Autodemolitori, la Regione incalza Raggi: "Ora il Comune trasferisca le attività". Le aree idonee ci sono ma l'iter è fermo da mesi

Quattro i siti potenzialmente idonei individuati dal Campidoglio, che attende un riscontro dalla Regione che a sua volta frena precisando: "Non è di nostra competenza"

Autodemolitore, immagine d'archivio

Santa Palomba, Casal Bianco, via della Chiesuola, Torre Spaccata. Sono quattro le aree potenzialmente idonee ad accogliere gli autodemolitori della Capitale. A queste si aggiunge poi un'altra lista di 17 siti papabili secondo valutazioni fatte dai dipartimenti Urbanistica e Ambiente del Campidoglio. Di trasferimento però ancora non si parla, il Comune attende lumi dalla Regione Lazio e la Regione Lazio ribadisce per l'ennesima che, da normativa, non ha alcun ruolo nell'iter decisionale sulla delocalizzazione. Ed ecco che è il solito braccio di ferro tra enti istituzionali a bloccare il regolare smaltimento delle vetture in città. Capiamo meglio. 
 
"La Corte Costituzionale ci dà ragione, confermando la legittimità della norma regionale sugli impianti di autodemolizione. La decisione della Consulta  dimostra che abbiamo rispettato ruoli e competenze, intervenendo per non privare Roma di un servizio necessario per i cittadini e gli operatori del settore. Ora è importante che il Campidoglio acceleri sul piano di delocalizzazione degli impianti con l'obiettivo di fornire maggiori certezze agli autodemolitori". Così commentava una settimana fa l'assessore regionale all'Ambiente Massimiliano Valeriani, a seguito della su citata sentenza che ha di fatto stabilito che il Campidoglio avrebbe dovuto delocalizzare i circa cento rottamatori di Roma entro il 2020, come stabilito da un emendamento alla legge di stabilità regionale di fine 2018. 

Trasferimento che non è avvenuto e che ora la Regione invoca. In realtà, sentenze a parte, ci sono ben quattro note, che RomaToday ha potuto visionare, firmate dall'allora capo della Direzione Rifiuti, Risanamenti e Inquinamenti del dipartimento Ambiente Laura D'Aprile inviate alla Pisana nell'ultimo anno, in cui si fa presente l'individuazione di aree potenzialmente idonee, fuori dal Raccordo e quindi lontane da centri abitati, a seguito di un'attività di ricerca effettuata insieme al dipartimento Urbanistica. L'ultima nota è del 1 giugno, protocollo 37073, e vi si allegano i risultati di due fasi di programmazione. 

La prima conclusasi con l'individuazione di quattro aree "potenzialmente idonee" per la delocalizzazione: un terreno di 69mila metri quadri a Santa Palomba, nel municipio IX, un altro di 64mila a Casal Bianco, municipio IV, una terza area di 33mila metri quadrati in via della Chiesuola, e una quarta ancora di 11mila in via di Torre Saccata, municipio VII. Una seconda fase invece parla di 17 altri siti individuati. "Si ribadisce la propria disponibilità a un eventuale incontro tra tuti gli Enti interessati al fine di concertare le successive azioni amministrative da intraprendere" scrive in chiusura di nota D'Aprile. Un incontro richiesto e sollecitato anche nelle altre tre note precedente, una a febbraio, e l'altra a fine ottobre 2019. 

La delocalizzazione mai avvenuta

In realtà fonti qualificate della Regione fanno sapere che l'ente non ha più alcun ruolo nell'iter decisionale. Detto altrimenti, non c'è niente da concertare. Insomma, siamo di fronte a un braccio di ferro già visto sul tema che condanna il settore all'immobilismo ormai da decenni. Di delocalizzazione infatti, per ragioni di salvaguardia ambientale, si parla dagli anni '90, ma a parte una serie di aree individuate fuori dal Raccordo, con un Accordo di programma del '97, poi diventate impraticabili tra ricorsi, espropri impossibili e vincoli paesaggistici, il piano è rimasto fermo. Su questo il M5s aveva promesso cambiamenti. Ma il trasferimento delle attività in luoghi dove possano operare nella legalità e senza danni ambientali alle aree circostanti, resta un miraggio. 

Nel frattempo molte restano chiuse a seguito di quanto stabilito dal Campidoglio a luglio 2018, quando le proroghe alle autorizzazioni sono state stoppate. Per volere della sindaca Virginia Raggi, che ha spesso rivendicato il ripristino della legalità nel settore, venne imposto lo stop immediato alle attività, e la parallela consegna di progetti per adeguare le strutture alle normative ambientali in vigore, tra le proteste dei titolari che in molti casi hanno fatto ricorso al Tar. A dicembre 2018 intervenne la Regione con la legge di stabilità che permetteva invece agli autodemolitori di proseguire con il lavoro nelle more però di un trasferimento fuori città da parte del Comune che sarebbe dovuto avvenire entro il 2020. La normativa venne impugnata, su pressing di Virginia Raggi, direttamente dalla Presidenza del Consiglio. E arriviamo alla sentenza di una settimana fa. Che ha dato torto al Campidoglio. I rottamatori andavano trasferiti ma l'obiettivo, carte alla mano, sembra ancora lontano.  

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