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Ama, lo sfogo degli ex vertici: "Ecco cosa abbiamo fatto in assenza del Comune"

Dai tavoli tecnici a una denuncia penale contro quegli operatori privati dei Tmb del Lazio che non hanno rispettato l'ordinanza regionale

Dagli accordi con i sindacati ai piani per efficientare il più possibile la raccolta rifiuti durante la crisi estiva, a una denuncia penale contro gli operatori privati che non rispettavano i contratti sui conferimenti. Abbiamo lavorato eccome, sembrano dire dal quasi ex Cda di Ama. Nella lettera di sei pagine inviata ieri alla sindaca Virginia Raggi per spiegare le ragioni delle dimissioni, ben oltre la partita del bilancio 2017 e i famosi 18 milioni di euro, ci sono una serie di punti che riassumono quanto fatto in appena tre mesi e mezzo di insediamento sul fronte rifiuti. Nonostante quella che i vertici dimissionari definiscono una "situazione gravissima [...] ben oltre il quadro che ci era stato rappresentato e documentato prima della nostra accettazione dell'incarico".

Si va dalla "predisposizione di atti, attività e interlocuzioni per l'ottenimento dell'ordinanza regionale", quella del 5 luglio scorso, al "patto di collaborazione e cooperazione sulla riorganizzazione e e il rilancio di Ama con tutte le organizzazioni sindacali", per il sì ai turni straordinari necessari a ripulire con urgenza la città. E ancora da "l'approvazione del piano assunzionale", della "microstruttura operativa per l'efficientamento del servizio e razionalizzazione della catena di comando", e di quel "piano operativo di breve periodo 2019-2020" con specifiche indicazioni degli strumenti e investimenti necessari per uscire dalla crisi e normalizzare il servizio nel breve periodo. 

Ma c'è di più, il Cda fa sapere anche di aver presentato "una denuncia penale nell'interesse dell'azienda e della cittadinanza con richieste cautelari nei confronti delle società proprietarie degli impianti privati per ottenere in via coercitiva le aperture di tutti i flussi necessari ad Ama e alla città". Questo avveniva quando Raggi tuonava sui social network e attaccava i gestori degli impianti del Lazio che lasciavano fuori parte dei rifiuti in arrivo da Roma, a loro dire perché vincolati da ulteriori normative vigenti in materia ambientale. La sindaca, infuriata, chiedeva alla Regione Lazio di far rispettare l'ordinanza in vigore, che però non ha mai avuto un carattere coercitivo in questo senso. Mentre c'era chi, in sordina, percorreva l'unica strada possibile: le vie legali contro chi, non rispettando i contratti, causava un'interruzione di servizio pubblico. 

Eppure dal Campidoglio, è l'accusa, tutto taceva, mancavano "interventi e tempi di risposta compatibili e coerenti con la situazione critica ed emergenziale". Nella lettera il cda parla di "inerzia", di "fiducia venuta meno", di "assenza di una concreta e fattiva collaborazione". Sia per quanto riguarda le questioni contabili che quelle operative di organizzazione del servizio, sia a breve che a lungo termini. Perché l'altro grande punto di frizioni ha riguardato fin da subito gli impianti. Che Roma ne avrebbe avuto bisogno, pur in parallelo a strategie basate su recupero e riciclo del materiale, lo disse subito il consigliere del Cda Massimo Ranieri nella prima commissione Trasparenza dove vennero convocati i vertici appena nominati. E nella missiva si legge tra gli impegni disattesi da parte del socio quello "a condividere e supportare le politiche di investimento in nuovi impianti, e interventi di adeguamento di quelli esistenti". In un altro capitolo dove il dialogo non c'è mai stato. 

Insomma, altro che 18 milioni di euro. Dietro a causare il divorzio c'è stato di più. Raggi si è lamentata - "sui rifiuti mi hanno lasciata sola" - ma forse in isolamento ci si è messa per sua scelta. E dietro ai post urlati sui social network c'era chi lavorava, per la città. 

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