Politica Marconi / Via Quirino Majorana

Centro per disabili sotto sfratto: 400 bimbi a rischio e la Regione tace

Le famiglie fanno appello alle istituzioni: "Qualcuno ci ascolti". Il 27 febbraio lo sgombero dei locali e la fine delle attività

Una protesta dei genitori fuori dal centro Unisan

Da quando frequentano il centro di riabilitazione di via Majorana, Daniele e Andrea hanno fatto passi da gigante. Parlano, camminano, si esprimono. Sei anni, gemelli, sono nati entrambi con deficit psicomotori legati a una sofferenza fetale e a un parto prematuro. Ora mamma Paola ha paura di dover interrompere cure che hanno fatto miracoli, e non riesce a trattenere il pianto: "Qualcuno mi aiuti a garantire ai miei figli il diritto alla salute". Martedì 27 febbraio - sulla carta - la struttura di riabilitazione Usiman al Portuense, chiuderà. E il rischio di uno stop improvviso delle terapie riguarderà circa 400 bambini (147 in ambulatorio, 260 a domicilio). 

Gestito da un consorzio di cooperative, ma convenzionato con la regione Lazio e la Asl Roma3, il centro offre servizi di assistenza ambulatoriale semiresidenziale e a domicilio, accogliendo bambini da 0 a 9 anni con progetti individuali per il recupero di ogni tipo di disabilità. Ci sono piccoli pazienti affetti da sindrome di down o dello spettro autistico, malati di patologie cognitive e motorie. Partecipano più volte a settimana a laboratori terapeutici fondamentali per ritrovare, piano piano, una dimensione di normalità. 

"Viviamo giorno per giorno i piccoli progressi che questi esserini fanno". Anche Sara, mamma di Greta, ha un groppo in gola che le toglie il respiro. "Vi sembrerà assurdo ma anche solo vederli bere un goccio d'acqua da un bicchiere da soli, diventa un traguardo che ti riempie il cuore di gioia". Hanno il terrore di vedere i loro figli andare indietro invece che avanti. E per scongiurare la fine delle attività lottano da mesi. Appelli alle istituzioni, cause legali, denunce sui social network. Risposte concrete non sono mai arrivate, eppure la questione, alla Pisana, è più che nota. 

Le ragioni della chiusura? La storia è complessa. I locali, espropriati dalla regione Lazio a seguito del fallimento dell'ex proprietario, la onlus Anni Verdi, sono stati venduti all'asta nel 2015. Il consorzio Unisan, che opera in quei locali dal 2005, si è accordato con due dei tre proprietari per un contratto di affitto. Ma il terzo, che ha acquistato circa 210 dei 450 metri quadrati totali di spazio rivuole indietro la sua parte per rivendere."Non siamo riusciti in alcun modo ad arrivare a un accordo - spiega il dottor Michelangelo Ricci di Unisan - abbiamo offerto fino a 9mila euro di canone mensile". Da qui la procedura di sfratto avviata nel 2016, il braccio di ferro con famiglie e operatori, un ricorso al Tar che ha riconosciuto il diritto alla continuità delle terapie. "Il tribunale ci ha dato ragione - raccontano gli avvocati Daniela Terracciano e Valerio Morini, genitori di una bimba in cura al centro - dicendo che la regione non può permettere la chiusura senza ricollocare i bambini". Il ricollocamento però non è mai arrivato. E ad oggi le liste d'attesa per l'accesso a strutture alternative arrivano fino a due anni. 

Il consorzio ha avanzato una parziale soluzione. "Abbiamo presentato all'azienda sanitaria un piano di rimodulazione dei servizi negli spazi che ci sono rimasti - spiega ancora il dott. Ricci - si tratterebbe di trasformare parte delle cure ambulatoriali in domiciliare, senza sacrifici per nessun utente". Ma il timore dei genitori è che invece gli spazi (ridotti alla sola palestra) non siano sufficienti. L'azienda sanitaria locale ha risposto a dicembre con un verbale contenente una serie di prescrizioni e cambiamenti strutturali da attuare. Poi però, nonostante i solleciti del consorzio, è calato il silenzio. E allo sfratto mancano poco più di 48 ore. Lunedì 26 - un giorno prima dell'arrivo dell'ufficiale giudiziario - dovrebbe svolgersi un sopralluogo del personale Asl. Che però non ha fornito ulteriori dettagli che rassicurassero minimamente mamme e papà. 

Si è interessato al caso anche Jacopo Marzetti, garante per i diritti dell'Infanzia della regione Lazio. A un primo appello di fine gennaio rivolto al presidente Zingaretti, caduto nel vuoto, ne è seguito un secondo pochi giorni fa. Dai toni duri. "Oltre a qualche rassicurazione verbale che non ha avuto alcun seguito, non c’è stata nessuna risposta, né sono state prospettate soluzioni o di continuità o alternative per i ragazzi seguiti attualmente dalla struttura". E ancora: "Le istituzioni pubbliche hanno il diritto di fare le scelte che ritengono più opportune, ma hanno anche l’obbligo di spiegarle ai cittadini interessati, dando risposte chiare e certe alle centinaia di famiglie che tra qualche giorno si vedranno private di un punto di riferimento sul territorio fondamentale per le problematicità di bambini e adolescenti".

Abbiamo tentato di contattare la regione Lazio per avere delucidazioni, ma alle nostre domande hanno preferito non rispondere.

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