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Mercoledì, 28 Febbraio 2024

Filippo Guardascione

Collaboratore e opinionista - RomaToday

La strategia di Ama per rendere Roma più pulita. Luci e ombre del Piano Industriale

Di strategie di riduzione nella capitale non si parla proprio nonostante nel resto del mondo ci si sforzi a eliminare gli imballaggi, incrementare il vuoto a rendere, penalizzare i prodotti usa e getta

Roma, assieme a Firenze, è la città d’Italia dove si producono più rifiuti pro-capite: ogni romano smaltisce 602 chili l’anno, mentre un abitante di Milano si ferma a 462. Non si tratta di essere più spreconi dei nostri colleghi lombardi ma di subire il forte impatto esercitato dai turisti. Il dato è stato fornito mercoledì dal direttore generale di Ama, Andrea Bossola, nel corso dell’audizione con la commissione ambiente del Comune.

Secondo l’ingegnere - ai vertici dell’Azienda da aprile 2022 -  questa grande quantità di rifiuti è una delle tante difficoltà che si incontrano nel gestire il ciclo ambientale a Roma. E proprio qui sta uno dei principali problemi del nuovo piano industriale presentato da Ama martedì, con oltre quattro mesi di ritardo rispetto al previsto. Dopo una così lunga gestazione, ci si poteva aspettare un documento carico di novità e invece risulta carente proprio nella parte più delicata: la riduzione dei rifiuti, obiettivo che sta nel piano di gestione comunale che Gualtieri ha approvato a dicembre.

I dati ufficiali parlano chiaro. Mentre le altre grandi città sono riuscite a ridurre la quantità prodotta, a Roma è cresciuta o rimasta stabile: era di 587 chili pro-capite nel 2016, è di 602 nel 2022. Milano, che partiva da 523 chili nel 2001, è arrivata ai 445 di oggi. Di strategie di riduzione nella capitale non si parla proprio nonostante nel resto del mondo ci si sforzi a eliminare gli imballaggi, incrementare il vuoto a rendere, penalizzare i prodotti usa e getta. 

Altro aspetto discutibile del piano Ama e confermato dal direttore generale, resta l’investire tutto sui cassonetti. Entro il 2025 la gran parte sarà del tipo “a campana”, come quelli installati da poco a viale Libia. Questa tipologia permette di poterli posizionare sia sul lato destro che su quello sinistro delle strade, facilitando sia i cittadini sia la raccolta. Ma sono proprio i cassonetti ad essere stati eliminati nelle altre capitali che hanno tutte virato verso il porta a porta, evitando il formarsi di tante piccole discariche ad ogni angolo. A proposito di porta a porta, Ama punta sulle cosiddette “domus ecologiche”, delle aree dedicate dove gli utenti possono conferire la differenziata, accedendo tramite una card elettronica. Un sistema che viene annunciato dal 2015 ma ad oggi non è mai stato implementato, se non con un unico esemplare ad Ostia. 

Resta aperto anche il nodo evasione della Tari. L’ingegner Bossola ha ammesso che quando presiedeva Acea Distribuzione, nel Comune di Roma risultavano censite 1,7 milioni di utenze, mentre per Ama ne esistono 1,4 milioni. Ci sono almeno 300 mila utenti che non pagano alcuna tassa ma usufruiscono del servizio.

Nel piano ci sono anche molti elementi positivi. Alcuni concreti, altri meno. Cominciando da quelli concreti c’è l’aumento delle isole ecologiche (8 in più entro il 2026), l’acquisto di 300 nuovi mezzi nel 2023, quattro nuove autorimesse (oggi le spazzatrici sostano spesso in strada o in parcheggi dedicati alle auto per esempio a Saxa Rubra), 600 assunzioni entro il 2026. Ovviamente grande risalto alla chiusura del ciclo dei rifiuti con il termovalorizzatore e altri otto impianti. 

Ma il rischio che tanti obiettivi restino scritti nelle pagine del piano e non si traducano in realtà è molto alto: la differenziata al 60% entro il 2028 non è credibile se rimangono  i cassonetti, così come lo spazzamento delle strade più frequente. Questo piano segna il percorso dei prossimi cinque anni. Il direttore lo ha definito “sfidante ed eccitante”, noi lo vediamo contornato di luci e ombre.

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