Affrancazioni, rivolta degli acquirenti contro il decreto Fiscale: "Legge iniqua, pronti a opporci"

Venerdì 4 gennaio assemblea per la nascita del 'Comitato acquirenti'

“Siamo di fronte a un provvedimento iniquo che non copre tutti i danni economici che abbiamo subito in questi anni”. Gli acquirenti delle case dei piani di zona che negli anni hanno comprato a prezzi di mercato abitazioni su cui invece pendeva il vincolo del prezzo dell’edilizia agevolata sono pronti a organizzarsi per far valere le proprie ragioni contro quel decreto Fiscale che ha radicalmente modificato le modalità di rimozione di tale vincolo.

Domani, presso la tensostruttura della Chiesa cristiana evangelica Koinonia di via Pasquale Tuozzi a Torraccia, si terrà infatti la prima assemblea che costituirà il ‘Comitato acquirenti’. All’ordine del giorno soprattutto la necessità di capire quali mosse mettere in campo, dal punto di vista politico ma anche giuridico, di fronte alle decisioni recentemente assunte dal Parlamento.

La vicenda è quella delle case di edilizia agevolata, costruite per la maggior parte su terreni di proprietà comunale e con l’impiego di finanziamenti pubblici, proprio perché destinate a particolari categorie sociali. Dopo la prima cessione a un prezzo agevolato, questi appartamenti sono stati venduti e rivenduti a prezzi di mercato. Il Comune rilasciava i nulla osta. I notai rogitavano. La stima è di 250 mila alloggi solo a Roma.

A generare un vero e proprio terremoto è la sentenza 18135 delle Sezioni Unite della Cassazione del settembre del 2015 che riconosce che il valore calmierato avrebbe dovuto seguire l’immobile. Migliaia di famiglie si sono così ritrovate proprietarie di alloggi pagati a prezzi di mercato ma, di fatto, vincolati ad essere ceduti a un valore ‘agevolato’. Con differenze che, in alcuni casi, raggiungono anche i 300 mila euro. Centinaia di acquirenti hanno così iniziato a chiedere ai venditori la restituzione di tali somme innescando centinaia di contenziosi. Molti si sono risolti con una mediazione tra le parti, ma molti altri sono arrivati in tribunale.

I primi a lanciare un grido d’allarme sono stati i venditori, alcuni dei quali, a distanza di anni dalla cessione delle proprie case, sono stati condannati alla restituzione di quelle ingenti somme. Il Parlamento, su iniziativa del Movimento cinque stelle, è intervenuto in questa situazione modificando le modalità di affrancazione, ovvero della possibilità, (possibile fin dal 2011 ma a Roma rimasta inapplicata fino alla fine del 2015), di versare una sorta di tassa al Comune per liberare queste case dal vincolo del prezzo (per il pieno diritto di proprietà è necessaria però anche la trasformazione).

Con il dichiarato intento di “porre un rimedio al dramma sociale”, è stato approvato l’emendamento che ha modificato le modalità di affrancazione prevedendo la possibilità di procedere anche a “chi non è più titolare del bene”. In pratica un modo per permettere ai venditori di versare l’affrancazione al Comune e ‘liberare’ gli immobili dal vincolo del prezzo anche anni dopo le compravendite. Bloccando i contenziosi: “L'eventuale pretesa di rimborso della predetta differenza, a qualunque titolo richiesta, si estingue con la rimozione dei vincoli” si legge nella norma.

“Riteniamo questa soluzione iniqua per tutte quelle famiglie che hanno acquistato anni fa a prezzi di mercato abitazioni che invece dovevano essere cedute a prezzi calmierati” spiega a Romatoday Stella Teodonio del Comitato acquirenti. “Prima di tutto perché da anni siamo prigionieri di queste case: non possiamo né venderle né affittarle ai prezzi a cui le abbiamo pagate e che in molti casi continuiamo a pagare con mutui molto più alti del loro valore. Poi perché il mercato di queste abitazioni ha subito svalutazioni superiori a quelle del mercato tradizionale. Questi immobili sono stati, a causa della carenza di informazione, venduti a prezzi pari a immobili di edilizia privata, mentre ora tutti sanno e nessuno è disposto ad acquistarli a quei prezzi”.

La sentenza 18135 del 2015, continua Teodonio “aveva spezzato il cerchio dell'illegalità che durava da 40 anni e ora agli attuali proprietari è richiesto di pagare tutto ciò che non è stato incassato dal Comune in questo periodo di tempo". Il Comitato si riferisce alle trasformazioni, ovvero al pagamento al Comune di una somma per il pieno diritto di proprietà di immobili costruiti in diritto di superficie (condizione conosciuta dagli acquirenti): "Prima del 2015 ammontavano a poche migliaia di euro e oggi costano fino a 80.000 euro”. L’affrancazione, quindi, per gli acquirenti non basta. “Puntiamo a una mediazione tra le parti che ci riconosca un risarcimento per quanto accaduto”. 

Il comitato è deciso a muoversi sul piano politico ma anche su quello giuridico. Al suo fianco un team di avvocati ha individuato i “profili di incostituzionalità” della norma appena approvata e la sua inapplicabilità ai giudizi in corso. “Mentre attendiamo di capire come questa norma verrà applicata” spiega Giuseppe Di Piero, coordinatore del pool legale del comitato e presidente dell’associazione Area 167 “stiamo lavorando alla possibilità di sollevare il problema della costituzionalità di questa norma. Per diversi motivi. Prima di tutto perché è retroattiva mentre non potrebbe essere applicata ai procedimenti in corso. Ricordo che nel gennaio scorso la Corte Costituzionale si è espressa sostenendo che non è possibile intervenire su contenziosi in corso andando ad avvantaggiare una delle due parti”.

Al secondo punto il fatto che “con le somme richieste l’affrancazione permette di fatto una speculazione”. E ancora. “Questa norma introduce una deroga alla cosiddetta ‘ripetizione dell’indebito’. Il principio è semplice: se verso dei soldi a una persona senza un giustificato motivo ho diritto alla restituzione”. Infine: “Non crediamo sia possibile stipulare un ‘negozio giuridico’ su un bene altrui che non appartiene più a chi lo esercita”. 

“Siamo pronti a lottare per le nostre case" conclude il comitato "facciamo un ultimo appello alla politica perché avvii finalmente un tavolo di confronto con tutti i soggetti coinvolti per arrivare a una soluzione condivisa di questa intricata vicenda”. 

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Commenti (4)

  • Mi pare un disgustoso arrampicamento sugli specchi per sostenere l'insostenibile. La tecnica è quella del piagnisteo nella speranza di ottenere qualcosina, giustificata dal fatto che per un po' si poteva addirittura sperare concretamente di ottenere cifre spropositate. La questione è semplice: se nessuno gli avesse mai detto che potevano guadagnarci cifre a 5 zeri questi signori avrebbero accettato serenamente la perdita di valore del loro appartamento come tutti i proprietari di case acquistate 7-8 anni fa; la sentenza li ha fatti sognare, e ora che il sogno è svanito nel nulla perché è stato stabilito un principio di giustizia gli rode. Il principio stabilito dalla legge è giusto: se il tuo immobile non ha vincoli di prezzo come pensavi quando lo hai comprato, non hai subito nessun danno, quindi le tue pretese di risarcimento sono infondate. Il mercato scende e sale indipendentemente dai vincoli sul prezzo di cessione

  • io farei un controllo retroattivo ,farei pagare i primi che hanno venduto a prezzo di mercato al posto del prezzo calmioerato.

  • L’errore è stato a monte il comune non avrebbe dovuto concedere la vendita di questi appartamenti al valore di mercato. Di fatto chi ci ha guadagnato sono le famiglie che per prime hanno pagato poco e hanno rivenduto a prezzo di mercato. Dovrebbero risarcire gli attuali proprietari

  • Dunque la sentenza 18135 ha valore retroattivo mettendo in braghe di tela centinaia di famiglie, invece una legge che si pone come necessaria per riportare la situazione a quella creduta reale all'atto del negozio è incostituzionale? Diciamo che qualcuno ha creduto di arricchirsi sulle spalle di gente spinta all'errore (sempre che le regole siano state ben interpretate), in modo del tutto inconsapevole e involontaio.

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