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Rom: l'Italia è il Paese dei campi, e Roma mantiene il primato

In Senato la presentazione del Rapporto annuale 2015 redatto dall'associazione 21 Luglio: "Gravissimo ritardo nell'attuazione della Strategia d'inclusione di rom, sinti e camminanti"

Campo rom in via di Salone

L'Italia dei campi. Da Vicenza a Genova, da Pistoia a Napoli, passando per il nuovo eco villaggio di Giugliano, per soli rom, il nostro Paese è l'unico in Europa dove il Governo, ancora, costruisce ghetti. E Roma, è in testa. "Le istituzioni governative, a livello centrale e locale, continuano a perseverare nella segregazione dei rom, con un grave ritardo rispetto all'attuazione di quanto previsto dalla Strategia Nazionale d’Inclusione". E' l'allarme lanciato dall'associazione 21 Luglio con il Rapporto annuale 2015 presentato in mattinata presso la Commissione Diritti umani del Senato: nonostante i richiami degli organismi internazionali, abbiamo ancora 35mila rom, su 180mila, che in Italia sopravvivono in condizioni di emergenza abitativa, quasi 20 mila in insediamenti voluti, progettati e gestiti dalle amministrazioni. Un isolamento istituzionalizzato, con la Capitale che mantiene il suo triste primato.  

Qui circa 8 mila persone vivono in baraccopoli volute dal Comune, micro insediamenti e "centri di raccolta". Dieci strutture in totale, dove ai residenti di anni si affiancano quelli tolti dagli insediamenti abusivi. Nel solo 2015, nella Città eterna che celebra il Giubileo della Misericordia, le autorità locali hanno condotto 80 sgomberi forzati (+135% rispetto all’anno precedente, quando gli sgomberi erano stati 34). "Tali azioni - spiegano gli attivisti della 21 luglio, da tempo in prima linea per i diritti della comunità rom - in violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, hanno coinvolto 1.470 persone, tra cui donne e minori, per un costo complessivo superiore a 1,8 milioni di euro, pari a 1.255 euro per ogni persona sgomberata"

Eppure, se l'Italia si era impegnata con l'Europa nel 2012 a mettere in atto i punti della Strategia entro il 2020, anche Roma sulla carta lo ha già fatto, anche fuori dai proclami. Nel bilancio di previsione 2015-2017, approvato in Aula il 27 marzo 2015, si parla di chiusura di campi, di necessità di approvare un piano che consenta il superamento dei 'villaggi', tre da eliminare nel biennio. E invece l'unica struttura chiusa fin'ora è il Best House Rom, il tristemente noto "mostro senza finestre", ma non come primo step di una qualche politica inclusiva. Piuttosto per "cessato rapporto con la cooperativa che lo aveva in gestione a seguito di un'interdittiva antimafia". 

Il resto rimane immobile, con un consenso trasversale sulla necessità di chiudere i campi, tra i temi più gettonati delle campagne elettorali, ma senza alcuna strategia per farlo. E un bando, emanato da Tronca e scaduto il 31 marzo scorso, che sembra andare in direzione opposta, affidando la gestione degli insediementi esistenti ancora una volta alle cooperative fino al 2018. 

Intanto, continuano le raccomandazioni degli enti di monitoraggio internazionale per la promozione e applicazione di politiche di desegregazione abitativa. Tra questi la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) e il Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite e, a inizio 2016, il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Nils Mui?nieks con una lettera al premier Renzi.

"Il 2016 è probabilmente l’ultima vera occasione che ha il nostro Paese per recuperare il terreno perduto – conclude la 21 luglio - perché ciò avvenga è però necessario che i nuovi sindaci che saranno chiamati, nei prossimi mesi, ad amministrare città italiane con la maggiore presenza di rom e sinti, tra tutte Milano, Torino, Roma e Napoli, dimostrino volontà, determinazione e concretezza nell’affrontare una questione che non può più essere rimandata".

LE PROPOSTE---->ECCO COME CHIUDERE LE BARACCOPOLI ROMANE
 

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