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Roma e le dimissioni di Berlusconi: cronaca della "Liberazione-Capodanno"

La storia di un pomeriggio diventato sera in cui la Capitale ha dato sfogo alla sua gioia per le dimissioni del Premier viste da tutti come la fine di un'era

Foto di Gianluca Russo

Sono le 21:41 di sabato 12 novembre e dalla Piazza del Quirinale, affollata da più di 5000 persone trepidanti, è diffusa la notizia delle dimissioni ufficiali del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Al Colle è già festa. Gruppi di giovani, famiglie e bambini cominciano a festeggiare e improvvisare trenini in stile ultimo dell’anno, in alto cartelli e striscioni contro B. che inneggiano la tanto temuta fine del berlusconismo italiano.

E’ cominciato tutto nelle prime ore del pomeriggio quando un presidio non autorizzato circonda piazza Colonna e paralizza completamente Via del Corso. Un centinaio di giornalisti resta piantonato davanti Palazzo Chigi in attesa di una dichiarazione ufficiale o di una mossa falsa del premier ormai sconfitto. Intanto dalla Camera arriva la notizia sulla votazione della legge di stabilità e sono 380 i voti a favore del ddl, l’ultimo atto politico prima delle dimissioni del premier e prima della ormai prevista caduta di governo.

Gli indignati urlano “buffone, buffone...” e lanciano monetine ma la tensione sembra alzarsi quando appare sulla scena un piccolo gruppo di giovani militanti di Forza Nuova a sventolare due bandiere. “Né Berlusconi, né chiunque altro” sono i ragazzi di FN a incalzare con lo slogan e chiedono di poter esprimere liberamente il loro dissenso restando in piazza, come tutti gli altri. Subito dopo l’acceso diverbio con la Digos sono allontanati e portati fuori dalla folla, affiancati dal cordone dei Carabinieri mentre continuano a gridare “Questa non è democrazia”.


Sono le 20:45 e Silvio Berlusconi esce blindatissimo da Palazzo Grazioli diretto al Quirinale. Tra gli indignati, alcuni di questi in continuo aggiornamento di notizie dal web sul cellulare, un ristrettissimo nucleo di sostenitori e simpatizzanti del Pdl accoglie e saluta il passaggio del premier e lo ringrazia a gran voce per il lavoro svolto negli ultimi diciassette anni. All’uscita di Palazzo Grazioli Formigoni replica alla frase di un contestatore “vai a casa buffone”, con il gesto del dito medio. Poco dopo il corteo improvvisato si sposta verso il Quirinale, dove il clima d’accoglienza per l’arrivo di Berlusconi non sembra essere lo stesso. Piazza Venezia e Via del corso sono chiuse al traffico, il centro di Roma è in tilt.

Silvio Berlusconi è a colloquio con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il suo arrivo al Quirinale è stato accolto dalla folla che urla “fuori la mafia dallo Stato” e “..in galera” mentre provano a oltrepassare la barriera dei Carabinieri per arrivare alle auto. In piazza lo stato d’animo collettivo è fomentato da un conto alla rovescia dei minuti per confermare l’addio al premier. Il coro di voci e violini si concentra in mezzo alla folla e intona l’halleluja per la caduta di governo con tanto di distribuzione spartiti musicali e formazione corale impeccabile. Si canta, si brinda e si sventolano bandiere tricolore, l’atmosfera è quella di una grande festa che vuole cominciare e che, come nella notte di san Silvestro, segna la fine di un nuovo inizio.

Sono le 21.41 Silvio Berlusconi non è più Presidente del Consiglio. Si accendono le fiaccole in piazza e la gente balla e urla. Gianfranco Mascia del gruppo del popolo viola urla “sono anni che aspetto questo momento e che c…”. Tutti contro Silvio intanto si vocifera sul potenziale nuovo premier Mario Monti. La piazza è compatta, alcuni blindati dei Carabinieri sfilano in ritirata e qualcuno di loro sorride alla folla, forse in segno d’ approvazione. L’allegria è generale e la festa è cominciata. “Berlusconi è finito” urla la gente, la stessa probabilmente che per diciassette anni ha contribuito a essere la maggioranza del popolo che si fidava di lui e che l’ha sostenuto ma che nel giorno della sua fine politica lo insulta mostrando agli occhi dell’Italia e dell’estero un paese in allarme tutto da rifare.

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