadini contro la discarica di Malagrotta, c'era Roberta Lombardi cresciuta da "portavoce" in III municipio ma dalla presenza trasversale su più territori. Suo fiore all'occhiello, le battaglie a fianco dei cittadini in emergenza abitativa. E c'era Alessandro Di Battista, trascinatore di folle pronto a catturare consensi ai gazebi allestiti sui suoi territori, XIV e XV municipio. Sulle battaglie dei romani mettevano tutti la faccia, oggi è raro vederli a fianco di consiglieri e attivisti nelle assemblee pubbliche un tempo vive e animate. 

Alcuni, vedi la stessa Taverna o il deputato Francesco Silvestri, ora ricoprono il ruolo di "facilitatori" regionali. Figure di raccordo elette su Rousseau, quasi dirigenti di partito che nel caso specifico romano sembrano far da mediatori tra gli attivisti rimasti sui territori e i rappresentanti istituzionali. Vedi in VII municipio con il caso della squadra di grillini pro Lozzi da gestire, o in VIII municipio, dove un gruppetto di superstiti che ancora sporadicamente si riunisce, lamenta da tempo la scarsa trasparenza sul caso che ha coinvolto Monica Montella, consigliera capitolina espulsa a gennaio dal M5s con una mail firmata dal capogruppo, fedelissimo di Raggi, Giuliano Pacetti. 

Le fratture nella maggioranza

Manca la presenza sui territori, manca il terreno fertile dove trovare volti pronti a sostenere Raggi nella campagna elettorale appena partita. E a complicare il quadro ci sono poi le scissioni nella stessa maggioranza capitolina. La scelta di realizzare una discarica a pochi metri dall'ex cava di Malagrotta, oltre alla rabbia degli attivisti, ha spinto a inizio anno un gruppo di consiglieri a scendere in piazza proprio contro la sindaca. Poi lo stadio della Roma, maxi opera pubblica il cui progetto definitivo verrà votato a settembre in Consiglio comunale. Anche qui i dissensi non sono mancati fin dall'inizio e hanno contributo a sfaldare di fatto il gruppo. 

Tensioni continue tra gli eletti emerse con forza anche sul Raggi bis. Ieri le accuse del consigliere Enrico Stefàno, del nucleo originario di grillini all'opposizione nel 2013. "Basta con i vittimismi, in questi anni è mancata una visione di città" ha scritto in un lungo post di sfogo e critica all'operato della sindaca. Parole forti che si aggiungono a chi preferisce non esporsi ma mal digerisce la decisione calata dall'alto, in barba a quel confronto che era tra i principi cardine del Movimento.

Dalla parte di Raggi, che hanno esplicitato un sostegno alla sua ricandidatura, solo nove consiglieri su 26. Dalla parte dei "dissidenti" più o meno dichiarati le consigliere Gemma Guerrini, Simona Ficcardi, Maria Agnese Catini. Gli altri si trincerano nel silenzio. E non è escluso che qualcuno alle prossime elezioni scelga di seguire magari Monica Lozzi, la minisindaca del Tuscolano apprezzata anche fuori dal territorio per aver tenuto fede, è l'opinione di tanti, ai dettami del Movimento. Senza contare chi invece, se la regola del doppio mandato non dovesse subire modifiche, preferirà saltare un giro per una prossima candidatura in parlamento. 

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Insomma, Virginia Raggi è lanciata verso il bis ma sembra fare i conti senza l'oste. Quel che manca a questo punto non è il capitano ma la squadra. E come metterla in piedi, a oggi, è un grande rebus.

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