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INTERVISTA | Dario Corallo (Reds - PD): “A Roma i democratici devono cambiare tutti i volti”

Dopo aver corso per la segreteria nazionale oggi anima un’associazione trasversale, alla sinistra dem: “Il centrosinistra rappresenta la borghesia moderata di buon cuore. Noi scegliamo precari, lavoratori e disoccupati”

Già candidato alla segreteria nazionale del Partito Democratico, oggi componente dell’Assemblea Nazionale dem, il giovane Dario Corallo da alcuni mesi costruisce assieme a diversi militanti provenienti dalle più disparate aree politiche un’associazione trasversale – Reds – Rete dei Democratici e dei Socialisti. Un circolo di dibattito dove, ci spiega, “l’unica regola è non fare menzione al partito di provenienza”. A suo modo di vedere, la questione del “ritorno a casa” dei fuoriusciti dal PD è inesistente, perché i dna dei militanti sono già gli stessi; e il gruppo di Reds Roma, alle prossime elezioni comunali, in qualche forma ci sarà.

Dario, cosa è Reds e cosa fate a Roma?

Reds è un'associazione che nasce dall'idea maturata dopo il congresso in cui mi sono candidato a segretario del PD. Nei mesi successivi con le persone che mi hanno sostenuto abbiamo continuato a girare le sezioni di tutti i partiti di sinistra in Italia, dai comunisti di Rizzo ai circoli democratici, da Torino a Siracusa. Il clima è sempre lo stesso: trovi una serie di persone convinte di essere di sinistra che sono ostaggio di gruppi dirigenti, e che però fra di loro la pensano abbastanza allo stesso modo. Siccome la politica dei grandi vuole “giocare alle correnti”, noi proviamo a costruire un luogo trasversale. L’idea è: continua a militare nel tuo partito, ma un certo numero di ore a settimana dedicale a un dibattito con compagni di altra estrazione. Escono fuori delle cose interessanti: posizioni marxiste leniniste che scopri in giovani dell’Azione Cattolica e moderatissimi comunisti. Se togli dal tavolo le appartenenze, l’unità della sinistra è già un fatto.

Ignazio Marino, nel commentare l’ultima vicenda di assunzioni “politiche” in regione Lazio, ha detto che il PD e gli altri partiti hanno sempre funzionato così.

Sono d’accordo, ma non l’accetto detto da lui. Ignazio Marino divenne sindaco proprio per queste logiche, fu portato dagli zingarettiani. Successe che Nicola Zingaretti era il candidato sindaco di Roma in pectore ma scelse la regione perché era un approdo più sicuro e si dovette trovare un candidato all’ultimo. I due nomi che si fecero furono quelli di David Sassoli e di Paolo Gentiloni, entrambi poi come sappiamo hanno fatto un’eccellente carriera. Gli zingarettiani proposero Marino perché era “il civico”; era vero che non veniva dalla politica e i risultati si sono ben visti. D’altronde il PD lavora alacremente per comportarsi così: se togli il finanziamento pubblico alla politica, l’unico modo che ti resta per radicarti è quello di assumere e infilare gente ovunque. Questo potere te lo dà solo la carica, il fatto di essere eletti da qualche parte. Intorno agli eletti si costruiscono gruppi di potere che vengono poi chiamati, per ammorbidire un po’, “correnti”. E’ vero che le correnti ci sono in tutti i partiti, ma nel PD il problema è che non hanno più alcun rapporto con la base, con i militanti.

Pare che alla fine Roberto Gualtieri si candiderà a sindaco di Roma.

Gualtieri mi sembra il più precario della politica italiana, nel giro di due anni ha fatto tutto: era in Europa, è stato eletto in Parlamento, ministro dell’Economia. Al di là del nome, il problema è il progetto per questa città. Candidiamo anche Superman ma su Roma siamo fermi a un’analisi vecchia, parliamo delle periferie come se fossero luoghi tutti uguali, parliamo di centro e periferie come se li conoscessimo. Le sezioni sono chiuse, i circoli non si riuniscono. Va bene, candidiamo Roberto Gualtieri. Ma per fare cosa?

Per esempio per riunire il cosiddetto campo dei democratici e dei progressisti, si potrebbe rispondere.

Quando sento che bisogna costruire un campo mi sento preso in giro perché non vuol dire nulla. Se uno corre alle elezioni amministrative è per trovare un sindaco che amministri una città. Io per andare a casa dal lavoro cammino mezz’ora fino alla metro, poi mezz’ora di metro fino alla macchina e poi un’altra mezz’ora di macchina fino a casa: i problemi sono questi, sono quelli di una città sconnessa, questioni concrete e reali che interessano ai cittadini. Parlando di alchimie politiche si schivano i temi. Ora tutti hanno scoperto l’alleanza con il Movimento Cinque Stelle che diventa una opzione organica, il che mi spaventa; considerando che all’ultimo congresso ero l’unico a parlarne mentre tutti gli altri candidati segretario urlavano “mai con i Cinque Stelle”, sono contento che abbiano tutti cambiato idea. Ma sono spaventato dall’apprendere che abbiamo deciso che il Movimento Cinque Stelle è forte in alcuni strati della popolazione e dunque tanto vale allearsi con loro. Questo implica che il centrosinistra rinuncia a rappresentare quei segmenti, che spesso sono i più poveri e precari: a noi le ZTL, a voi le fasce popolari.

Sarebbe importante invece che il PD guardasse alla sua sinistra?

Con cittadini, militanti e appassionati che si ritengono di sinistra noi siamo già la stessa cosa, l’unità è già fatta se si mettono da parte i giochi di corrente. Soprattutto, siamo già la stessa cosa non solo con chi è uscito per fare scissioni, ma con chi è uscito per non andare da nessuna parte. Facciamo i conti: alle elezioni prima nella nascita del PD, i partiti confluenti cubavano 14 milioni di voti. Oggi il PD sta a 6 milioni di voti: in 13 anni ne ha persi 8 milioni, e questo vuol dire che c’è più PD fuori dal PD che dentro. Il tesseramento? La stessa cosa: siamo partiti con 900mila iscritti e oggi ne abbiamo 400mila. Dove sono i 500mila iscritti che mancano? E non sono alla sinistra del PD, perché quei tesserati sono molti meno. A Roma, in giro per l’Italia, c’è gente che ci ha mollato perché ha smesso di fare politica, si è smobilitata. Noi che cosa abbiamo da dire a loro?

Se parli di “giochi di corrente” è perché temi che la lista del PD a Roma e alle amministrative sarà egemonizzata dalle componenti del partito.

Non temo questo esito perché ne ho la sostanziale certezza. Il PD è arrivato a un punto di non ritorno, solo che invece che una rottura traumatica che consentirebbe a chi vuole di fare un rimbalzo si procederà per uno spegnimento graduale. Siamo come ne “L’odio”, in cui si sente dire: “Fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio. Continuo a sentir dire “teniamo, teniamo”, quando non teniamo più nulla. Al Pd a Roma serve un radicale ricambio dei volti degli amministratori, degli esponenti eletti in Campidoglio che oggi rappresentano pacchetti di voti e nessuna visione. Hanno lenti vecchie con cui vedono una realtà non più esistente: questo vale per tutti i partiti del centrosinistra. La nostra ambizione deve essere quella di rappresentare chi, in città e altrove, in questi anni è uscito peggio dalla crisi: lavoratori, studenti, disoccupati, nonché i nuovi disoccupati, quelli che sono rimasti a casa nonostante il blocco dei licenziamenti – una misura incompleta visto che non includeva i mancati rinnovi. Il PD oggi è il partito della media borghesia garantita ma di buon cuore, che non percepisce sulla propria pelle i disastri dell’attuale sistema economico, politico, sociale. E questo vale per tutta l’area: LEU, la sinistra, Possibile, PD. E’ lo stesso bacino.

Come REDS Roma in qualche forma ci sarete? Con una lista, o una presenza nelle liste?

Noi pensiamo che saremo della partita. Bisognerà ora con il direttivo romano decidere in che forma e in che misura ma qui a Roma abbiamo un radicamento ottimo, siamo in molti municipi dove non c'è nient'altro e facciamo un lavoro avanzato. Un esempio: quando si discuteva della privatizzazione di ATAC noi per primi ci schierammo contro quell’opzione. Siamo vicini alle tante realtà di base che ci chiedono risposte concrete e quindi sì, penso e auspico che noi ci saremo.

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