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Foto Ansa

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Coronavirus, a Roma e nel Lazio la situazione sta peggiorando: "Si è perso il controllo dei contagi, vi spiego perché"

A distanza di due mesi e mezzo, Romatoday ha intervistato il dottore in fisica Francesco Luchetta. "La situazione nel Lazio è peggiorata più in fretta", ha detto

Crescono i casi, cresce il rapporto tra i tamponi e i positivi. Il Lazio va verso la zona arancione. Per capire quale quadro hanno davanti i cittadini di Roma e del Lazio e leggere i numeri che abbiamo di fronte, Romatoday ha intervistato Francesco Luchetta, dottore in fisica e uno degli autori della pagina Facebook ‘Coronavirus – Dati e analisi scientifiche’, un progetto di informazione messa in campo da giovani dottorandi e ricercatori con una passione per la comunicazione scientifica, che ormai da marzo 2020 sta elaborando analisi dei dati sulla situazione dell’epidemia in Italia e nel mondo. Romatoday l'aveva intervistato alla fine ottobre, quando per il Lazio la diffusione della pandemia era più contenuta e il sistema di tracciamento segnalava numeri più confortanti. "Il Lazio è peggiorato più in fretta rispetto ad altre regioni", ha confermato. 

Quale situazione abbiamo davanti a Roma e nel Lazio?

La situazione va inquadrata partendo dal contesto nazionale: stiamo assistendo a un nuovo aumento dei casi. A riguardo, va detto che ciò sta avvenendo anche perché nel periodo delle festività natalizie il numero dei tamponi effettuati è sceso al minimo. Di conseguenza, anche il numero dei contagi è sceso. In ogni caso, anche il rapporto tra i tamponi e i casi positivi, lo strike rate, sta peggiorando. Il Lazio si inserisce a pieno in questo andamento negativo: crescono i casi, peggiora il rapporto tra i tamponi effettuati e i positivi, aumentano i parametri dei ricoveri ospedalieri. Crescita lieve, ma sostanzialmente stabile, per i nuovi ingressi giornalieri in terapia intensiva, un parametro che è stato introdotto all’inizio di dicembre. Tutti questi elementi sono indizi di un possibile peggioramento per i prossimi giorni, anche se è bene precisare che questi dati non vanno considerati come una prova certa che questo peggioramento avverrà.

A fine ottobre, sempre nel corso di un’intervista in merito ai dati della pandemia nel Lazio, aveva spiegato che questa regione stava tracciando i casi molto meglio di altre e aveva mantenuto un rapporto  tra i tamponi e i casi positivi più basso rispetto alla media nazionale, pari all’8,5 per cento. La situazione è rimasta invariata?

A ottobre, il Lazio presentava una percentuale del rapporto tra tamponi e positivi molto più bassa rispetto alla media italiana. Oggi, con uno strike rate di circa il 13 per cento, è nella media delle altre regioni. Si è registrato un peggioramento sia in termini di valore assoluto sia rispetto al resto del Paese. 

Questo significa che il Lazio ha perso quella capacità di tracciamento che avevamo riscontrato in autunno?

Il dato è brutto e indica una perdita di controllo dei contagi. Anche se qualcuno potrebbe obiettare che questi numeri non conteggiano i tamponi rapidi. La polemica è aperta.

L'intervista di ottobre: ecco perché Roma è messa meglio di altre grandi città

Secondo lei, i dati relativi ai tamponi rapidi andrebbero conteggiati?

Qualcuno sostiene che non sia necessario, perché quanti risultano positivi al tampone rapido poi si sottopongono anche al tampone molecolare e quindi vengono tracciati. Altri, invece, sostengono che stiamo perdendo la percezione di cosa sta accadendo perché ci siamo spostati sempre di più sui tamponi rapidi e perché gli asintomatici vengono trattati come positivi anche solo sulla base del test rapido e quindi non vengono conteggiati. Io ritengo che sia necessario includere anche i dati sui test rapidi per il semplice motivo che più chiarezza c’è meglio è. Li terrei però distinti: il dato complessivo dei contagi andrebbe diviso tra quelli individuati tramite tampone molecolare e quelli con il tampone rapido. Anche a livello europeo si sta cercando di concordare una linea comune su questo aspetto. 

Tra ottobre e novembre il Lazio è rimasto in zona gialla. Quale scenario potrebbero aprire da un lato l’aumento dei contagi e dall’altro la revisione del sistema di restrizioni a fasce? 

Vanno tenuti in considerazione diversi parametri. Per esempio, una delle possibili modifiche del regime a fasce, non ancora in vigore, è la zona rossa automatica per le regioni con un’incidenza superiore ai 250 casi per 100mila abitanti settimanali. Un'altra modifica proposta è inserire direttamente in zona arancione le regioni con classificazione del rischio alta. Sono invece già in funzione gli scenari legati all’indice Rt (che rivela quante persone possono essere contagiate da un positivo, ndr): se l’Rt è sopra l’1 e la regione non ha una valutazione del rischio bassa si va in arancione, se sopra l’1,25, a meno che la valutazione del rischio non sia bassa, si finisce in fascia rossa. Per farla semplice. Sono tre i parametri di cui tenere conto: l’incidenza sulla popolazione del contagio settimanale, la valutazione del rischio e l’indice Rt. Nel Lazio, l’incidenza sulla popolazione nell’ultima settimana è stata di 200 contagi ogni 100mila abitanti. Se il parametro dei 250 contagi dovesse entrare in vigore, a differenza di altre regioni del Nord-Est, nel Lazio  non scatterebbe la zona rossa automatica ma non sarebbe nemmeno molto distante. Poi c’è la valutazione del rischio calcolata dall’Istituto superiore di sanità (Iss) e dal ministero della Salute. Nell’ultimo report pubblicato dall’Iss il Lazio era una regione ad alto rischio. Quindi, se si dovessero inserire le modifiche automatiche, il Lazio finirebbe subito in zona arancione. Va specificato che questo si riferisce a Rt, cioè l'Iss calcola Rt sulla base dei casi sintomatici di circa 10/17 giorni prima. Noi oggi abbiamo i dati più aggiornati della Protezione civile, che però includono anche i casi non sintomatici. Se dovessimo effettuare una valutazione sulla base di quest’ultimi dati, nel prossimo report il Lazio avrebbe un indice Rt superiore a 1. Altra precisazione: per definire gli scenari di rischio non viene preso in considerazione l’indice Rt medio ma l’estremo inferiore dell’intervallo di confidenza. Nell’ultimo report il Lazio presentava un Rt medio di 0,98, compreso tra 0,94 e 1,02. Se nel prossimo report, come appare probabile, anche l’estremo inferiore sarà superiore a 1, anche senza modifiche al regime delle fasce, il Lazio finirà in zona arancione. L’unico modo per evitarlo è avere una valutazione del rischio bassa ma dal momento che nell’ultimo report era alta la vedo difficile. Possiamo quindi dire che il Lazio sta andando verso la zona arancione.

Abbiamo già dei dati che ci fotografano se le restrizioni natalizie hanno funzionato?

Serve una premessa: purtroppo i dati a riguardo sono falsati dal calo del numero di tamponi effettuati durante le festività natalizie. Per questo è difficile comprendere in modo lineare quel che è accaduto, anche se possiamo dire che tutti gli indizi indicano una situazione di peggioramento. Per capirlo con maggiore precisione servirebbero dei dati più puliti come quelli che pubblica l’Iss, che prendono in considerazione le date di inizio dei sintomi o dei decessi. Per raccogliere questo genere di dati però serve molto più tempo e quelli corrispondenti al periodo natalizio non sono ancora disponibili.

Tra i dati da analizzare per comprendere l’evoluzione della pandemia si è recentemente aggiunto quello relativo ai vaccini. Come va considerato questo dato all’interno del quadro più generale?

I vaccini disponibili ora sono destinati al personale sanitario, per garantire che il sistema sanitario continui a funzionare, e alle persone anziane o, più in generale, a quelle più a rischio rispetto a un eventuale contagio da Coronavirus. Questo significa che, prima di assistere a un calo dei contagi legato ai vaccini, assisteremo a un calo della letalità. I numeri delle persone vaccinate sono ancora troppo bassi per poterne vedere gli effetti. Effetti riscontrabili tramite la lettura dei dati, per esempio, potrebbero arrivare quando una percentuale rilevante della fascia di popolazione anziana o a rischio sarà stata vaccinata. Ma dovremo aspettare un bel po’. Più in generale, per eliminare il virus bisogna raggiungere una percentuale di popolazione immunizzata che va tra il 60 e il 70 per cento. Per spiegare il motivo faccio un esempio: se l’indice di contagio è pari a 3 significa che ogni persona contagiata può trasmettere il virus ad altre tre persone. La diffusione, però, non cresce se di queste tre persone più di due sono immunizzate. Perché ciò si verifichi, ripeto, bisognerà aspettare a lungo. Oggi nel Lazio la percentuale di persone vaccinate è intorno a 1,2 per cento.

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