Tra assegnatari di case popolari e sfrattati, l'asta delle case comunali di Testaccio è un pasticcio

Ecco le storie delle persone che vivono nel patrimonio indisponibile comunale

Stefania è una delle superstiti della tragedia di via Vigna Jacobini. Era il 16 dicembre del 1998. Alle 3.06 di notte il palazzo di cinque piani al civico 65 crolla su se stesso uccidendo 27 persone tra cui la madre e la sorella. Francesca vive sola con i figli e si mantiene grazie al reddito di inclusione. Tra l’87 e il 93 ha vissuto insieme alla sorella e ai genitori in uno dei simboli dell’emergenza abitativa romana, il residence Bravetta. Anna Maria ha 67 anni, è malata di tumore e vive con la pensione di invalidità insieme alla figlia e alla nipote. 19 anni fa le avevano assegnato una casa popolare.

Oggi sono tutti a rischio sgombero: le case in cui vivono nei palazzi compresi tra via Ginori e piazza Testaccio, nell’omonimo quartiere, rientrano nell’elenco dei 488 immobili del patrimonio disponibile di Roma Capitale che la Giunta Raggi, con una delibera approvata dall’esecutivo a Cinque Stelle il 6 luglio scorso, ha intenzione di mettere in affitto a canoni di libero mercato tramite un’asta che si aggiudicherà il miglior offerente. In un quartiere centrale come Testaccio il canone di locazione per una casa di circa 60 metri quadrati oscilla tra valori che vanno dai 750 ai 1100 euro al mese. Anche se visto lo stato di manutenzione con cui si presenta il palazzo, tra muri scrostati, ascensori arrugginite e gradini rotti, è difficile pensare che il Comune potrà affittare queste case senza prima effettuare una serie di lavori. Tra gli attuali inquilini, chi potrà partecipare può “eventualmente” godere di un diritto di prelazione ma chi non ne ha le possibilità deve uscire. 

Eppure molte delle famiglie che in questi giorni si stanno preparando al peggio in quelle case sono entrate tramite la graduatoria per una casa popolare o si sono trasferite lì su indicazione del Comune che ne aveva certificato lo stato di disagio abitativo. Tra i palazzi di via Ginori e di piazza Testaccio nella lista ci sono finiti 64 appartamenti, solo quattro ‘scale’, mentre le restanti risultano di edilizia residenziale pubblica e sono fuori dalla delibera. Solo i locali al pian terreno sono già stati venduti sul libero mercato. Il risultato è un quadro frammentato fatto di assegnazioni provvisorie, contratti mai formalizzati ma confermati da richieste di versamenti per sanare eventuali debiti, bollettini che in alcuni casi riportano la dicitura ‘Erp’ e che in altri parlano invece solo di ‘patrimonio comunale’. Un caos che avrà come unico risultato lo sfratto di decine di famiglie.

La rabbia nel cortile del palazzo è tanta. “Se la sindaca Raggi vuole dire addio alla cosiddetta ‘affittopoli’ venga a parlare con noi, la aiutiamo a individuare le case occupate senza titolo o quelle abitate dai ricchi che poi saranno gli unici a poter rimanere. Ma se è una brava sindaca venga ad ascoltare anche chi vive di pensione minima o di redditi bassi”. Francesca è un fiume in piena: “L’amministrazione non può versarmi il reddito di inclusione da un lato e dall’altro togliermi casa”.

Valentina e la sorella Francesca sono nate in questi palazzi. “Un tempo dovevi dire che abitavi a Piramide perché di Testaccio ti vergognavi, non come oggi che è pieno di artisti”. L’appartamento non era regolarmente assegnato e nell’87 la sua famiglia venne sgomberata e trasferita al residence per l’emergenza abitativa a Bravetta. “Mia madre era gravemente malata di cancro alle ossa tanto che morì a soli 39 anni. Andava tutti i giorni in Campidoglio per rivendicare il diritto ad abitare in un alloggio e nel ’93 ci riassegnarono in via provvisoria due appartamenti di 20 metri quadrati in piazza Testaccio, perché in uno solo in quattro non potevamo stare”. Oggi che i genitori sono morti vive sola con i figli in uno di questi due appartamenti. Tra le mani il bollettino intestato a “Patrimonio Erp e locazioni”. 

Stefania Romani è la presidente del Comitato vittime Portuense. Denunciando il rischio sgombero la sua mente non può non correre velocemente alla notte in cui perse tutto. La casa di proprietà ma soprattutto la madre e la sorella che sotto le macerie del palazzo di via Vigna Jacobini persero la vita insieme ad altre 27 persone. “Scappammo in pigiama. Non ci era rimasto niente e mai nessuno ci ha risarcito per quel danno”. Solo un anno dopo, sette famiglie superstiti sono state trasferite negli appartamenti comunali di Testaccio. “Un’assegnazione in via provvisoria da parte del Comune, allora governato da Francesco Rutelli. Ma nessuna amministrazione, nonostante le nostre insistenze, ha mai stipulato con noi i contratti definitivi”. Sono passati vent’anni. “Oggi arriva la sindaca Raggi e decide di mandarci fuori tutti. Ma dove andiamo? Con quale diritto ci tratta così? Non ha rispetto nemmeno per una tragedia”. 

La madre di Maria Pia ha ottant’anni e vive della pensione minima. È una donna minuta e spesso è costretta a muoversi per casa trascinando una bombola di ossigeno alta circa un metro. I muri del suo appartamento tra il bagno e la camera da letto presentano migliaia di piccole macchie puntiformi di muffa scura. Vernici e trattamenti le allontanano solo per qualche mese. “Mia madre viveva nelle case popolari di via dei Cappellari. Vent’anni fa la spostarono qui per permettere di effettuare dei lavori di manutenzione al palazzo. Otto mesi e sarebbe dovuta tornare, le avevano assicurato”. Terminate le operazioni di ristrutturazione, però, quegli appartamenti a due passi da piazza Navona vengono occupati. La madre è costretta a restare lì e oggi si ritrova a rischio sgombero. 

Anche Anna Maria, Angelo e Sara sono entrati in quelle case tramite graduatoria. La prima, 67 anni, è risultata assegnataria di una casa popolare 19 anni fa. “La aspettavo dagli anni ’80”. Vive con la figlia e la nipote e percepisce solo una pensione di 280 euro al mese. È malata di cancro e ha già subito alcune operazioni invasive. “Quale privato mi affitta una casa in queste condizioni? Noi non chiediamo di non pagare ma di versare un canone di locazione in base all’Isee. Per me è già stato umiliante vent’anni fa ritrovarmi a fare domanda per una casa popolare. Oggi sono costretta a raccontare a tutti la mia condizione pur di non finire in mezzo a una strada. La sindaca Raggi ci sta spingendo sull’orlo della disperazione”. 

Anche Angelo, 57 anni, è malato. “Ho l’Aids e l’epatite e ho subito diverse fratture gravi” racconta stringendo tra le mani un corposo dossier medico. Da quando la madre non c’è più vive solo con i 291 euro della pensione di invalidità. “Confesso di non riuscire a pagare tutti i mesi un affitto che ammonta a 180 euro. Ho chiesto più volte che mi venisse assegnata una casa più piccola ma la mia richiesta non è mai stata presa in considerazione”. Anche la sua casa oggi è nell’elenco. Sara invece ha 31 anni e in piazza Testaccio si è trasferita insieme alla madre quando ne aveva 12. Sempre tramite graduatoria per un alloggio di edilizia residenziale. “Per questo siamo finite qui. Io sono disoccupata ed entrambe viviamo della pensione di mia madre. Dove andiamo?”. 

Per Yuri Trombetti, ex consigliere municipale e attuale responsabile casa del Pd di Roma, “l’inserimento di queste abitazioni nella delibera che ridefinisce le locazioni del patrimonio disponibile è frutto di un errore. La maggior parte di queste case è stata assegnata come edilizia residenziale pubblica senza contare che una delibera del 1998 non inserisce Testaccio tra gli immobili del patrimonio disponibile di Roma Capitale” spiega. “Serve chiarezza: non gli inquilini faranno ricorso contro tale decisione. L’assessora alle Politiche Abitative Rosalba Castiglione è stata invitata a partecipare ad una commissione municipale sul tema il 1 agosto e presto dovrebbe essere convocata anche quella Trasparenza. Alla sindaca Raggi chiediamo di sospendere la delibera”. 

Dietro il cancello di ferro di questo palazzo giallo e bianco, tra i tanti che si affacciano sulla storica piazza, storie come questa si accumulano. Storie superstiti in un quartiere che trainato dal mercato immobiliare ha ormai da anni sta abbandonando la sua anima popolare. Il mercato di quartiere che fino a qualche anno fa animava la piazza è stato trasferito di fronte all’ex Mattatoio e oggi serve cibi romani in versione ‘gourmet’ e insalate vegane ai turisti. “Gli unici che potranno permettersi di abitare nelle nostre case a prezzi di mercato saranno famiglie abbienti. E se iniziamo ad uscire noi, cosa ne sarà delle case popolari che si trovano nello stesso palazzo?”. 

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