Massimo D'Antona, 15 anni dopo: Roma ricorda l'omicidio del giuslavorista

Un intellettuale, un giurista e soprattutto un consulente dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino, D'Antona fu ammazzato in via Salaria il 20 maggio 1999

Quindici anni fa moriva un grande giurista italiano: Massimo D'Antona. Nell'anniversario della promulgazione della legge 20 maggio 1970, numero 300, conosciuta meglio come "Statuto dei Lavoratori", Massimo D'Antona veniva ammazzato dalle Nuove Brigate Rosse in via Salaria, a pochi passi dalla sua abitazione.

Per ricordare il giuslavorista la CGIL ha voluto organizzare nel giorno dell'anniversario della morte, avvenuta il 20 maggio 1999, una commemorazione nel luogo dell'attentato. All'evento hanno partecipato anche grandi cariche istituzionali come Raffaele Cantone, Presidente dell'Autorità Nazionale Anti Corruzione, Guglielmo Epifani, ex Segretario del Partito Democratico, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il sindaco di Roma Ignazio Marino. "Non si può fare una graduatoria del delitto più grave, ma colpire in una maniera così vile D'Antona, un uomo che lavorava con le sue idee per il bene del nostro Paese, deve essere ricordato - dichiara Ignazio Marino - ed è giusto farlo ogni anno. Bisogna essere vicini ai suoi familiari ma allo stesso tempo ricordare al Paese quanto alcuni momenti della nostra storia siano drammaticamente costosi in termini di violenze e vite umane per i progressi che la nostra società ha fatto". 

Questa mattina sono state deposte nel luogo dell'attentato tre corone di fiori e insieme alla vedova Olga D'Antona si è voluto ricordare la grande personalità dell'intellettuale, del giurista e soprattutto del consulente dell'allora ministro del Lavoro Antonio Bassolino, morto ammazzato in un attentato. "Se Massimo fosse ancora qui - conclude il ministro della Giustizia Andrea Orlando - ancora lavorerebbe insieme a noi per trovare delle soluzioni per uscire dalla crisi. Ora, senza di lui, tocca a noi fare delle riforme per mettere di nuovo al centro dello Stato il lavoro e tutti gli uomini e le donne lavoratori".

D'Antona era uno studioso che si era battuto nella sua vita per la democraticità, per la trasparenza dell'azione sindacale, per una maggiore certezza dell'efficacia dei contratti e per il riconoscimento dei diritti sindacali alle piccole imprese. Le sue battaglie però non furono portare a termine a causa della sua prematura e improvvisa scomparsa per mano brigatista. "Quando venimmo a conoscenza della morte di Massimo eravamo in CGIL - ricorda Epifani - ma ci precipitammo prima qui e poi in ospedale. Il sentimento che ci attraversò era duplice, da una parte il dolore per la scomparsa di un collaboratore della CGIL, dall'altra l' incredulità nel chiederci chi potesse essere stato. Avevamo preso coscienza del fatto che il periodo di piombo ancora non era finito".

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Dopo poco dalla morte di D'antona le BR rivendicarono l'attentato e, come nell'omicidio di Marco Biagi tre anni dopo, si percepì la volontà di colpire uomini dello stato nelle sue personalità cardine anche legate al contesto di ristrutturazione del mercato del lavoro. "Il messaggio delle BR - spiega Orlando - era chiaro: 'noi possiamo arrivare ovunque'. In quel periodo chiunque era intenzionato a riformare il nostro Paese era bersaglio di attentati. Massimo D'Antona era un grande riformatore che guardava al futuro senza cancellare il passato e per questo è stato ammazzato".

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