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Fuori dai residence e senza più buono casa: le storie dei cittadini abbandonati dal Comune

Niente proroga del buon casa, alla scadenza dei contratti il Campidoglio sospende il pagamento degli affitti. Così si passa dall'assistenza alloggiativa allo sfratto

Nessuna proroga per il buono casa. Le famiglie in emergenza abitativa che cinque anni fa avevano aderito alla misura di assistenza alloggiativa uscendo dai residence per trasferirsi in appartamenti pagati dal Comune, permettendo notevoli risparmi alle casse capitoline, allo scadere dei cinque anni di contratto d’affitto non ricevono più alcun euro. L’assessorato alle Politiche abitative di Valentina Vivarelli ha fatto sapere a Romatoday di essere al lavoro per verificare la possibilità di proroga del buono casa.

Eppure il dipartimento Patrimonio e Politiche abitative in alcune comunicazioni avute via mail con alcuni degli inquilini interessati non lasciano posto a dubbi: il Campidoglio “non è più tenuto a corrispondere il canone di locazione alla parte locatrice”, si legge in una mail inviata a una beneficiaria e al proprietario della casa in cui abita che avevano richiesto informazioni in merito. Ad altri beneficiari, con cui Romatoday ha potuto parlare, non è nemmeno arrivata un comunicazione scritta. Quel che è certo è che il Comune ha smesso di versare i soldi, in un caso già dal 1 marzo. Risultato: per le famiglie a cui scade il contratto si apre l’incubo dello sfratto.

Sotto sfratto

“Lavoravo come donna delle pulizie in nero, non mi sono mai potuta permettere un affitto. Con il Coronavirus ho perso tutto e per più di due mesi sono riuscita a fare la spesa centellinando 200 euro che mi sono stati prestati”, spiega Guadalupe, il cui contratto è scaduto il 1 giugno. Claudio invece ha “due figli di 10 e 14 anni. Mia moglie è un’estetista e adesso è senza lavoro. Viviamo con meno di 400 euro al mese di reddito di cittadinanza”. Il suo contratto è scaduto a maggio. Maurizio, che vive con meno di 500 euro di reddito di cittadinanza e ha un affitto da 600 euro, ha già raccontato la sua storia a Romatoday nei giorni scorsi: la sua proprietaria di casa non riceve un euro dal 1 marzo. Tutti e tre sanno che senza un intervento dell’amministrazione dovranno lasciare l’appartamento molto presto. “I rapporti sono buoni, non verrò cacciata di punto in bianco ma il proprietario non può permettersi di tenermi gratis. Devo uscire il prima possibile”. Il racconto di Guadalupe si ripete molto simile per gli altri casi.

Il buono casa

Sono circa 400 in totale le famiglie che negli anni scorsi hanno aderito al buono casa. Buona parte di questi vivevano in un residence per l’emergenza abitativa temporanea. La misura, introdotta dall’amministrazione di Ignazio Marino nel 2015, aveva l’obiettivo di mirare alla “autonomizzazione” di famiglie “oggettivamente non in grado di sostenere le spese del canone di locazione”, si legge nel Piano di intervento firmato al tempo. Famiglie, continua lo stesso paragrafo, “da anni nei centri di accoglienza temporanea” con un costo per l’amministrazione “assolutamente esorbitante e superiore a quello che verrebbe corrisposto con il progetto individuale di sostegno economico all’affitto”.

Il buono casa era uno dei pilastri del piano per la chiusura dei residence tanto che, naufragata la possibilità di reperire strutture meno costose con una gara europea, andata deserta, le famiglie che vivono nei residence sono state tutte costrette ad “aderire a detto istituto” pena la “decadenza automatica dal servizio di assistenza abitativa”. Tutte le circa 1400 famiglie che abitavano nei residence hanno quindi dovuto avanzare domanda anche se solo circa 300 sono riuscite a convincere un proprietario di casa a stipulare un contratto d’affitto. Per i proprietari la sola garanzia comunale, forse ipotizzando la discontinuità che si sta verificando proprio in questi giorni, non basta.

Nessuna proroga

Come detto, l'assessorato di Valentina Vivarelli ha comunicato a Romatoday che sta proseguendo il lavoro di verifica della possibilità di proroga del buono casa. I cittadini, però, non ne sanno niente e i loro affitti non vengono più versati, in un caso anche da tre mesi. Nelle mail che i funzionari del dipartimento hanno inviato ai diretti interessati (Romatoday ne ha potute leggere due) non ne viene fatta menzione. Al contrario si spiega che “tale misura di sostegno, fin dall'origine, è stata prevista per un tempo determinato e la stessa normativa non prevede, al momento, la possibilità di effettuare ulteriori proroghe”.  Viene scritto in un’altra: “Tale forma di beneficio è richiesta dagli utenti ammessi, sulla base di un contratto di locazione, […] per la durata di 5 anni”. Quindi dalla “data di cessazione del beneficio” il dipartimento “non è più tenuto a corrispondere il canone di locazione alla parte locatrice. Si rimane a disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento si rendesse necessario”. Fine della mail.

Nell’articolo del 25 maggio avevamo scritto che il buono casa sarebbe stato garantito a queste persone fino all’assegnazione di una casa popolare. Lo avevamo scritto perché al momento del suo annuncio la misura era stata presentata come un’alternativa virtuosa e meno costosa al residence, inizialmente accessibile solo per le famiglie in emergenza abitativa nei residence (per pochi mesi è stato aperto anche a chi non viveva in queste strutture) e in graduatoria per una casa popolare. Tutti e tre gli intervistati da Romatoday hanno infatti dichiarato: “Se avessi saputo che dopo 5 anni sarei andato verso lo sfratto non l’avrei accettato. Sarei rimasto nel residence anche se non ci si vive bene”.

Dal punto di vista tecnico, però, la certezza del versamento del sostegno all’affitto era stata data solo per i 5 anni del contratto. Anzi. Nel ‘Piano’ del 2015 si legge: “Un massimo di 4 anni, eventualmente rinnovabili”. I 4 anni sono poi diventati i 3 più 2 di un contratto d’affitto e la possibilità di un “eventuale rinnovo”, secondo quanto apprende Romatoday, è al vaglio da tempo negli uffici del dipartimento Politiche abitative ma non è ancora stata intrapresa anche se nel frattempo un numero crescente di inquilini sta diventando moroso con buona pace del loro disagio abitativo e anche dei proprietari che si sono fidati dell’amministrazione. Era proprio agitando questo scenario che il buono casa era stato accolto da una parte degli inquilini dei residence con una serie di proteste e che difficilmente i proprietari di casa si sono fidati della misura rendendola, di fatto, uno strumento marginale per la chiusura dei residence nei quali vivono ancora più di mille famiglie.

La storia di Maurizio

La storia di Guadalupe

Il 25 maggio scorso abbiamo raccontato la storia di Maurizio, disoccupato e con gravi problemi di salute. Da marzo il suo affitto non è più stato versato. Nel frattempo altre persone hanno contattato Romatoday per raccontare la propria condizione. Il contratto di Guadalupe, 54 anni, origini messicane e in Italia da 25 anni, è scaduto il 1 giugno. Era finita nel residence di Casal Lumbroso dopo uno sgombero a Magliana “ma non ho mai vissuto bene là dentro. La notte per la paura che qualcuno entrasse nel mio appartamento non riuscivo a dormire”. Per questo “quando ho saputo che senza perdere i punti in graduatoria per una casa popolare potevo accedere al buono casa ho accettato subito”, racconta. “Ci avevano fatto capire che non sarebbe stata necessaria la proroga, che l’assegnazione nel corso di questi anni sarebbe arrivata. Se avessi saputo che sarei finita per strada sarei rimasta nel residence, nonostante l’ansia che mi generava vivere in quel posto”.

La sua voce trema. Mentre parla Guadalupe trattiene le lacrime. “Mi è cascato il mondo addosso”. Guadalupe non ha parenti a Roma, nessuno a cui chiedere aiuto. Negli ultimi mesi, inoltre, a causa del Coronavirus la sua situazione economica è precipitata: “Lavoro come domestica e negli ultimi anni ho avuto solo un contratto registrato di 4 ore mentre tutto il resto lo svolgevo in nero. Non mi è mai piaciuta questa situazione, ma non potevo permettermi di scegliere”. Con la quarantena è crollato tutto. “Mi sono sempre mossa con i mezzi pubblici e temendo un contagio il lavoro è saltato. Non ho nemmeno ottenuto il buono spesa, perché l’ho richiesto troppo tardi, o le misure di sostegno al reddito del governo, perché ufficialmente lavoro troppo poco. Se sono riuscita a mangiare è solo perché ho centellinato 200 euro che mi sono stati prestati da una delle persone da cui lavoravo. Non sono più riuscita a pagare neanche le bollette”.

A metà maggio Guadalupe, sapendo che il suo contratto era in scadenza, inoltra una mail al dipartimento. “La risposta mi ha lasciato esterrefatta. Come pensavano che una domestica che lavora in nero potesse diventare autonoma economicamente in cinque anni? Dovevo vincere al gratta e vinci?”. Non è una battuta. “Sono terrorizzata, non so davvero cosa fare. Ho lavorato tutta la vita, anche se non è mai stato abbastanza per avere una casa, e ora mi ritrovo da sola e a un passo dalla strada”. Guadalupe non riesce a trattenere le lacrime. Con il Coronavirus si è ritrovata ad avere paura di non riuscire a mangiare, a sperare che non le staccassero la corrente. Perdere la casa sarebbe la fine. “Con il proprietario c’è un buon rapporto ma mi ha già fatto sapere che non posso restare se non pago l’affitto. Si è fidato e ora è costretto a sfrattarmi. Devo lasciare questa casa il prima possibile ma non ho idea di dove andare”.

La storia di Claudio

Claudio invece ha 37 anni, è invalido al 70 per cento a causa di una serie di problemi di salute, ed è padre di due bambini di 14 e di 10 anni. “La prima aveva sei mesi quando io e mia moglie siamo finiti in un residence a causa di uno sfratto. Il secondo ci è nato. Quando abbiamo avuto l’opportunità di trasferirci in una casa abbiamo deciso di accettare. Nessuno ci aveva spiegato che saremmo potuti arrivare a questo punto”, racconta. Claudio ha perso il lavoro nel 2017. “Oggi viviamo con meno di 400 euro di reddito di cittadinanza, cifra che ho contestato all’Inps ma che ancora non mi è stata alzata, e il navigator mi ha detto che con un’invalidità al 70 per cento non può aiutarmi a cercare lavoro. Praticamente sono stato estromesso da una vita normale”.

La moglie di Claudio è un’estetista. “Lavorava in nero e con il Coronavirus è rimasta senza entrate anche lei. I buoni spesa non li ho presi perché percepisco già il reddito di cittadinanza e le bollette non riusciamo a pagarle da un po’ di tempo. Preferisco dar da mangiare ai miei figli”. Il loro contratto è scaduto a maggio, in piena quarantena. “Anche la proprietaria di casa è finita in cassa integrazione e negli stessi mesi ha perso anche questa entrata. Non ha nemmeno i soldi per avviare la pratica dello sfratto”. Claudio è arrabbiato. La voce trema anche a lui. “Ogni anno mando gli Isee e i Cud al Comune per dimostrare di poter restare in assistenza alloggiativa. Le mie condizioni economiche sono andate peggiorando”. Fino a tornare, dopo 14 anni, con l’incubo dello sfratto.  

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