"Meno consiglieri nelle Commissioni, spendiamo troppo": così il Campidoglio bacchetta i municipi

Una nota del Segretariato rimette in riga i parlamentini. Si accende il dibattito interno. Da chi chiede di "non schiacciare la rappresentanza" a chi di rimettere la scelta al presidente del Consiglio comunale

Piazza del Campidoglio, immagine d'archivio

Ridurre il numero di consiglieri nelle Commissioni municipali a non più di sei per ciascuna, e quindi, in soldoni, spendere meno. È il diktat che arriva dal Segretario generale del Campidoglio Pier Paolo Mileti, contenuto in una nota inviata ai 15 direttori degli altrettanti municipi della Capitale lo scorso 4 febbraio. 

Si chiede agli enti di prossimità di uniformarsi a quanto già fissato a palazzo Senatorio, dove i criteri di composizione delle Commissioni sono stabiliti dal Regolamento del Consiglio, che a sua volta poggia su quanto indicato in linea generale dall'articolo 38 del Tuel (Testo unico degli enti locali): dodici consiglieri per ogni Commissione, un quarto del totale presente in Assemblea, calcolato in proporzione al numero dei gruppi politici e a quello dei membri che li compongono. 

Le Commissioni nei municipi: come funziona

Non funziona però così per i municipi. Ogni parlamentino ha a sua volta un Regolamento proprio per quanto riguarda l'organizzazione delle attività politiche degli eletti, e al capitolo commissioni vale sì il principio della proporzionalità, ma non tutti fissano tetti massimi, e non tutti fanno valere la regola del "quarto" di membri interni. 

Si va da Commissioni che hanno 5 membri a Commissioni che ne hanno 10. A volte, scrive Mileti, "anche superiore alla metà dei Consiglieri assegnati" se si comprende anche il presidente e i due vice. "Spesso - spiega ancora - è collegato all'esigenza di assicurare una diffusa presenza dei gruppi unipersonali nelle commissioni".

Già, chi ha gruppi monoconsigliere, vedi Liberi e Uguali in III e VIII, Casapound in X, e le liste civiche presenti sia destra che a sinistra, rispondere alle esigenze di presenza avanzate da tutti (ogni consigliere ha diritto a un posto in un massimo di tre commissioni permanenti) diventa difficile se il numero è ridotto a sei. La ripartizione finale, che deve tener conto del criterio di proporzionalità maggioranza-opposizione, non può che ridurre i posti disponibili per le forze di minoranza. 

"Ridurre i costi della politica"

Il Segretario però chiede una "sforbiciata". Sia per "considerazioni di ordine normativo", quindi la volontà di uniformare i criteri, sia per questioni di spesa pubblica. Se è vero infatti che il numero di gettoni di presenza ha comunque un limite massimo fissato, lo è altrettanto che "un esorbitante numero di seggi nelle Commissioni comporta un esponenziale incremento dei rimborsi dovuti ai datori di lavoro" quando i dipendenti si assentano per presenziare in municipio. 

Il dibattito nei parlamentini 

Una mossa quella del Segretariato che sta alimentando nei parlamentini un acceso dibattito. C'è chi usa toni duri. "Per la Raggi e il segretariato generale i costi della politica sarebbero i poveri consiglieri municipali e non le decine di consulenti, assessori e dirigenti nominati a vario titolo dalla Sindaca in questi anni" commenta Riccardo Corbucci, coordinatore della segreteria del Partito Democratico romano. Ridurre gli spazi di rappresentanza, per l'ex consigliere del III municipio, "è inaccettabile"

E c'è chi cerca di venire incontro alle richieste del Segretariato. "Noi siamo certamente disponibili a rivedere i criteri e la formazione delle commissioni" commenta il presidente del Consiglio del III municipio, a guida dem, Yuri Bugli. "Il tema si pone ma non è di natura economica, i costi di rimborsi sono normati e c'è un tetto massimo". Il riferimento va ad una circolare del 2011 firmata dall'allora Segretario generale: i rimborsi veniva fissati entro un massimo di 951 euro a consigliere. "Ho chiesto comunque al direttore del Municipio di formulare una proposta da sottoporre a valutazione del Consiglio". Certo al contempo "la richiesta che faccio all'Assemblea capitolina è quella di aprire una riflessione politica sul tema che vada oltre i dati tecnici, nei municipi ridurre i numeri rischia di tradursi in una riduzione di rappresentanza delle opposizioni".

"Scelta spetta al Presidente del consiglio comunale"

Altra risposta, più dura nei toni e stavolta ufficiale, unica finora messa per iscritto, arriva dal municipio XII, a firma del vicepresidente del Consiglio Marco Giudici, consigliere leghista, e dal grillino vicepresidente vicario Francesco Tesse. 

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"Non ci risultano essere previste norme applicabili, anche in via indiretta, ai municipi" si legge in un passaggio della nota. "Riteniamo, pertanto, che il limite perentorio indicato nella predetta missiva sia frutto di un'interpretazione non rispondente alle intenzioni dell'Assemblea capitolina, non trovando fondamento in alcuna delle norme regolamentari, né tantomeno nella legislazione in materia di enti locali". E che "l'Assemblea capitolina non abbia volutamente introdotto la relativa norma". Detto ciò, ci tengono a sottolineare, "l'introduzione del limite de quo è comunque opportuna per regolare l’organizzazione di quei municipi dove si registra un numero notevole di membri delle commissioni". Ma, e concludono,"la questione va sottoposta al Presidente dell'Assemblea capitolina, onde consentirgli di proporre all'aula di modificare il Regolamento e lo Statuto".

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