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Baraccopoli, #aromaserve: "Chiuderle definitivamente e trovare alloggi alternativi"

L'associazione 21 Luglio illustra agli aspiranti in corsa per il Campidoglio, il suo programma in quattro punti per la chiusura delle baraccopoli istituzionali

Ventiquattro milioni di euro l'anno spesi per tenere in piedi baraccopoli da terzo mondo. Nessuna integrazione degli abitanti, inasprimento dei conflitti sociali nelle periferie, diritti violati con tanto di monito dell'Europa. Come evitare sprechi e garantire una vita decorosa a chi da anni sopravvive sotto tetti fatiscenti, in condizioni di degrado che inevitabilmente si ripercuotono sui quartieri circostanti? Soluzioni e proposte dell'associazione 21 Luglio per i candidati sindaco.

La chiusura delle baraccopoli istituzionali è la richiesta cardine, ormai sul tavolo da anni. Lo stesso ex sindaco Marino riconosceva l'urgenza di smantellarle. Parliamo delle ottomila persone che vivono in sette baraccopoli realizzate e tenute in piedi dal Comune di Roma (Salone, Gordiani, Castel Romano, La Barbuta, Lombroso, Camping River), in micro insediamenti sparsi sul territorio e nei cosiddetti "centri di raccolta". Gli attivisti hanno già redatto un’agenda politica a riguardo, un documento che contiene proposte concrete per superare il fenomeno. Cinque i passi che l'amministrazione capitolina è chiamata fare per raggiungere l'obiettivo: 

1 - Un’analisi del fenomeno e delle risorse, che preveda una mappatura delle baraccopoli e il censimento delle molteplici e diversificate soluzioni abitative da offrire alla famiglie a seconda dei loro bisogni (dalle abitazioni ordinarie di cui sostenere l’acquisto a quelle da locare sul mercato privato, dalle autocostruzioni alla ristrutturazione di alloggi in disuso, anche sulla base di modelli ed esperienze di successo applicate in altre città europee);

2 - La regolarizzazione giuridico-amministrativa, con il coinvolgimento di Prefettura, Questura, Ambasciate e Consolati, degli abitanti delle baraccopoli e l’adozione di linee guida in materia di sgomberi;

3 - L’elaborazione di un piano strategico, in cui fondamentale sarà il monitoraggio delle azioni realizzate;

4 - La costruzione del consenso attraverso il dialogo con i media e con la società civile.

Così, in cinque anni, secondo quanto studiato e messo nero su bianco dagli attivisti della 21 Luglio, sarà possibile mettere la parola fine alle baraccopoli istituzionali, accampamenti ghettizzanti con precedenti, nella Capitale, che risalgono agli anni '60. 
 

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