Campi rom: nell'inferno di via Candoni, tra etnie in "guerra" e bimbi che giocano tra container bruciati

Ottocento persone, 200 minori, vivono in baracche fatiscenti, in scacco delle continue faide interne tra famiglie di diverse etnie: "Qui abbiamo paura". La Lega: "Sgombero unica soluzione"

I container andati a fuoco

Cumuli di rifiuti lasciati marcire al sole. Bimbi che corrono scalzi intorno ai resti di baracche andate a fuoco. La puzza dei roghi tossici che non dà tregua e l'acqua che scorre fissa dai tubi rotti dell'impianto idrico, unico sollievo dall'afa. L'incrocio con via della Magliana è presidiato h24. Due camionette fisse della Polizia e una volante. All'ingresso altri due mezzi dei vigili urbani sorvegliano la zona, di là dalle barriere di cemento posizionate per impedire il via vai di camion che scaricano rifiuti da bruciare. Siamo al campo rom di via Luigi Candoni, periferia sud della Capitale. Quindicimila metri quadrati di terreno, un centinaio di cointainer, circa 800 persone, 200 minorenni, residenti in baracche di lamiera oggi fatiscenti, realizzate nel 2000 dall'allora sindaco Rutelli. Uno degli undici ghetti etnici che Roma da anni promette invano di smantellare. 

Le rappresaglie tra etnie

"Non c'ero ero a fare la spesa, sono tornata ed era tutto bruciato". Ania abitava in uno dei tre container andati a fuoco il 3 luglio scorso nella zona est del campo. Ora non sa dove dormire. Ha due bambini piccoli. Altre famiglie si sono attrezzate con dei materassi di fortuna riparandosi dal sole sotto un ombrellone. Vestiti bruciati, plastica, resti di passeggini e mobilio vario spuntano dai cumuli di cenere ancora a terra. Ama dovrebbe rimuoverli a breve, attende l'ok dal Comune al preventivo inviato per effettuare le operazioni. 

Un episodio non isolato, che arriva tre giorni dopo l'accoltellamento di una donna all'interno del campo. 47 anni, è finita in ospedale ferita alla gola da un uomo. Secondo quanto ha riferito agli inquirenti, che indagano sui fatti, avrebbe reagito a un tentativo di rapina. E il rogo dei container, è l'ipotesi al vaglio, non sarebbe nient'altro che una rappresaglia. "Ora sta meglio - racconta la figlia - però è stata in condizioni critiche, l'hanno operata". Un'escalation di violenza e vandalismo, figlia delle continue tensioni interne tra gruppi etnici. Inizialmente abitato da sole famiglie romene, il campo si è popolato negli anni di nuclei bosniaci provenienti dagli sgomberi di microinsediamenti sul territorio. Un ingresso che ha acceso gli scontri. Una faida eterna.  

"Quello che succede qui dentro non è giusto, soprattutto per i nostri figli. Qui chi cerca di portare legalità viene aggredito" racconta Babalau, un abitante. Dice di essere il referente del campo, una sorta di mediatore culturale quando ancora dentro i campi rom della Capitale erano presenti i servizi sociali e di guardiania. Oggi l'area è abbandonata, zona franca senza alcun intervento da parte delle istituzioni. Unica presenza esterna, a parte le forze dell'ordine, un presidio medico del Bambin Gesù che una volta a settimana visita i bimbi del campo.   

Furti e incendi anche al deposito Atac

Le illegalità continue poi non toccano solo la baraccopoli. A farne le spese anche la rimessa Atac distante pochi metri. A inizio giugno un incendio doloso ha distrutto sette autobus. E di continui atti di vandalismo ai danni degli autisti, con incursioni notturne e furti di gasolio ai mezzi, riferiscono gli stessi dipendenti. "Lavoro qui da 17 anni e niente è mai cambiato" racconta Andrea (nome di fantasia, ndr) "siamo sotto scacco. Veniamo minacciati e non possiamo fare nulla". Anche la sindaca Virginia Raggi commentò l'ultimo incendio ai bus parlando di "episodio inaccettabile". Dal Campidoglio però non sono mai arrivate soluzioni. 

Il flop del piano rom del M5s

Anche il campo rom di via Candoni è stato inserito nel Piano rom licenziato dalla giunta M5s nel 2017. Un programma per lo smantellamento graduale degli 11 campi tra "istituzionali" e "tollerati", con affidamento tramite bando a realtà sociali chiamate a gestire la fuoriuscita delle famiglie. In tre anni solo un insediamento è stato chiuso, il Camping River sulla via Tiberina, in due mesi e senza riuscire a trovare reali soluzioni abitative alternative per gli abitanti, molti finiti in strada. Qualcuno anche in via Candoni.

I lavori per la chiusura sono in corso, a rilento, solo al campo La Barbuta. Sarebbero dovuti partire dopo il lockdown anche a Castel Romano, il maxi campo sulla via Pontina, ma un'indagine della Procura per reati ambientali ha portato proprio ieri al sequestro dell'intera area. Lo sgombero è richiesto a stretto giro e non ci sarà il tempo materiale per avviare i percorsi di aiuti alle famiglie che il piano stabiliva di portare a termine in due anni. 

"Unica soluzione è la chiusura"

Sgombero che ora il centrodestra, come già fatto per Castel Romano, chiede anche per via Candoni. "Dobbiamo garantire i diritti a chi li ha, chiedendo però il rispetto delle regole, invertendo prima di tutto il tasso di scolarizzazione dei minori all'interno del campo e mettere fine alle attività illegali" commenta la consigliera della Lega in Regione Laura Corrotti. "Da Raggi e Zingaretti nessun passo in avanti verso il ripristino della legalità sul territorio". Un'interrogazione sulle aggressioni e atti vandalici ai danni di Atac è stata presentata dal senatore della Lega William De Vecchis. "Unica soluzione è la chiusura - dichiara il capogruppo leghista in Campidoglio Maurizio Politi - tra i problemi tra etnie e i continui furti al deposito Atac, non è più tollerabile. La maggior parte di loro non manda neanche i bambini a scuola". Sul posto per un sopralluogo anche il capogruppo in municipio XI, coordinatore della Lega giovani, Daniele Catalano. "Da tempo questo campo genera troppe problematiche, sia per Atac che per i quartieri vicino vedi la Muratella. Roghi tossici, furti continui, serve una strategia risolutiva e il centrodestra su questo, alle prossime elezioni, potrà fare la differenza". 

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