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Lunedì, 27 Giugno 2022
Politica

Il Comune non le rinnova il buono casa: donna di 90 anni rischia lo sfratto

La storia è stata raccontata dal figlio a Romatoday: "In passato esubero di reddito per poche centinaia di euro, ma oggi sono disoccupato". L'assessora Vivarelli: "Stiamo lavorando in tempi rapidi per modificare la misura"

Sotto sfratto a 90 anni perché il Comune di Roma, ormai da gennaio, le ha sospeso il pagamento del buono casa. Il motivo? Vivendo insieme al figlio, in passato ha superato di poche centinaia di euro il tetto reddituale dei 18mila euro lordi all'anno. Ora il figlio è disoccupato e la proprietaria dell'appartamento in cui vivono ha comunicato l'intenzione di procedere con lo sfratto. La comunicazione del 3 giugno 2021 del dipartimento capitolino Patrimonio e Politiche abitative però è chiara: "Il buono casa concesso non potrà essere ulteriormente rinnovato”.

Non c’è pace per le famiglie assegnatarie del buono casa del Comune di Roma. Dopo il rischio sfratto dovuto alla scadenza dei primi contratti, poi rinnovati, ora è il turno di quanti si sono ritrovati senza contributo per esubero di reddito. “Diverse famiglie superano il tetto dei 18mila euro per cifre irrisorie”, spiega Silvia Paoluzzi, segretaria di Unione Inquilini Roma, che inoltre contesta la soglia presa in considerazione dal dipartimento Patrimonio e Politiche abitative: “Secondo noi per il mantenimento del contributo, va considerata la soglia fissata per l’accesso all’edilizia popolare, che è più alta, così come scritto nella delibera che ha istituito il buono casa, oppure i 12mila euro Isee così come stabilito anche da una sentenza del Tar”. Sollecitato da Romatoday, l'assessora a Patrimonio e Politiche abitative, Valentina Vivarelli, ha spiegato: "Stiamo lavorando per modificare in tempi rapidi la misura del buono casa. Per l’accesso al sostegno intendiamo introdurre l’Isee, più adeguato alle reali esigenze dei beneficiari, superando il criterio Erp di riferimento reddituale, tenendo conto anche delle osservazioni del Tar Lazio che è intervenuto sulla materia"

I tempi, però, sono stretti. Tra i destinatari delle lettere di revoca del Comune di Roma c’è anche una donna di 90 anni. “Si comunica che il buono casa concesso non potrà essere ulteriormente rinnovato”, si legge in un documento del 3 giugno 2021. “Si procederà alla revoca e al recupero delle somme non dovute”. Il contratto è scaduto nel dicembre del 2020. Da gennaio, il Comune di Roma, senza comunicare nulla alla famiglia interessata, ha smesso di versare l’affitto alla proprietaria dell’appartamento. Sei mesi e alcune verifiche dopo, di fronte alla richiesta di rinnovo degli ormai ex assegnatari, il dipartimento ha comunicato che il buono casa non potrà essere rinnovato per esubero reddito. Così la proprietaria, il 15 giugno 2021, ha mandato alla donna una lettera per chiederle di lasciare l’appartamento entro 30 giorni. Se ciò non accadrà si “riserverà di agire nei modi e nei tempi più opportuni”.

A raccontare la storia a Romatoday è il figlio Giancarlo, che vive con lei. “Se siamo in questa situazione è solo perché un anno abbiamo superato di poche centinaia di euro la soglia dei 18mila euro. Mia madre vive con la pensione di reversibilità di mio padre e l’accompagno, mentre io oggi sono disoccupato e ho un’invalidità al 70 per cento”.

Il problema è sorto quando Giancarlo lavorava: “Avevo un contratto di 3 ore giornaliere per uno stipendio di circa 450 euro al mese. Assistevo dei ragazzi disabili nel tragitto da casa a scuola e viceversa: li portavo al mattino e poi tornavo a riprenderli dopo qualche ora. Anche se avevo un contratto di tre ore, stavo fuori da casa tutta la giornata, senza considerare che a causa del traffico le ore erano sempre molte di più ma era molto difficile farsele pagare. Poi ho subito un infortunio e alla fine sono stato licenziato”. Secondo quanto conferma anche il sindacato Unione Inquilini, è stato in uno di questi anni che Giancarlo e la madre hanno superato la soglia dei 18mila euro lordi. “Dover restare sotto una soglia così bassa per non perdere la casa è un incentivo a patire la fame, con quei soldi ci vivi a malapena”. 

Giancarlo e la madre hanno abitato per tanti anni nella zona di piazza Bologna. “Vivevamo in una casa dell’Inail, pagavamo 200 euro al mese. Mia madre viveva in quella casa da 50 anni. Poi l’ente ha venduto il suo patrimonio. I soldi che ci aveva lasciato papà non sono bastati per comprare la nostra casa così il nuovo proprietario, una volta scaduto il contratto, ha proposto un rinnovo a 900 euro al mese e ci ha sfrattato. Mia madre era già anziana, ci siamo dovuti trasferire a Ponte di Nona”. Nel febbraio del 2016 Giancarlo e la madre ottengono il buono casa del Comune di Roma. “Noi eravamo già dentro quell’appartamento quando il Comune ci ha riconosciuto il buono casa. Per pagare i 1400 euro di anticipo mi sono dovuto far prestare i soldi, ci ho messo anni per restituirli. Ma mia madre era anziana, con problemi al cuore e un peacemaker, e non volevo farla stare male. Mi sono mosso come ho potuto”. 

Dopo meno di dieci anni, Giancarlo e la madre rischiano di nuovo di finire per strada. “Non abbiamo alcuna speranza di trovare un appartamento in affitto: io sono disoccupato e mia madre ha 90 anni. È difficile anche farsi dare un telefonino a rate”. Non solo. “Nella lettera che mi è stata mandata dal Comune c’è scritto che procederanno al ‘recupero delle somme non dovute’. Ma dove le prendono? Non abbiamo niente a parte la pensione”.  

L’attesa di una casa popolare dura da anni: “Ricordo molto bene il giorno in cui mi hanno assegnato il buono casa. Mi dissero di non preoccuparmi se durava solo 5 anni, perché in questo lasso di tempo mi avrebbero assegnato un alloggio pubblico. Abbiamo 45 punti. Ma non ci hanno mai chiamato. A Ponte di Nona è piano di palazzi vuoti, altri sono in costruzione. Basterebbero per risolvere il problema a molte persone”.  

Vivarelli ha confermato di essere al lavoro per la modifica del tetto massimo di accesso al buono casa. Poi ha aggiunto: "Si tratta infatti anche di un contributo sociale e pertanto vogliamo utilizzare quanto prima modalità tecniche più appropriate per fare in modo che gli uffici applichino criteri adeguati al contrasto del disagio abitativo che la misura mira a prevenire".

Per Silvia Paoluzzi, la storia di Giancarlo e della madre è un paradosso: “Famiglie che hanno diritto al sostegno pubblico lo perdono per cavilli burocratici rischiando di andare a ingolfare ulteriormente le richieste di sfratto in tribunale. Proprio oggi è scaduto il blocco delle esecuzioni, che solo a Roma si prevede saranno 4500. Il dipartimento, in un incontro con Unione Inquilini, ha promesso che si sarebbe fatto carico del problema. Ma queste famiglie non hanno più tempo”.

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