Alle origini del Cristianesimo: i sotterranei di San Martino ai Monti

Alle origini della storia cristiana in Occidente, nella Roma dei primi secoli dell’Impero, dove la parola dell’uomo di Nazareth giunse via mare e si radicò nelle comunità israelite già presenti nella Città Eterna, quali veri motori di diffusione troviamo le Domus Ecclesiae. Privati cittadini di ogni estrazione sociale e schiavi, raggiunti da una prospettiva diversa sulla storia umana e sul cammino del mondo, praticavano la vera povertà cristiana che è condivisione mettendo le proprie case a disposizione di una comunità di persone diffidenti e costrette alla clandestinità per incontrarsi, rendere culto, sostenere i poveri, le vedove e gli orfani, creare fraternità e giustizia. Il protocollo che ne derivò è quasi sempre lo stesso: nei secoli successivi, laddove sorgevano questi luoghi di convegno, i fedeli di Cristo fecero erigere le chiese o le basiliche principali per memoria di quanto edificato attraverso le relazioni umane, il mutuo soccorso e i dolori patiti dalle persecuzioni comminate. Così si giunse a festeggiare il dies natalis di un martire ucciso nel giorno della sua morte  per rimembrarne la prova sostenuta e l'ingresso nella vita della gloria di quel Dio unico del quale era divenuto strenuo seguace e testimone.

Gli indirizzi, i numeri civici dove avvenivano le riunioni dei cristiani delle origini erano detti tituli e il genitivo era dato dal munifico personaggio che metteva  a disposizione la dimora. Tutulus Equitii allora era l’antica domus di Equizio, probabilmente un ricco presbitero che prima era stato prefetto all’Annona, oppure una sua proprietà immobiliare donata alla Chiesa di Roma sulla quale venne nel primo quarto del trecento d.C. edificata una piccola chiesa o un luogo di incontro comunitario che poi diverrà la Basilica attuale.  Proprio lì una tradizione erronea vuole che il Papa Silvestro I convincesse l’imperatore Costantino a indire il concilio di Nicea “a salvaguardia della pace tra i cristiani”. Il vero ispiratore del concilio niceno, però, fu papa Milziade I e la dedicazione o il coinvolgimento di papa Silvestro I nell’area interessata si presume che sia più tarda e strumentale perché l’area del colle Oppio in questione era abitata anzitutto da barbari di confessione ariana e necessitava di una figura invece di incrollabile fede cattolica alla quale affidare una nuova e bonificata memoria. Nel sesto secolo, pertanto, la Chiesa venne ricostruita e ampliata da papa Simmaco e dedicata sia a san Martino di Tour che a papa Silvestro. Pochi sanno che la dedicazione venne ampliata anche a San’Ambrogio, anch’egli strenuo difensore della fede dagli attacchi delle dottrine eretiche certamente per le stesse ragioni che trascinarono papa Silvestro in questa storia. I sotterranei della Basilica gestita dai Benedettini prima e dai Carmelitani poi per volontà di Bonifacio VIII dal 1299, con un certo grado di probabilità scientifica furono adibiti in epoca paleocristiana a magazzini annonari per derrate alimentari - quelle da distribuire ai cittadini diseredati - e l’edificio cultuale sovrastante divenne con l’avvento dei Carmelitani una casa di studio e un faro di irradiamento teologico per tutta la cristianità allora conosciuta.     

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