Profano liquido, solo per uso esterno

Spaziando dalla scultura all'installazione, passando per la pittura e la performance, gli artisti in mostra presentano opere il cui tema comune si ritrova da una parte in un’attenzione verso l'oggetto,i materiali di uso comune e quotidiano e le diverse possibilità che questi ultimi possono offrire; dall'altra nell'interesse condiviso verso il concetto di processualità, il trascorrere del tempo, aspetti che si traducono in una forma rituale, sia in direzione di tecniche artistiche di lunga lavorazione manuale ed artigianale, come stratificazioni, assemblaggi, ricami, collage, sia in azioni dove la ritualità assume una forma più marcatamente simbolica e profana.
L’oggetto così rappresentato assume un nuovo ed inconsueto significato, e diviene strumento di investigazione di paradigmi, preconcetti e dissonanze proprie del mondo contemporaneo: Profano liquido, questionando la dicotomia tra forma e sostanza, spiritualità e materialità, vuole suonare come un avvertimento contro i pericoli derivanti dall’adorazione dei falsi idoli e ideologie, prodotti della società materialista e consumistica nella quale ci troviamo a vivere.

Nell'opera di Roberta Folliero il contrasto tra il materiale plastico industriale, asettico, e il ricamo applicato manualmente su di esso, intende questionare lo statuto di opera d'arte in quanto tale, e come risultato di un fare artistico: il gesto di lavorazione manuale, lungo e paziente, del telo di plastica industriale formula un paradosso, con l'attribuzione di una dignità artistica ad un oggetto per sua natura povero. Viene domandato allo spettatore: in che maniera il telo di plastica, originariamente concepito per proteggere qualcos'altro, verrà protetto a sua volta dall'usura del tempo? In un mondo vorace divoratore di mode passeggere, dove la soglia di attenzione dello spettatore si perde nella rapidità di un click, l'artista ci invita a fermarsi e recuperare il tempo individuale, concedendo un secondo sguardo più attento in grado di ridare valore.

Tale volontà di recupero di una forte componente manuale nella pratica artistica si ritrova nelle armi e negli alveari di Marco Ercoli, realizzati tramite un processo lunghissimo, definibile come ascetico, di stratificazioni di minuscoli pezzi di carta: l'idea di protezione dell'oggetto dal significato che ad esso viene normalmente associato, la violenza, viene veicolata per mezzo dell'apparenza innocua e ludica degli oggetti presentati, con i colori richiamanti la bandiera della pace. Si pone in questa maniera un contrasto ancora più incisivo tra il contenente e il contenuto, il significato e il significante, in grado di creare uno spazio critico che spinge a chiederci come, e in che misura, i paradigmi dominanti impostici dal mondo in cui viviamo tramite i mezzi di comunicazione di massa influenzano la nostra visione dello stesso.

Attraverso le sculture e le performance, Charles Ehrenfried compie un tentativo di astrazione della processualità intesa come rito cerimoniale e preghiera: le sculture esposte sono assemblaggi di diversi oggetti e materiali che nascono il più delle volte come props, strumenti che egli utilizza nelle sue performance. Tali azioni ruotano attorno al concetto di identità sessuale e culturale, sacro e profano, religione e coscienza individuale: traendo potenti mitologie ed immagini proprie della religione ebraica, crea un incontro/scontro dove al centro viene posta l'investigazione del rapporto tra venerazione e ricerca identitaria.

Aftercare di Chungha Ester Lim consiste nella rappresentazione pittorica di un corredo funerario, originariamente concepito in forma scultorea e contenente una serie di oggetti che l'artista intende portare con sé in vista di una esistenza ultraterrena. L'aspetto rituale assume non più una forma religiosa ma pagana, sull'esempio delle tombe etrusche, elaborato in un'accezione del tutto contemporanea: viene posto un tentativo di fermare la frenesia consumistica del mondo odierno e il sentimento di sgomento che ne consegue, in una riflessione sulla propria cultura, le proprie origini, alla ricerca di una coscienza di sè, una spiritualità che sembra essersi perduta.

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