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Redazione RomaToday

La "manovra Bonaccorsi", quando le primarie ignorano la democrazia

C’è un modo di fare politica che sembra sempre più superato dal presente: è quello della monopolizzazione del potere decisionale, della pretesa di saperne più degli altri perché “addetti alle segrete cose”. Solo che non funziona più. Paolo Masini ha definito le primarie del centrosinistra capitolino una scena peggiore dell’episodio della defenestrazione di Ignazio Marino tramite la dimissione dal notaio dei consiglieri di maggioranza. Probabilmente è una posizione iperbolica, ma a suo suffragio si può dire che i commenti che fioccano sui social, soprattutto sull’”operazione Lorenza Bonaccorsi", sono impietosi.

Il PD di Roma sta riuscendo a far recuperare credito alle posizioni, che invero sembravano un po’ strumentali, delle parti della sinistra della coalizione: fino all’ultimo queste sigle avevano criticato le prove di forza e avevano proposto dei tavoli di coalizione per individuare i candidati presidenti senza passare dalle primarie. Sembrava, come dicevamo, una posizione non del tutto cristallina. Ma certo raccogliere le firme, stampare gli striscioni e aprire la campagna elettorale di Emliano Monteverde a via Merulana, con la giunta in festa e un’aria da sarabanda, per poi farlo ritirare in favore di un nome nazionale e descrivere il tutto come “fatto politico di primo livello”, ha un sapore un po' aspro.

C’è da essere contenti, intanto, per le posizioni al vetriolo che tanti cittadini e militanti di centrosinistra stanno lasciando in calce ai profili Facebook dei dirigenti del centrosinistra. Senza entrare nel merito, che non ci compete, la piccola rivolta social contro l’operazione di vertice dimostra che la base ha maturità e voglia di essere coinvolta in un processo partecipativo credibile, poroso e che distribuisca le cariche e le candidature sulla base del consenso meritato nell’azione a favore del territorio. Monteverde, per dire, è marchigiano di origine, ma ovunque ci si giri si sentono attestati di stima riguardo il suo lavoro, che viene descritto pancia a terra, con la forza del pubblico amministratore di scuola comunista. Anche il candidato sindaco Stefano Fassina ha espresso parole per lui.

Il tempo della realpolitik sembra insomma finito non perché lo dicono i giornalisti, ma perché la democrazia è una pianta che con il tempo cresce e inizia a fare fronde e ombra. Ignorarla, dopo un po’, sembra essere più che altro una dinamica di negazione, intendendosi sul piano psicologico. La gente non è stupida, in breve, e se vede una manovra non è più disposta a far finta che sia una grande trovata. Per quanto ancora il consenso dei cittadini sarà dato per scontato? Questo comportamento, soprattutto in un’elezione di assoluta prossimità come quelle di municipio e territorio, appare lunare.

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