Moglie disabile e tre figli, il Comune non proroga l'accoglienza nel centro: "Il 7 marzo resterò per strada"

In Romania è cresciuto negli orfanotrofi lager e per strada. In Italia, con i suoi tre bambini e la moglie invalida, ha vissuto in molti centri di accoglienza. Ora rischia di restare di nuovo senza un tetto sulla testa

Il centro di Torre Maura chiuso dopo le proteste (ANSA/ANGELO CARCONI)

“Qualche settimana fa il centro di accoglienza in cui vivo mi ha riferito che me ne devo andare. Ma dove posso andare con una moglie invalida, tre bambini e la loro nonna? Me l’hanno detto senza nemmeno una comunicazione scritta”. Costica è seduto al tavolo del sindacato Unione Inquilini al quale si è rivolto per presentare la domanda per l’assegnazione di una casa popolare. Tra le mani stringe uno zaino al cui interno è impilata una cinquantina di fogli, divisi in tante cartellette trasparenti. Mentre parla li sfoglia con nervosismo, nell’ansia di trovare il documento giusto che attesti che le sue parole sono vere.

Vive da circa otto anni nei centri della Capitale e dall’aprile del 2019 abita nel centro di accoglienza di viale della Primavera, a Centocelle, insieme alla moglie, invalida al cento per cento in quanto costretta a muoversi su una sedia a rotelle, alla nonna di 63 anni e ai tre figli di dieci, otto e sette anni. È finito lì insieme ad altre venti persone dal centro di Torre Maura, salito agli onori della cronaca per le proteste di un gruppo di residenti che hanno portato il Comune a chiudere la struttura nel giro di poche settimane.

Ora il dipartimento Politiche sociali capitolino ha deciso di non prorogare il progetto di accoglienza per quella ventina di persone trasferite lì in fretta e furia a causa delle proteste. Tra loro anche Costica che entro il 7 marzo dovrà trovarsi da solo una soluzione alternativa. Anche l'assessora alle Politiche sociali comunale, Veronica Mammì, secondo quanto apprende Romatoday, è stata informata della condizione di queste persone.

Il centro, di proprietà di un ente religioso e gestito dalla cooperativa Medihospes, costa al Campidoglio poco meno di 20 euro al giorno a testa, oltre duemila euro al mese per un nucleo di quattro persone. Lì sono state portate anche le famiglie sgomberate dall’ex scuola occupata di Primavalle. Il buono casa da 516 euro al mese messo a disposizione dal Comune non è una garanzia sufficiente a permettergli di trovare soluzioni nel mercato dell’affitto privato. Una condizione di fronte alla quale si è ritrovato anche Costica anche se per lui non è stata nemmeno prospettata la possibilità di un buono casa.

“Negli ultimi mesi ho sistemato molte cose: sono riuscito a ottenere l’assegno di invalidità per mia moglie e quello di accompagnamento perché sono io che devo badare a lei e ai miei figli”, racconta. “Anche io ho dei punti di invalidità perché sono epilettico. Inoltre sono responsabile per loro e questo mi rende difficile trovare un lavoro. Come faccio ad andare a lavorare se al mattino sono io a dover portare a scuola i  miei figli e sono sempre io a doverli andare a riprendere?”. Costica non riesce a tenere ferme le mani. Scorre le dita sui fogli inseriti nelle cartellette. “Sono andato in tante agenzie, è impossibile trovare una casa in affitto con 800 euro al mese. Quando sanno che hai una moglie invalida e tre figli, poi, la discussione si chiude subito. Mi sono rivolto anche ai vecchi centri di accoglienza, alla parrocchia che mi aveva seguito, ad altri conoscenti. Qualcuno mi ha addirittura chiesto 500 euro al mese per farmi entrare in una casa non sua e disabitata. Davvero, non sappiamo dove andare”.

Non è la prima volta che si trova in questa situazione ma ora ha tre figli a cui badare ed è preoccupato per loro. Costica, classe 1978, è cresciuto in uno dei tanti orfanotrofi lager sorti nella Romania di Ceaușescu, ad Halaucesti, un comune nella zona nord-est del Paese. Alcune inchieste e reportage pubblicati a partire dalla fine degli anni novanta raccontano le difficili condizioni di questi centri: alto tasso di decessi infantili, malnutrizione, condizioni igieniche insesistenti, pidocchi, malattie, freddo.

“Eravamo centinaia. Molti bambini morivano, anche alcuni dei miei fratelli sono morti. Mangiavo pane e acqua e non avevo abbastanza vestiti addosso”. Poi la fuga. “Sono scappato che ero ancora un bambino”. Costica confonde le date, non ricorda bene quanti anni avesse. “Sono andato in una città non molto distante. Vivevamo nelle fogne, entrando dai tombini, per paura che la polizia ci picchiasse. Ho vissuto così fino a 17 anni. Poi ho trovato un signore che mi ha aiutato a ottenere i documenti e a studiare. Io non ero mai andato a scuola e studiando ho imparato a fare il meccanico. Sono molto bravo anche con i lavori di muratura. Mi ha ospitato per qualche anno ma poi sono dovuto andarmene”.

Costica arriva in Italia nel 2008. “Sono venuto qui alla ricerca dei mie fratelli. In Romania non avevo niente. Non avevo una famiglia, non avevo una casa, non avevo un lavoro. Niente. Li ho trovati ma adesso loro vivono in Germania”. I primi anni in Italia li ha vissuti per strada, “alla stazione Termini”. È qui che ha conosciuto la sua futura moglie, ungherese di origini rom, in Italia già da molti anni.

“Quando mia moglie è rimasta incinta del primo figlio i volontari della Comunità di Sant’Egidio ci hanno trovato una roulotte e ci hanno sistemato nei pressi di una chiesa a Tor Fiscale. Lì stavamo bene. Eravamo tranquilli, avevamo la luce e l’acqua calda”, ricorda. “Lì sono nati i miei tre bambini”. Dopo qualche anno, però, Costica e la sua famiglia devono lasciare questa sistemazione. “Ero disperato. Ho anche minacciato di farmi saltare con la bombola del gas. Non volevo andare in un centro destinato ai rom”.

Le sue proteste, però, non sono valse a nulla. Tutta la famiglia finisce nel centro di accoglienza di via Salaria 971, un’ex cartiera salita agli onori della cronaca grazie alle denunce dell’associazione 21 Luglio che, con il report La casa di carta, è riuscita a dimostrare le condizioni di vita precarie all’interno della struttura comunale, con spazi ristretti, pochi bagni e una situazione igienico-sanitaria molto carente. “Siamo stati malissimo, abbiamo sofferto molto”. Dopo la chiusura dell’ex cartiera, nel 2016, Costica e la sua famiglia vengono trasferiti di centro in centro. Da via Salaria, a via Amarilli, poi a Torre Angela. “Non so nemmeno spiegare i danni morali e psicologici che abbiamo subito in questi posti”. Infine, nella primavera del 2019, Torre Maura. “Qui siamo rimasti poco. All’esterno i residenti manifestavano contro di noi, ci lanciavano grossi petardi. Eravamo chiusi dentro, c’erano anche i miei bambini e avevano paura. A un certo punto avrei voluto uscire ma mi hanno trattenuto. Avrei voluto gridargli: perché fate così? Cosa vi abbiamo fatto?”.

Da lì sono finiti nel centro di Centocelle dove gli sono state concesse due stanze. “Nell’ultimo anno abbiamo sistemato i documenti, siamo riusciti a ottenere il riconoscimento dell’invalidità, ci siamo sposati”. Il V municipio ha lavorato per aiutarli a completare l’iscrizione dei tre bambini in una scuola del territorio così da rendere più semplice la continuità scolastica. Ora tutto potrebbe cambiare. Di nuovo. L’ipotesi di finire per strada spaventa Costica.

Dopo tanti anni nei costosi centri di accoglienza ha compilato una domanda di casa popolare solo poche settimane fa, dopo essersi rivolto a Unione Inquilini. Secondo i calcoli del sindacato dovrebbe veder riconosciuti dagli uffici del dipartimento Politiche abitative 61 punti, 5 dei quali grazie a un certificato della Asl che, dopo un sopralluogo presso la struttura di viale della Primavera, ha classificato come ‘discreto’ la soluzione abitativa del centro e riconosciuto il punteggio previsto per questa categoria di alloggi. La prima famiglia in graduatoria ne ha 77 mentre le successive quattro ne hanno 61. Per l’aggiornamento della graduatoria, però, ci vorrà almeno un anno. “Nella mia vita ho attraversato troppi ostacoli per credere a qualcuno che mi dice che avrò una casa. Devo vederla per pensare che sia vero”. Costica non ha tempo. Il 7 marzo lui e la sua famiglia dovranno lasciare le due stanze nel centro di accoglienza. Con il rischio di scivolare indietro di anni, verso un passato che non potrà mai dimenticare.

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“È incredibile che l’assistenza alloggiativa per la quale paghiamo profumatamente venga considerata dalla Asl un alloggio ‘mediocre’ per cui concedere cinque punti ai fini della graduatoria per l’assegnazione di una casa popolare”, commenta Silvia Paoluzzi di Unione Inquilini. “Questa famiglia, che ha un ottimo punteggio, è l’emblema dell’assistenza offerta dal Comune di Roma: scadente e incapace di avviare un percorso per le famiglie in difficoltà. Uno sperpero di denaro pubblico che continueremo a denunciare”. 

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