Titina Maselli. I riti della modernità

La pittura di Titina Maselli lungo l’arco di una vita: dalle esercitazioni di ragazzina spinta all’arte da un talento precoce alla morte. È questa la promessa della mostra antologica che Bertolami Fine Art, in collaborazione con il neonato Archivio Titina Maselli, dedica a una delle maggiori artiste italiane del secondo dopoguerra, oggi, paradossalmente, più nota in Francia che nel suo paese natale.

1935 / 1946 – Prime prove nella casa di Via Sardegna
Il percorso espositivo è aperto da una ristretta sezione in cui sono raggruppati i lavori più significativi dei molti eseguiti dai dieci ai vent’anni. Maselli raffigura l’appartamento di Via Sardegna, il suo mondo domestico: gli oggetti d’uso comune della casa e il piccolo Citto, felice di starsene immobile per ore a posare per l’adorata sorella maggiore. Racconterà in seguito la pittrice: “Quand’ero adolescente dipingevo ciò che vedevo intorno a me. In casa c’erano dei libri d’arte ma non mi dicevano nulla, lontani dal mondo”. Di libri d’arte nella casa di Titina e Citto ce ne sono in realtà moltissimi ed è pertanto programmatica la scelta della figlia di Enrico Maselli, raffinato critico letterario e d’arte, di ignorare le suggestioni che potrebbero arrivarle da quelle pagine: Titina è sin dall’inizio attratta dalla contemporaneità. Un’attrazione declinata col gusto sicuro che acquisisce chi, come lei, appartiene per nascita a un’élite culturale.
La casa di cui raffigura interni e suppellettili è il punto di raccolta di artisti, letterati e intellettuali, i maggiori del tempo. Luigi Pirandello - padre di Stefano, che aveva sposato la sorella della madre di Titina – è uno zio acquisito così tenero e assiduo da indurre Citto bambino a chiamarlo nonno. Ospiti fissi anche Corrado Alvaro, Massimo Bontempelli, Emilio Cecchi, Alberto Savinio, Alfredo Casella (il più importante musicista dell’epoca), Alberto Moravia, Palma Bucarelli e Silvio D’Amico.

Tutti innamorati di Titina
“Erano in tanti innamorati di lei. Anzi, nel mio ricordo di fratello minore incantato e adorante, lo erano tutti. Anche i “grandi” e accademici d’ Italia come Massimo Bontempelli che sorpresi scatenato a volerla nella cucina di casa nostra, mentre in salotto c’erano tutti gli altri invitati ignari in conversazione” Nel delizioso racconto scritto per il catalogo della mostra, Citto Maselli rievoca il fascino di quella sorella un po’sirena. La sua celebrata bellezza è, non casualmente, protagonista di una sezione dell’esposizione in cui la curatrice, Claudia Terenzi, ha voluto raccogliere una selezione dei moltissimi ritratti di lei eseguiti da artisti del tempo, non solo italiani, visto che sì, è vero, di Titina si innamoravano un po’ tutti.

La notte, la città, gli atleti in azione
Subito dopo la guerra l’interesse per il suo lavoro di alcuni collezionisti importanti e, nel 1948, la prima personale alla Galleria dell’Obelisco: la pittura è diventata il suo mestiere. Le opere esposte sino al 30 marzo a Palazzo Caetani Lovatelli (quartier generale di Bertolami Fine Art ma anche prossima sede dell’Archivio Titina Maselli) chiariscono che la sua peculiare iconografia di città di notte e atleti in azione – la cifra di riconoscimento della sua ricerca - è in quegli anni già definita.
Le escursioni notturne armata di cavalletto e colori per dipingere dal vero la città fanno parte della sua leggenda. Scortata da Citto o da qualche amico, ma anche da sola, Titina non cerca la Roma antica e monumentale, ad attrarla sono piuttosto le espressioni del moderno anonimato urbano. Le interessano i palazzoni, le insegne pubblicitarie, le luci artificiali della notte metropolitana. “Era affascinata dai residui della giornata che occupavano i marciapiedi: pezzi stracciati di giornali, pacchetti ripiegati di Luky Strike, bucce di mela o di banana” scrive Citto, e il suo ricordo si materializza in due nature morte sull’asfalto del 1948 (Natura morta sull’asfalto e Natura morta Lucky Strike III). Due quadri molto belli e dalla materia densa, probabilmente ottenuta mescolando gli oli a vernici industriali.
Il primo Calciatore ferito arriva nel ’49 a inaugurare il tema mai più abbandonato degli atleti – per lo più calciatori e boxeurs – colti nello sforzo dell’azione attraverso la mediazione della fotografia . “Mi affascinava l’effimero del momento iperbolico fissato dalle fotografie sui giornali sportivi” spiegherà in seguito, indicando la fonte della sua ispirazione nelle immagini pubblicate sul giornalaccio sportivo.

Un percorso personale e innovativo
Il lessico utilizzato in quelle opere – largamente presenti in mostra - non si era mai visto in Italia: un’arte ossimora, espressionista ma fredda, perché Titina cerca la chiave per rappresentare la modernità facendo “tabula rasa di ogni sentimentalismo”. Al centro della cronaca d’arte italiana dei primi anni ‘50 vi è in fondo un’unica vicenda: lo scontro durissimo tra astrattisti e neorealisti. In quale delle due compagini milita Titina? Ovviamente nessuna, lei si sceglie un suo percorso indipendente, una terza via solidamente collocata al centro di quello scenario di guerra: un realismo icastico, a-descrittivo, che non cerca la rappresentazione dell’oggetto ma la verità della sua essenza. Catturare con il colore (“più contrastato e elementare possibile”) l’energia che attraversa la materia, catturare l’energia luminosa della metropoli, l’ambiente emblema di quella contemporaneità in cui si sente perfettamente calata. Inventare un’iconografia di calciatori e boxeurs in azione non per rappresentare l’azione ma “la tensione urlata che si leva dalla folla, il muro di grida che si erge attorno agli irruenti rituali dello sport popolare. Infine, inevitabilmente, lasciarsi alle spalle la Roma ammaccata e per niente moderna della sua giovinezza per approdare, già nel 1952, a New York, la metropoli delle metropoli, il concetto di modernità fatto città.

1952 / 1955 - Gli anni di New York
“La città della vita è NY, nel 52 sapevo già cosa era, già la volevo questa città sotto i fari…non morbida …non condita dal lirico dolente. Volevo proprio dipingere dell’essenza della vernice urbana municipale”
Gli anni di New York, l’oceano messo tra la sua ricerca e tutto ciò che in quel momento si stava facendo nel campo dell’arte in Europa (l’esperienza informale, ad esempio), ci hanno riconsegnato un’artista di compiuta originalità, ma di non semplice interpretazione. La critica, non solo italiana, ha molto scritto su di lei e, se univoco è l’apprezzamento, di segno spesso discorde sono le varie narrazioni della sua arte innovativa in cui più d’uno ha colto un anticipo della rivoluzione pop.

Gli anni ’60
Nel ‘63 inaugura la lunga e mai interrotta stagione dei quadri di dimensioni iperboliche (molti e bellissimi quelli in esposizione a Palazzo Caetani Lovatelli) e si converte all’uso dell’acrilico.
È stata spesso notata la siderale lontananza del suo lavoro - composizioni giganti che sviluppano temi convenzionalmente maschili – dal cliché dell’arte femminile e il contrasto con l’intensa femminilità dell’autrice: bella, esile, elegante.

Parigi
Nel corso della sua vita – raccontata da Citto come un eterno, vorticoso “fare e disfare, partire e arrivare, distruggere e rifare” - Titina Maselli ha incontrato molti luoghi, in alcuni di essi ha vissuto, celebrandoli come quelli della non-Roma: “Per me la non-Roma è condizione di fertilità creativa” anche se a Roma “per motivi inesplicabili, ci torno sempre”. Dagli anni ’70 si radica a Parigi, città che ama profondamente e da cui è riamata. Sarà infatti la Francia a tributarle i primi grandi riconoscimenti internazionali: una mostra nel ’72 alla Fondazione Maeght a Saint Paul de Vence e la prima monografia, scritta da Jean Louis Schefer. Sono anche gli anni in cui comincia a dedicarsi al teatro firmando importanti scenografie in spettacoli memorabili, un interesse e un impegno che rinnoverà fino alla fine.

2005: i boxeurs, l’ultimo dipinto
Il percorso espositivo ideato da Claudia Terenzi si chiude con i Boxeurs del 2005, l’ultimo dipinto di Titina, realizzato per una importante retrospettiva inizialmente programmata a Palazzo delle Esposizioni. La grande tela è ancora sul cavalletto quando, a 81 anni, l’artista muore inaspettatamente. ”Ho sempre ammirato Titina per il coraggio con cui, sola, affrontava tutto – scrive Citto - La trovammo stesa sul letto..Sola anche quel pomeriggio di febbraio”. Sola per scelta, perché – Titina ne era convinta - “la solitudine è il vero segno dell’indipendenza”.

Catalogo a cura di Claudia Terenzi
con testi di
Citto Maselli, Claudia Terenzi, Sabina de Gregori, Lorenzo Fiorucci

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