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"Con la Bolkestein impossibile la tutela di interessi consolidati"

Il punto sulla direttiva alla base delle proteste del commercio nell’intervista con Marco Evola, professore di Diritto dell’Unione Europea presso l’università LUMSA: “Piuttosto è necessaria sbuocratizzazione e facilitazioni all’accesso dei servizi”

Prorogate in via d’urgenza i permessi-licenze per i commercianti ambulanti: è quanto ha previsto un emendamento approvato all’inizio del mese in sede di conversione del DL Sostegni. Grazie a questa estensione, ultimo colpo di coda della fase pandemica da Coronavirus, si è sospesa la protesta che durava ormai da mesi, da parte della categoria del commercio su area pubblica, che a Roma oltre a cortei e presidi in piazza della Repubblica aveva anche occupato il Grande Raccordo Anulare. “Ora, come legislatori, dobbiamo reintervenire per definire una normativa a regime per i rinnovi delle concessioni che possa essere applicata, senza arbitrarie eccezioni, su tutto il territorio nazionale”, aveva dichiarato Stefano Fassina, uno dei promotori della deroga.

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I servizi e le concessioni degli ambulanti sono disciplinati dalle leggi di recepimento della direttiva Bolkenstein, la 123 del 2006: una normativa, dunque, che ha ormai più di 15 anni. Sono in tanti a chiedersi se non sia arrivato il momento di metterla in discussione: un tagliando, insomma. Proprio su questo tema abbiamo allora intervistato Marco Evola, professore di Diritto dell’Unione Europea presso l’università LUMSA.

Professor Evola, che conflitto va in scena sulla direttiva Bolkenstein?

In onestà, leggendo le ultime settimane di stampa, mi sembra di tornare al dibattito che animò l’opinione pubblica al tempo dell’approvazione originaria della normativa. Credo che si ponga, oggi come ieri, il tema della estensione effettiva della liberalizzazione nel settore dei servizi: da un lato, la pressione per garantire la massima apertura al sistema concorrenziale, dall’altro la spinta alla tutela degli interessi, in parte legati a settori specifici, in parte rivendicati come interesse generale o nazionale. La direttiva risente oggi di un’applicazione un po’ altalenante. Sono esclusi i servizi di trasporto, fra cui rientrano i taxi. Perché? Forse su questo si può avere un ripensamento? Così come sul servizio sanitario, escluso dalla Bolkenstein per questioni di interesse generale: si può oggi pensare che maggiore concorrenza porti un beneficio al fruitore dei servizi di salute? E perché sono sottratte alla Bolkenstein le professioni, ancora, che a tutt’oggi sono organizzate su base corporativa? D’altro canto se prendiamo i lidi e gli arenili, si capisce perché sono sottoposti a una procedura autorizzativa, essendo essi in numero limitato. Questa difformità non aiuta il cittadino a intravedere un disegno legislativo coerente. Direi inoltre che c’è una parte della direttiva che non è attuata, principalmente per resistenza degli stati.

Quale?

Quella della sburocratizzazione. La direttiva non si preoccupa solo di smantellare il sistema delle autorizzazioni o di ridurlo al minimo: impone anche una semplificazione delle procedure della relazione con la PA, cosa che in Italia non siamo stati capaci di implementare. La direttiva chiama inoltre le amministrazioni degli stati a collaborare fra di loro per favorire la circolazione dei servizi nel mercato: anche su questo è mancata la costruzione di un canale.

Sembra dunque che le manifestazioni di chi chiede la tutela di diritti pregressi non possano trovare spazio.

È così. La tutela di interessi consolidati non è un motivo giustificato, nel testo di legge, per impedire l’accesso al mercato di nuovi soggetti, che siano italiani o comunitari. Va inoltre detto che la direttiva non è una legge isolata, ma è perfettamente incardinata nella filosofia del Trattato interpretato secondo la giurisprudenza della corte di giustizia. Il percorso che ha portato alla direttiva nasce da pronunce giurisdizionali, il che ha consigliato poi al legislatore di provvedere con un testo legislativo.

E questo è un po’ quello che viene maggiormente contestato; secondo chi protesta, la Bolkenstein è una normativa asettica, scritta a Bruxelles e lontana dalle esigenze delle persone.

Il problema è che andò diversamente. La Bolkenstein è una direttiva di cui si è molto discusso ed è proprio il testo a confermare che al momento dell’approvazione si è addivenuti a una soluzione di compromesso:  ne sia prova il fatto che lo stesso Bolkenstein, molto più aperturista e liberalizzatore, alla fine disconobbe il risultato finale. Chi fa questa critica coglie alcuni elementi di verità che vengono però piegati a interessi particolari. Dobbiamo ricordarci che l’Unione Europea è un’organizzazione sovranazionale con un forte elemento internazionalistico: a decidere è anche il Consiglio e dunque i governi nazionali. Invocare maggiore partecipazione e democraticità è auspicabile, il trattato di Lisbona fa dei passi avanti in questo senso e tuttavia non mi sembra che in Italia il dibattito pubblico sia permanentemente a monitoraggio di tutto ciò che avviene in Parlamento. Come spesso accade, ci interessiamo dell’Europa solo quando tocca nostri interessi particolari.

La direttiva avrà anche dei limiti.

Certo, come tutti i testi normativi. In alcuni passaggi il lessico è ambiguo e questo ha favorito, altra cosa a cui siamo abituati, una certa “pigrizia” del legislatore. Ad esempio, in alcuni passaggi la legge europea dice che lo stato “non potrebbe restringere l’accesso ai servizi” e questo condizionale ha lasciato ampio margine per soluzioni anche di compromesso e confuse. Trovo inoltre importante segnalare che la direttiva non si occupa solo di chi eroga il servizio ma anche di chi lo riceve: si chiede in sintesi al mercato nel suo complesso che i servizi siano erogati, e questo viene accompagnato da alcune tutele a favore del cittadino che devono essere rispettate. Ecco, le garanzie proposte dalla direttiva rispetto alla solvibilità dell’imprenditore che deve erogare i servizi sono spesso deboli: su questo non sarebbe male intervenire, in un senso più garantista per il cittadino.

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