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Autodemolitori, la Corte Costituzionale dà ragione alla Regione: Raggi doveva trasferirli entro il 2020

I giudici dichiarano "non fondate le questioni di legittimità costituzionale" della normativa regionale, sollevate nel ricorso presentato dal Presidente del Consiglio, su spinta della sindaca

Immagine d'archivio

Sugli autodemolitori di Roma la Regione Lazio aveva ragione. Del 14 ottobre la sentenza della Corte Costituzionale che ha rigettato il ricorso avanzato dalla presidenza del Consiglio dei ministri: la legge regionale che prorogava le attività dei rottamatori nelle more di un trasferimento in aree fuori dal Raccordo entro due anni, non entrava in conflitto con le norme costituzionali. Come invece sosteneva la sindaca Virginia Raggi che sulla questione chiese direttamente al Governo di impugnare il provvedimento. Ma facciamo un passo indietro.

A luglio 2018 il Campidoglio decide di stoppare le autorizzazioni (rinnovate a suon di proroghe da fine anni '90) concesse agli autodemolitori della città, imponendo la chiusura immediata e la parallela consegna di progetti per adeguare le strutture alle normative ambientali in vigore. Partono delle Conferenze dei Servizi per analizzare i piani di intervento, uno per uno, e rilasciare solo alla fine una nuova concessione o, in caso di impossibilità a proseguire le attività (vedi nel caso delle strutture presenti nel parco di Centocelle dove sussistono vincoli archeologici), procedendo al trasferimento altrove. Una mossa quella del Comune che scatena le proteste dei rottamatori, costretti a restare chiusi senza lavorare e senza procedere a un'attività essenziali nel ciclo di smaltimento dei rifiuti cittadini. Fioccano i ricorsi al Tar che in molti casi fermano gli iter. 

Poi, a dicembre 2018, la Regione approva la Legge di Stabilità. All'art. 21 comma 15 "autorizza la prosecuzione dell'attivita?" dei rottamatori, "indicando la tempistica di delocalizzazione" che "dovra? essere effettuata entro sei mesi e attuata entro un periodo massimo di ventiquattro". Una via libera quindi, in aperto contrasto con quanto stabilito dal Comune, nelle more di un trasferimento in zone non a rischio dal punto di vista ambientali entro due anni, quindi entro la fine del 2020. Da qui l'intervento della sindaca Virginia Raggi e la richiesta a palazzo Chigi di impugnare il provvedimento perché frutto di un'interpretazione secondo Raggi "estensiva" e fuori dalla competenze dell'ente locale. Ricorso che ora viene rigettato.

Il Comune avrebbe quindi dovuto applicarla quella normativa regionale, mantenendo aperte le attività e procedendo con la loro delocalizzazione. Su questo fronte però poco si è mosso. Il Campidoglio (competente sul tema secondo quanto stabilito dalla legge regionale 27/1998) si è fermato all'individuazione di tre aree potenzialmente idonee alle luce delle destinazioni d'uso stabilite dal Piano Regolatore: terreni a Santa Palomba (IX municipio), Casal Bianco (IV municipio), via di Torre Spaccata (VI municipio). 

Di delocalizzazione si parla dagli anni '90, ma a parte una serie di aree individuate fuori dal Raccordo, con un Accordo di programma del '97, poi diventate impraticabili tra ricorsi, espropri impossibili e vincoli paesaggistici, il piano è rimasto fermo. Su questo il M5s aveva promesso cambiamenti. Ma il trasferimento delle attività in luoghi dove possano operare nella legalità e senza danni ambientali alle aree circostanti, resta un miraggio.

"Il rigetto da parte della Corte costituzionale conferma il percorso intrapreso dalla Regione Lazio per ridare dignità ad importanti aree della Capitale" dichiarano i consiglieri Marta Bonafoni, regione Lazio (lista civica Zingaretti) e Stefano Veglianti, V municipio. "Il termine indicato nella Legge di stabilità regionale per l'individuazione delle aree e la conseguente delocalizzazione – di due anni – oggi è agli sgoccioli ed ancora una volta a prevalere sono le incertezze e i ritardi. Nel caso del Parco archeologico di Centocelle attuare questa norma significa tutelare la salute e la qualità della vita dei cittadini e delle cittadine". 

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