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Martedì, 25 Giugno 2024
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Redazione

Per i piccoli eventi di quartiere ci vogliono semplificazione e abbattimento dei costi

Basta con i lacci della direttiva Gabrielli. Da amministratore e da cittadino mi rendo conto che non è democratico obbligare realtà no-profit a spendere 800 euro al giorno per una rassegna cinematografica

porticiak montesacroMigliaia di persone riempirono Piazza San Carlo a Torino la notte del 3 giugno 2017. La Juventus giocava la finale di Champions League con il Real Madrid ma i numeri importanti, purtroppo, non sarebbero stati quelli del risultato. Tre morti e 1.672 feriti fu il bilancio dell’ondata di panico che come uno tsunami portò migliaia di persone a scappare contemporaneamente e a calpestarsi l’uno con altro. L’8 dicembre 2018 a Corinaldo, Ancona, sei ragazzi muoiono schiacciati anche qui da un'ondata di panico scatenatasi dentro la discoteca “Lanterna Azzurra” dove, tra l’altro, erano stati venduti il doppio dei biglietti consentiti e le vie di fuga non erano dimensionate per la quantità di pubblico presente.

La direttiva Gabrielli e i "lacci" stretti intorno agli eventi pubblici

All'indomani di questa ennesima tragedia, venne emanata la “Direttiva Gabrielli” ovvero una serie di norme, fortemente restrittive, per la gestione degli eventi di pubblico spettacolo. E’ una prassi sbagliata, soprattutto italiana, quella di legiferare “a caldo” dopo degli importanti fatti di cronaca quando si ragiona più con la pancia che con la testa, più per mandare segnali all’opinione pubblica che per risolvere le criticità o le insufficienze delle norme già esistenti. Anche nel caso di Torino non fu l’assenza di norme, all’epoca già tra le più severe d’Europa, a causare la strage ma la loro non applicazione come hanno dimostrato le condanne successive all’iter processuale. In entrambi questi casi fu l’assenza di controlli. La “Direttiva Gabrielli” ad oggi ha solo complicato l’iter amministrativo per le autorizzazioni del pubblico spettacolo e quintuplicato i costi di gestione di un evento, creando un muro che rende impraticabile l’organizzazione di eventi per tutte le realtà del no-profit (piccole associazioni, comitati di quartiere, parrocchie). Di fatto oggi solo chi ha risorse importanti e capitali  può affrontare serenamente questa sfida tecnico-amministrativa.

A Roma un evento di quattro giorni è un'impresa difficilissima

A Roma, e lo dico sia da assessore municipale che da cittadino, organizzare un evento pubblico è una cosa difficilissima. Difficile e costosa.
Da pochi giorni nel nostro territorio si è concluso il festival cinematografico PORTICIAK!; un evento, raccontato anche su RomaToday, organizzato dal basso da alcune realtà territoriali no-profit che si stanno battendo da due anni per la riapertura e la gestione partecipata di  un'area abbandonata di proprietà dell’INPS. Un festival gratuito di cinque giorni in un quartiere popolare, sostenuto dal Municipio RM III e dal progetto “PeriferiaCapitale” della Fondazione Charlemagne, che ha visto il passaggio di circa tremila persone; chiaramente l’assessorato si è messo a disposizione per aiutare gli organizzatori, come facciamo con tutti gli eventi patrocinati dal Municipio, ed è stato un vero incubo.

Oltre 3mila euro per le certificazioni e 800 euro al giorno di autorizzazioni

Intanto i costi: 3.100 euro è il costo minimo dei tecnici che devono certificare gli impianti e l’impatto acustico, tra reversali e altre tasse si arriva ad altri 800 euro (scia, siae, Tari etc etc); ed ecco che un piccolo festival gratuito alla sua prima edizione ha un spesa giornaliera di circa 800 euro solo per le autorizzazioni, a cui poi vanno aggiunte tutte le altre spese (bagni, utenze, impianti etc etc).  Un muro, economico ed amministrativo, che impedisce (soprattutto ai settori popolari e nei quartieri più periferici) la libera organizzazione di eventi e di iniziative culturali consegnando di fatto al grande privato, con sponsor e capitali, la possibilità di agire la cultura nella nostra città. 

Prendiamo esempio da Milano e apriamo un dibattito

E’ necessario aprire un dibattito, nazionale e locale, che ci permetta di affrontare nei modi giusti fuori dalle emergenze questa sfida; il Comune di Milano ha tentato un approccio positivo attraverso i PIDS (Piccole Iniziativa di Intrattenimento Socioculturale) che non necessitano della licenza di pubblico spettacolo e che hanno come finalità prevalente la socialità, l’incontro e la rigenerazione dei luoghi. Un tentativo ottimo in un comune importante, che può essere un primo passo per riscrivere la storia delle norme per gli eventi culturali partendo dai territori.

Tavolo con Gotor e Battaglia

Proprio in queste settimane c’è un dibattito, coordinato dalla Presidente della Commissione capitolina Erica Battaglia, che vede assessori municipali e l’assessorato capitolino, guidato da Miguel Gotor, condividere gli orizzonti possibili per abbattere questo muro. Sul tavolo ci sono tanti temi: la durata dei bandi per l’estate romana, il controllo dell’eccessiva mole di eventi previsti in I e II municipio, la rateizzazione delle quote richieste per l’OSP commerciale (che ad oggi il Comune di Roma chiede in rata unica prima dell’evento escludendo qualsiasi possibile rateizzazione) e che rappresentano un’altra barriera all’ingresso delle piccole e medie realtà, la facilitazione amministrativa per i piccoli eventi. Un piano di lavoro orizzontale, tra Municipi e Comune, da incentivare e che,sono certo, darà i suoi frutti perché agisce sui problemi veri raccolti dalle amministrazioni di prossimità.

Perché avere eventi sicuri è un obiettivo condiviso, ma lo deve essere anche il diritto di ogni cittadino ad essere motore culturale del paese al di là delle dirette possibilità economiche. Anche questa è democrazia.

*Assessore alla cultura e alle politiche abitative del III municipio

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