River, la proposta alternativa: un quartiere di casette e servizi al posto del campo

La Soges srl presenta un progetto che il Comune starebbe vagliando come alternativa in extremis al disastro del piano rom

Non un campo rom come siamo abituati a conoscerli. Al posto dei container del River la Soges srl propone edifici fissi in legno, aree per attività sportive, uffici, corsi di formazione, aree verdi e piazze. Una sorta di cittadella, un quartiere, al centro del progetto "Aqua" illustrato ieri dalla società che ha intenzione di proporlo al Campidoglio. Non è chiaro se partecipando a un bando, o avvelendosi di una delle opzioni alloggiative proposte dal Comune nel piano rom: l'ospitalità delle famiglie nomadi presso terzi.   

Centocinquanta unità abitative, attività ricreative, aggregative e formative, "per arrivare gradualmente all'apertura delle zone del 'quartiere' a visitatori esterni", sia in occasione di eventi culturali che sportivi. Il progetto è rivolto, non solo alle famiglie rom, ma anche a quelle italiane rimaste senza abitazione, a migranti e a richiedenti asilo. Inoltre, spiegano gli ideatori "si propone di essere un progetto pilota da estendere anche agli altri campi presenti nella Capitale e non solo". 

"Nel progetto - hanno spiegato durante la conferenza stampa - non sono indicati i costi. Quelli dovranno essere stabiliti da un tavolo con tutte le parti interessate, istituzionali, locali e sociali, che chiediamo venga istituito al più presto. Tutti sappiamo che i campi rom devono essere superati e lo sanno i rom stessi che hanno partecipato in prima persona alla stesura del progetto Aqua. Superare i campi si può, ma serve farlo con criterio". 

Intanto sono andati avanti fino a domenica 1 luglio gli sgomberi nel villaggio di Prima Porta, nonostante le proteste da parte di più enti umanitari. Ultima tra le voci che si sono levate per condannare i blitz quella di monsignor Feroci, presidente della Caritas che ne aveva criticato le modalità 'disumane'. Il Comune di Roma, tramite ditta appaltatrice, ha ultimato la distruzione dei circa 50 moduli presenti nel campo, costati alle casse comunali circa 20mila euro ciascuno. 

Nessuna delle famiglie residenti ha accettato le soluzioni alternative proposte dal Campidoglio come ultima opzione, dopo il naufragio del piano di assistenza per la chiusura dei campi. Soluzioni che prevedevano la separazione forzata di madri e figli a cui veniva offerta assistenza da una parte, e padri che si sarebbero trovati in strada e lontani dai propri congiunti dall'altra. Ora in strada ci si ritrovano tutti. Famiglie più o meno numerose a cui è stata tolta ogni cosa.

Come quella di Meladinin e Senada, genitori di 10 figli, l'ultima nata 20 giorni fa. "Non abbiamo più niente - ha detto la donna all'agenzia Dire - non abbiamo acqua per lavarci, una casa in cui vivere, dormire e far mangiare i nostri bambini". I due hanno allestito delle sistemazioni di fortuna a ridosso dei moduli distrutti, come materassi in terra o tende. Inoltre sarebbe a rischio anche la questione igienico-sanitaria: "Alcuni scarichi- continuano- sono stati otturati con il cemento, altri no, ma per tutti non c'e' acqua per scaricare".

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Una latrina a cielo aperto insomma e con le temperature alte di questi giorni, il rischio è più che concreto. E ancora, "per noi non sarebbe stata possibile nemmeno l'assistenza proposta alle altre famiglie - conclude Senada - abbiamo 10 figli e ci è stato detto che sono troppi, non c'e' posto per loro". Tutte rimostranze ribadite, da loro e dagli altri abitanti del campo, anche con toni molto accesi, al responsabile Rom, Sinti e Camminanti del Comune di Roma, Fabrizio Fraternali, che ieri mattina ha fatto visita al campo per offrire assistenza a un'altra neonata. (Fonte Agenzia Dire)

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