Lapide a Hravat, installazione di Mirella Bentivoglio alla Galleria d'Arte Moderna

Ricomposta e riallestita dopo molti decenni appositamente per questa occasione, l’installazione di Mirella Bentivoglio Lapide a Hravat, composta da un libro in marmo e varie cravatte in plexiglas e pietra, chiude il ciclo Omaggi alle artiste, che ha impreziosito la mostra Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione (in corso fino al 13 ottobre 2019) attraverso le opere di cinque artiste: Marina Abramović, Carla Accardi, Mirella Bentivoglio, Maria Lai e Titina Maselli. Le cinque opere sono state un'occasione unica per riflettere su alcune delle più eccezionali protagoniste dell'arte "al femminile" del Novecento e sulle differenti modalità di intendere il proprio impegno nell'ambito artistico e pu bblico.

Per comprendere il significato di quest’ultimo omaggio occorre ricordare che Mirella Bentivoglio inizia il proprio percorso artistico come poetessa e che, nella seconda metà degli anni Sessanta, constatando l’insufficienza del linguaggio verbale, inizia a giocare con i suoi elementi basilari, isolando dalla frase parole, sillabe e singole lettere, presentate semplicemente nella loro immagine iconica o replicate e combinate variamente, insieme con immagini e oggetti reali. È una poetica volta a rintracciare nell’astrazione del linguaggio la radice materica, concreta, primaria, secondo un’attitudine squisitamente femminile a preferire al dato logico-formale quello esperienziale.

Tra i principali simboli utilizzati dalla Bentivoglio vi sono l’uovo, l’albero e il libro. Negli anni Settanta compaiono i primi volumi in pietra, simboli potenti e archetipici della dimensione intellettuale e della cultura, con molteplici riferimenti alla pietra tombale, ai laterizi usati nelle costruzioni, alle tavole della Legge della tradizione ebraico-cristiana.

Lapide a Hravat, l'installazione

Lapide a Hravat gioca sull’ambiguità di significato e lo slittamento di senso: allude all’etimologia della parola croata hravat, che significa “strozzare”, e all’uso che i soldati croati facevano di un fazzoletto portato al collo come strumento di morte. La cravatta rimanda inoltre in modo sinistro al linguaggio mafioso e gergale, in cui “mettere la cravatta” e “fare la cravatta” si riferiscono alla pratica dell’usura. Parallelamente, però, la cravatta è anche simbolo di rispettabilità ed eleganza nell’abbigliamento contemporaneo dell’uomo occidentale.

Particolarmente accattivante risulta la scelta dei materiali: Bentivoglio ha selezionato marmi di diversa trama e colore, provenienti dall’Europa e da altri continenti, ora lisci ora grumosi, ora omogenei ora striati. Il sapiente utilizzo delle pietre naturali e del plexiglas, unito all’ingegnosa rifrazione dei significati, rende Lapide a Hravat un dispositivo semantico complesso, una sofisticata metafora dove morte e sopraffazione si combinano in modo suggestivo e straniante con il ruolo vitale e costruttivo della cultura.

Mirella Bentivoglio, biografia

Mirella Bentivoglio nata a Klagenfurt, in Austria, nel 1922 e morta a Roma nel 2017. Dagli anni sessanta, ha operato nel campo delle sperimentazioni logoiconiche (poesia concreta, visiva, e interventi sul territorio di matrice linguistica).Tra le ultime personali si ricordano quelle allestite al Palazzo delle Esposizioni, Roma (1996), al National Museum of Women in the Arts, Washington (1999), alla Galleria Oculus, Tokyo (2010), al Pomona College Museum di Claremont, Los Angeles (2003 e 2015), alla Galleria dell'Elefante, Treviso (2015), al Museo Nori De Nobili, Trecastelli (AN) (2016), alla Galleria dell’Incisione, Brescia (2018), al Museo della Nuova Era, Bari (2018) alla Conceptual Gallery, Milano, al Museo Cavoti, Galatina (LE) (2019). È stata invitata nove volte alla Biennale di Venezia (tra il 1969 e il 2009); alla Biennale di San Paolo, nel 1973, 1981, 1994; al Centro Pompidou di Parigi, nel 1978, 1981, 1982; a Documenta, Kassel, 1982; all’Expo di Milano, 2015. Sue opere fanno parte delle collezioni del Macro e della GNAM di Roma; della Galleria degli Uffizi di Firenze; del MART di Trento e Rovereto; del MUSMA di Matera; del MACTE di Termoli; del MAGA di Gallarate; del MUSINF di Sinigallia; del Museo Ca’ Pesaro di Venezia; del Getty Institute di Los Angeles; del MAC di San Paolo del Brasile; del MOMA di New York. Parallelamente all'attività artistica, ha svolto ruoli critici e curatoriali prevalentemente nell’ambito delle neoavanguardie verbovisive. In particolare ricordiamo la storica mostra “Materializzazione del Linguaggio” curata da lei nel 1978 per la 38ª Biennale di Venezia.

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