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Elezioni comunali, Ciaccheri lancia la sfida: "A Roma non serve un nome, occorre una squadra"

Il presidente del Municipio VIII affronta il tema delle candidature in Campidoglio. Ciaccheri: "Bisogna rigenerare le forze politiche. Puntiamo sul coinvolgimento delle comunità locali e sulle primarie"

E' il più giovane presidente di Municipio e con i suoi trentun'anni potrebbe essere, nella futura tornata elettorale, anche il candidato Sindaco più giovane. La possibilità è concreta ma per realizzarla occorre puntare sul coinvolgimento. Occorre lavorare pancia a terra nei territori come Amedeo Ciaccheri sta facendo, da qualche settiaman, con il Movimento Liberare Roma. E' quella la strada scelta per "rinnovare il campo progressista". E per aprire la strada che porta, attraverso il ricorso alle primarie, direttamente in Campidoglio.

Ciaccheri, nella partita che si gioca per la prossima candidatura a Sindaco, lei viene sempre più spesso tirato in ballo come possibile outsider. Manca un anno e mezzo alla prossima tornata elettorale. Non è presto per affrontare questo tema? 

Concordo sul fatto che il tema dei nomi oggi sia prematuro. E non solo sul piano temporale. Oggi il terreno di sfida e di contesa si gioca sulla capacità delle forze politiche di ricostruire legami, di riconnettere le esperienze disseminate nella città che hanno bisogno di una piattaforma, di uno spazio legittimo. Ritengo he questo sia prioritario rispetto ai nomi ed all’esuberanza delle stesse forze politiche.

E' questa la mission del movimento Liberare Roma?

Ci sono esperienze civiche che non sono immediatamente riconosciute nelle forze politiche e che bisogna con cura ed attenzione rimettere insieme.Con Liberare Roma stiamo cercando di stimolare l'ascolto di queste realtà, perchè a Roma serve un progetto di manutenzione di questa città. Oltre a liberare Roma serve un progetto di ricostruzione che metta mano alle strade, ai parchi pubblici, alle linee di trasporto locale, ad elementi di quotidiana amministrazione che sono saltati nel corso degli ultimi anni e che alcune realtà locali stanno portando avanti nelle loro vertenze territoriali.

L’ultima volta che il centrosinistra ha vinto a Roma, c’erano tanti candidati che volevano competere per le primarie. Poi ci fu un accordo nel campo largo della sinistra, figlio della coalizione Italia Bene Comune, e la sinistra puntò in maniera decisa verso Marino. La bandiera del coinvolgimento è sempre suggestiva, ma la sensazione è che poi si debba guardare a quello che succede in Parlamento per capire se c’è spazio tra i candidati Sindaco. Non è così ?

E’ chiaro che le elezioni a Roma hanno una valenza simbolica e strategica sul piano nazionale. E' chiaro che la vicenda romana fa i conti anche sull'equilibrio generale rispetto al Paese. Però il suggerimento che mi sento di dare, nella definizione di un campo progressista, è di puntare sul metodo, non tanto sui nomi o sugli equilibri delle forze. In tale ottica penso che le primarie siano uno strumento utile. Al tempo stesso ritengo che, nelle prossime elezioni, sia necessario inserire anche il tema del decentramento. Chi andrà a governare questa città dovrà farlo sapendo che bisogna rivedere, in maniera definitiva, l’architettura amministrativa della Capitale. 

Quindi le primarie andrebbero fatte anche nei quindici municipi di Roma?

Sì, penso che siano lo strumento attraverso cui rigenerare la classe politica. Ci sono tante persone che esercitano già una leadership nei rispettivi territori e lo fanno spesso al di fuori delle forze politiche. Ritengo che sia necessario costruire uno spazio in cui queste figure, che sono di riferimento per le proprie comunità, possano essere accolte in uno spazio che preveda una progettazione comune.

E’ questo l’obiettivo che ti sei prefissato lanciando il movimento Liberare Roma? Quali realtà state intercettando?

Ci sono sei portavoce in questo momento che si sono presi l’onere di costruire la prima tappa di questo percorso che prevede, nel prossimo mese e mezzo, di raggiungere tutti i municipi di questa città. Siamo stati al Laurentino, a San Basilio, all'Arco di Travertino. E’ un pezzo di lavoro che si fa con l’obiettivo di formare in ogni municipio un gruppo di lavoro, pronto anche per la successiva campagna elettorale. Il prossimo passaggio lo inaugureremo presentando un comitato scientifico che darà una mano al percorso di Liberare Roma avanzando proposte per tirare fuori Roma nel vicolo in cui , negli ultimi tre anni, è stata schiacciata. E’ un quadro che da’ rilevanza tanto al bisogno di ascoltare questa città, quanto a  quello di attivare strategie per gettare i presupposti di un piano programmatico.

Ci sono dei big rispetto ai quali faresti un passo indietro, perché con la loro candidatura ti sentiresti già rappresentato?

Fortunatamente non devo fare passi indietro perchè non mi sono candidato a Sindaco. Sto investendo le mie energie a sostenere una campagna di rigenerazione del campo progressista. Di nomi se ne fanno tanti e molti di quelli che circolano oggi, tra qualche settimana scompariranno perchè nel dibattito ne appariranno di nuovi. Dobbiamo scegliere la biografia con le caratteristiche più utili. Una persona che conosca Roma e sappia mettere a disposizione non solo la propria esperienza professionale ma soprattutto la capacità di costruire una squadra. Più che un nome serve un team di persone. Quando questa città, tanti anni fa, scommise su Francesco Rutelli, un giovane big, si sentì di investire su un progetto. Accanto a lui c'erano persone come Walter Tocci che potevano, a loro volta, ricoprire la carica di sindaco. Eppure  si sono messe a disposizione di un progetto. Penso che Roma abbia bisogno di questo. Non ci salverà un lavoro solo al comando, ma il lavoro lento di ricostruzione di una piano politico e di una riconnessione sentimentale con la città.
 

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