Quando stavo da nessuna parte: Giorgio Montanini al Teatro Brancaccino

In che modo si può mascherare una “schiavitù” di fatto, dando la sensazione di vivere in una società libera e in totale libertà? Per prima cosa è necessario illudere le vittime di questo inganno, di essere libere. Come si riesce a spacciare per libertà una vita fatta di orari obblighi scadenze costrizioni e inibizioni? Somministrando una libertà di plastica, concedendo a tutti la possibilità di esprimersi liberamente, sfogare la creatività e sfamando l’ego. Dal dopo guerra in poi, è un pullulare di attori cantanti musicisti pittori e fotografi. L’arte è diventata un prodotto di consumo di massa. Corsi di teatro dizione canto recitazione, tutti corsi frequentati da dopo lavoristi senza talento, tutti illusi di essere liberi. Tutti inconsapevoli di soffocare la rabbia e la frustrazione con palliativi come questi.


A questo trucco, aggiungi il classico “divide et impera”, dividi le istanze di protesta in circoli autoreferenziali ed elitari...ambientalisti, animalisti, vegani, sindacalisti! Tutti divisi ma tutti che sbraitano contro lo stesso nemico. Senza parlarsi. Leggi e convenzioni fanno il resto del lavoro. Imposizioni culturali e di stato che fanno rigare dritto la massa informe di schiavi, massa convinta di essere libera, di essere cool.


La ciliegina sulla torta è la convenzione che mette il lucchetto alla ragione, la legge che non si basa sul ragionamento ma sul credere senza capire. La fede. Fai credere alle persone senza che debbano capire e ci ritroviamo a seguire regole vecchie di duemila anni. La religione come pietra tombale del riscatto culturale. Un progetto articolato che ha reso miliardi di persone un’orda di zombie famelica e irrazionale.

Questo è il monologo satirico “Quando stavo da nessuna parte”.


Una sorta di endovena adrenalinica che tenta di scuotere dal sonno profondo.

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