Muta il cielo. Il viaggio delle donne eritree

Le donne eritree intraprendono un viaggio di migrazione per sfuggire ad una condizione di dittatura che le rende vittime di torture e di violazioni terribili. L’Eritrea è uno dei paesi più duri al mondo con un servizio militare illimitato, dove si effettuano detenzioni arbitrarie e diverse restrizioni alle libertà di espressione, di associazione e di religione. Le donne spesso sono vittime di violenze sessuali nei centri di addestramento militare e nelle carceri, soprattutto quando vengono arrestate per abbandono illecito della propria patria. I responsabili di queste violazioni sono generalmente guardie e militari che rimangono impuniti (UN Human Rights Council report on Eritrea, 2016).
L’intenzione di questo progetto è di scoprire la storia delle donne migranti entrando nella loro vita intima, nelle case, negli spazi quotidiani per scorgere il loro racconto e il loro vissuto emotivo; un punto di vista dove l’altro è sempre un soggetto con una sua identità e una storia personale. Un viaggio di migrazione dura anni e passa da diversi luoghi intermedi per giungere alla destinazione, dove una donna deve contrastare con condizioni di estrema precarietà.

La rotta dall’Eritrea muove verso l’Etiopia, il Sudan, la Libia o l’Egitto per oltrepassare il mare e arrivare in occidente. Le donne che riescono ad arrivare in Europa, tuttavia, si devono fronteggiare con i resti degli abusi subiti: una gravidanza non desiderata, un allontanamento dalla propria comunità che le ripudia, ferite e conseguenze di violenze anche psicologiche.

Una condizione che si sta manifestando molto frequentemente per le donne è quella di essere abbandonate dall’uomo, con cui si accoppiano volontariamente in una tappa di insediamento del loro viaggio, in gravidanza o con un figlio piccolo. Questo perché al difuori della comunità di appartenenza i vincoli di protezione delle donne vengono meno e la vergogna di essere lasciate, da un compagno della loro etnia, con un figlio è fortemente destabilizzante a livello psicologico, oltre che determinare enormi complicazioni di prosecuzione del viaggio.

Durante il viaggio per le donne emerge una percezione del loro corpo come entità separata da loro: sanno ancora prima di partire, tanto che molte si fanno delle iniezioni preliminari di ormoni per non rimanere incinte, che il loro corpo può divenire oggetto di appropriazione e addirittura di contrattazione per procedere.

La migrazione trasporta diversi significati fino a giungere a cambiare la famosa frase delle antiche Epistole di Orazio “muta il cielo, non l’animo, chi corre per mare” (Epistole I.XI.27 a Bullazio) con “muta il cielo, con l’animo, chi corre per mare”.

Cinzia Canneri è laureata in psicologia e ha frequentato il corso triennale di fotografia presso la Fondazione Marangoni di Firenze e in seguito un master in fotogiornalismo a Roma. Il suo interesse è focalizzato sul reportage sociale e nei suoi progetti cerca di trovare l'incidenza del disagio nell'intimità e nella vita psicologica delle persone o della comunità. È curatrice di mostre con fotografi di fama internazionale, tra cui una mostra inedita di Letizia Battaglia in un ospedale psichiatrico a Palermo. Le sue fotografie sono apparse su varie riviste come Zoom, People Photography, Photo e Lens Blog del New York Times. Tra i suoi premi ricordiamo il Premio per Canon Young Photographers, una borsa di studio per la Fondazione Marangoni e POY (Pictures of the Year International) Premio di eccellenza nella categoria Science e Storia naturale.



La mostra sarà esposta fino al 7 marzo 2018 e visitabile dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 21 (eccetto il giovedì).
Ricordiamo che WSP photography è un’associazione culturale. L’ingresso alla mostra è gratuito e riservato ai soci ENAL. È possibile tesserarsi il giorno stesso dell’evento (costo 3€). In occasione dell’inaugurazione la tessera è gratuita.


Ufficio Stampa WSP Photography
David Scerrati - Daniela Silvestri
www.collettivowsp.org - ufficiostampa@collettivowsp.org - tel. 328.1795463

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