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Centocelle, nel centro degli sgomberati di Cardinal Capranica: "Preoccupati per le scuole dei nostri figli"

Viaggio nella struttura di accoglienza che ospita 79 persone sgomberate il 15 luglio

La Casa Sacra Famiglia è un edificio di mattoncini rossi alto cinque piani che chiude il lato sinistro di piazza delle Gardenie, proprio di fronte alla fermata della metro C che porta lo stesso nome. Siamo a Centocelle. Dal 15 luglio scorso alcune delle persone sgomberate dall’ex scuola occupata di via Cardinal Capranica sono state accolte in questa struttura. L’amministrazione comunale ha fatto sapere di essere al lavoro per trovare soluzioni più idonee a Primavalle, nel quartiere dove i bambini hanno sempre frequentato la scuola. Ma le persone sgomberate denunciano di vivere in un limbo senza sapere dove finiranno. 

Quando entriamo sono quasi le 11 e fuori l’aria inizia a diventare rovente. Sul posto ci sono anche il vicepresidente del V municipio, Mario Podeschi, e l’assessore alle Politiche sociali del XIV, Andrea Maggi. Nell’ampio salone di ingresso una quindicina di bambini che avranno dai tre agli otto anni corre in ogni direzione. Le loro voci sovrastano il dialoghi delle donne sedute in gruppo a un lato della stanza per controllare che nessuno si faccia male. “Viviamo giorno per giorno, con i nostri figli che ogni mattina si svegliano e ci chiedono quando finirà questa vacanza che non gli sta piacendo, quando potranno finalmente tornare a casa”.

La prima a parlare è Aziza, una giovane donna originaria dal Marocco che ha visto nascere i suoi figli in Italia. Il racconto si ripete simile anche per Souad, Aya, Fadoua, Intissar, Khadija, Zineb, Kaoutar. Tutte vogliono prendere parola per raccontare cosa stanno vivendo e a turno scrivono i loro nomi sul blocchetto per gli appunti, quasi per assicurarsi che ogni parola venga riportata correttamente. “Non siamo ancora riuscite a far capire ai più piccoli che la loro vita non tornerà più quella di prima”. I momenti dello sgombero “non si possono dimenticare”. Impossibile cancellare la paura di trovarsi con i blindati e decine di agenti della polizia che circondano il luogo in cui vivi nel cuore della notte. “Molti bambini fanno ancora oggi la pipì a letto”.

Con lo sgombero, poi, “la maggior parte di noi ha perso quasi tutto quello che aveva. Siamo dovuti scappare con pochi bagagli pieni delle cose più necessarie e quando siamo rientrati dopo aver preso appuntamento con la sala operativa sociale tantissimi oggetti ci erano già stati rubati: i televisori, i vestiti per l’inverno, le scarpe. Erano rimasti solo i mobili più pesanti come divani, lavatrici, camere da letto che però non sappiamo dove portare e quindi abbiamo dovuto abbandonare”. Qualcuno è riuscito a mantenere il lavoro attraversando ogni giorno la città, impresa che la vicinanza della metro rende più semplice. Chi lavorava di notte, ha dovuto lasciarlo. Impossibile affrontare un viaggio da Primavalle a Centocelle con i notturni.

Parlare della propria situazione fa diventare gli occhi lucidi. La prima a cedere contagia le altre, senza troppo rumore. “Siamo preoccupate per il futuro dei nostri bambini. Manca un mese e mezzo all’inizio della scuola e non sappiamo se potremo iscriverli negli istituti che hanno sempre frequentato. Questo è il problema più importante”. Il dipartimento Politiche abitative ha preparato una delibera che predispone una sorta di ‘buono casa’ da 500 euro per affittare alloggi nella zona di Primavalle, dove hanno sempre vissuto. Ma non è stato ancora comunicato alcun piano. “Ad oggi nessuno di noi sa niente”, assicurano. Il municipio, intanto, fa sapere Podeschi, si sta assicurando che anche nelle scuole di Centocelle ci sia posto. “Il punto è che non sappiamo dove andremo quando usciremo da qui”.

I soldi per pagare l’assistenza nella Casa Sacra Famiglia, finita nella stessa determina di un altro centro gestito sempre da Medihospes, quello di via Somaini a Tor Vergata, sono stati stanziati solo fino al 15 agosto. Poco più di 64mila euro per 30 giorni. Poi è ormai quasi certa una proroga ma nessuno sa dire di quanto tempo. Secondo quanto emerso, le famiglie dovrebbero restare nel centro al massimo per sei mesi per poi andare nei centri di assistenza alloggiativa e sociale che nel frattempo il Comune conta di reperire. Ma nessuno sa con precisione il quando e il dove. 

Intanto, nella Casa Sacra Famiglia, si “vive giorno per giorno”. La struttura, di proprietà dell’ente religioso e affittata dalla cooperativa, è nata con il Giubileo del 2001 come ‘casa per ferie’ e dal 2008 è entrata a far parte del circuito assistenziale cittadino. Prima come centro per richiedenti asilo e nel 2011, dopo lo sgombero di un edificio occupato in via Salaria, come residence per l’emergenza abitativa poi chiuso nel 2017. Nel gennaio del 2019 la cooperativa Medihospes, che in tutta Italia ha in gestione diversi servizi come questo, compresa l’accoglienza dei migranti, è stata selezionata tramite un bando emesso dal dipartimento Politiche sociali per reperire strutture per l’accoglienza straordinaria di persone in condizioni di marginalità sociale per il 2019 e il 2020. Nei mesi invernali è stato aperto come centro per senza tetto e anche oggi, alcune delle stanze, si aprono alla sera e si chiudono al mattino per quanti vivono per strada.

Per questo, quando si è capito che la Prefettura non avrebbe rimandato lo sgombero in programma per tre giorni dopo, il Campidoglio ha dato il via ai preparativi per l’accoglienza. I primi giorni alcune famiglie hanno denunciato che il centro era inadatto. Qualcuno ha segnalato la presenza di insetti e cimici in alcune stanze e la struttura è stata sottoposta a disinfestazione.

Visitiamo i corridoi e alcune stanze. Pulite e spartane ricordano proprio quelle di un ostello: dei letti, un armadio, una scrivania e uno specchio. Mentre siamo lì viene montata la sesta lavatrice. Per usarla bisogna rispettare dei turni. Oggi, su 158 posti autorizzati, ne vengono utilizzati 110. Di questi 79 provengono dallo sgombero di Cardinal Capranica, tra loro 24 bambini. Una decina sono invece le persone ‘single’ che vi si sono trasferite dopo lo sgombero di Carlo Felice. Gli altri posti sono occupati da alcuni senza tetto per un servizio notturno e da alcune famiglie rom. Le assegnazioni sono tenute dalla Sala operativa sociale del Comune.

Gli operatori del centro svolgono anche un lavoro di orientamento sul territorio. In questo caso, fanno sapere, le cose stanno procedendo di concerto con i municipi interessati con l’obiettivo di risolvere tutto in tempi brevi. “Stiamo provando ad avviare un percorso per queste queste persone e arrivare a una soluzione”, racconta il vicepresidente Podeschi. “Abbiamo sottoscritto un protocollo con l’Inps perché molti di loro avrebbero diritto a misure sociali come il reddito di cittadinanza o i buoni per i nidi ma fino ad oggi non avevano mai pensato di richiederlo. Si tratta di una serie di passaggi sui quali sta intervenendo soprattutto il municipio XIV, dove loro sono residenti. Abbiamo già avuto diversi incontri qui al centro”.

Vivere nel limbo, però, crea anche seri problemi di natura burocratica: chi deve rinnovare il permesso di soggiorno non può confermare l’indirizzo di via Cardinal Capranica ma non può nemmeno fornire un nuovo indirizzo. Inoltre, la residenza fittizia in via Modesta Valente non viene accettata dalla Questura. 

La quotidianità nella struttura è dominata dalla precarietà. La propria vita privata è vissuta nel perimetro di una stanza d’albergo. Gli operatori fanno sapere che dopo i primi giorni hanno cercato di dare a ogni famiglia una o due stanze a seconda delle esigenze. Ciò che pesa di più, però, è l’assenza, stabilita dalla legge in luoghi come questo, di una cucina autonoma. “C’è una madre con una neonato di 8 mesi che non può nemmeno scaldare un po’ di latte per suo figlio”, racconta una donna. Un altro bimbo si avvicina per mostrare le braccia piene di macchie. “L’altro giorno ha avuto mal di pancia e potrebbe essere intollerante a qualche cosa che ha mangiato. Inoltre è molto difficile imporre ai bambini del cibo a cui non sono abituati. Una famiglia non può vivere in questo posto, qui va bene solo per l’emergenza”. Come dopo un terremoto o un’alluvione.

Un bambino di 8 anni sente la madre parlare e vuole intervenire. A settembre dovrà andare in quinta elementare ed è abbastanza grande per capire la situazione. “Spero solo di poter tornare a vivere a Primavalle prima della fine dell’estate. Non vedo l’ora di rivedere i miei compagni di classe”. 

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