Dicotomia in mostra al Centro Cuturale Gabriella Ferri

Mostra Fotografica di Michele Chiavassa
Nella contrapposizione tra linee moderne e segni in dissolvenza, portiamo in evidenza la divisione, netta, che ognuno di noi vive quotidianamente.
L’ordine ed il disordine, l’austerità di alcune architetture moderne contrapposta alla incontrollata vaghezza dei luoghi abbandonati, mette in risalto anche le nostre divisioni.
La ricerca della compiutezza va ad incrociarsi con la necessità creativa, con la sensazione di effimero che ci circonda.
Ed allora la chiusura, il completo vengono ribaltati e denudati nella loro struttura, vengono ricondotti ad uno scheletro privo di armature, di sovrapposizioni.
L’essenza del concluso marcisce sotto la spinta del vissuto.
Il progetto nasce quasi in maniera autonoma, nasce sottotraccia, non cercato ma autofecondato.
Nel continuo della creazione interviene l’effimero delle strutture artificiali.
Questa dicotomia è il riflesso dell’incuria, dell’abbandono nel senso più ampio del termine. Le strutture divengono parafrasi dell’io.
L’uomo abbandonato, non curato, non amato inevitabilmente si ripiega su se stesso, piegandosi all’incuria, alla ruggine.
Assi distorte, disgregate. Scale senza più un piano di riferimento, piani senza più concretezza sono riflesso del ripiegarsi su se stessi, della vita che pressa, del tempo che corrode. Ma, allo stesso tempo il nuovo sorge, spesso dove prima esisteva solo il ricordo.
Nel continuo rigenerarsi, le linee nette, giovani, le arditezze stupefacenti del moderno, riflettono la continua volontà di rinnovarsi, di cercare il germoglio, del ripartire.
Ed allora quale è la finalità di questo progetto?
Forse, in maniera presuntuosa, di mostrare una delle innumerevoli contraddizioni di questa città, sviscerata in ogni suo aspetto, ma ancora specchio del nostro essere dimezzati.

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