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Venerdì, 24 Maggio 2024
Cultura

INTERVISTA | Zerocalcare tra serie tv e realtà: "Roma città in sofferenza. Nuovi progetti? Me pija l'ansia"

RomaToday ha intervistato Michele Rech, in arte Zerocalcare, a pochi giorni dall'uscita della serie tv "Questo mondo non mi renderà cattivo"

Dopo il successo di "Strappare lungo i bordi", Zerocalcare ha presentato il suo nuovo progetto televisivo. "Questo mondo non mi renderà cattivo" è il titolo della nuova serie sbarcata su Netflix lo scorso 9 giugno.

Un racconto diverso, con un nuovo personaggio e la difficoltà di rimanere se stessi in mezzo alle contraddizioni della vita a fare da filo conduttore. RomaToday ha intervistato Michele Rech - in arte Zerocalcare - che ha svelato qualcosa in più sulla serie e sulla sua vita.

“Questo mondo non mi renderà cattivo", è il titolo della tua nuova serie. Tanti hanno iniziato a vedere gli episodi, c’è chi già li ha finiti tutti. Quali sono le tue sensazioni? Come sta andando secondo te?  

E' difficile da capire, sono sommerso da commenti di chi sta vedendo la serie e non ho ancora la lucidità di fare un quadro d'insieme. Generalmente mi sembra che stia andando bene, sto ricevendo tanti commenti di persone che si sono riviste in alcuni passaggi, che condividono con me la loro esperienza. E' una risposta molto umana quella che sto riscontrando. Ovviamente, in questa serie, non c'è la componente della storia d'amore, che invece era presente in "Strappare lungo i bordi" e, magari, questa, a qualcuno mancherà.

E' vero che questa serie è nata prima di "Strappare lungo i bordi"?

E' vero, ma non ero capace a farla, proprio per questo suo respiro cinematografico. Avrei rischiato di toppare, per questo mi sono portato avanti con "Strappare lungo i bordi" che aveva tutto un altro ritmo, più breve, più gestibile. Siccome era andata molto bene l'esperienza di lavoro con la squadra di Movimenti Production, mi sono affidato a loro per colmare quei limiti che avevo in ambito cinematografico. Molto di questo progetto è frutto di un lavoro collettivo.

In questa seconda serie tornano tutti i personaggi che abbiamo avuto modo di conoscere nella tua prima serie, ossia Zero, Sarah, Secco, l’Armadillo (sempre con la voce di Mastandrea), ma si aggiunge Cesare. Chi è? E da cosa è nata l’esigenza di aggiungere questo nuovo personaggio?

Cesare è un mio vecchio amico che scompare dal quartiere per una ventina d'anni, ritorna e non trova più i suoi punti di riferimento, i suoi amici stanno allo sbando, non gli danno retta e così si trova smarrito e preda di qualsiasi strumentalizzazione. Cesare non è una persona vera, di Cesari nella mia vita ne ho conosciuti un sacco e lui è un po' una crasi tra tante di queste persone.

Tema centrale nella serie è l’arrivo di un gruppo di migranti in un centro accoglienza di una zona periferica che è denominata "Tor Sta Ceppa". Tutta la storia gira attorno a questo episodio che divide le opinioni, crea delle divisioni all’interno del quartiere, ma anche interne a Zero. Quali sono – se ci sono – dei fatti specifici a cui ti sei ispirato per il tuo racconto?

Dalla pandemia ad oggi si è parlato meno di certi temi a Roma, però, prima, situazioni come questa erano quasi all'ordine del giorno in tantissimi quartieri della periferia e anche nelle zone limitrofe. Penso a quando veniva data una casa popolare a qualcuno che aveva un cognome straniero, o a quando veniva portato un gruppo di profughi in un centro d'accoglienza, ce ne sono stati davvero tanti di questi casi. Un po' come con Cesare, questo è un racconto immaginario che fonde tutte queste diverse vicende in una sola.

Quindi, secondo te, quante Tor Sta Ceppa ci sono a Roma?

Quanti sono i quartieri di Roma.

Nella serie viene fuori il senso di inadeguatezza che tutti i personaggi – chi in un modo, chi in un altro – vivono, in particolare c'è Cesare che solo con Zero riesce a togliersi la maschera, ad essere se stesso, non per forza quel “superpredatore” che la società gli impone di essere. Secondo te, quanto siamo vittime del metterci questa corazza, del doverci fare coraggio a tutti i costi per sopravvivere a questa società?

In generale tanto, anche oggi. Il rapporto specifico tra Zerocalcare e Cesare sottolinea quanto questo fosse molto forte per noi nati negli anni '80. Qualcuno mi dice che le generazioni di oggi hanno un po' meno questo bisogno tra maschi di essere tutti d'un pezzo e riescono a vivere i propri sentimenti in maniera un po' più libera, non lo so se è vero, però sicuramente per le persone della mia generazione queste sono state delle grosse catene.

Nella serie emerge un forte combattimento che Zero ha nel dover prendere una posizione sul tema del centro accoglienza. Ti capita mai di vivere questi forti combattimenti – soprattutto oggi che sei un personaggio pubblico – sul cosa sia giusto o non giusto fare?

Mi capita continuamente e, alla fine, penso sia sempre giusto prendere una posizione, me l'accollo insomma. Mi viene chiesto continuamente di prendere parola su un sacco di cose e penso sia giusto farlo. Il rischio però è di sembrare un pappagallo, di diventare prevedibile, per questo è necessario trovare gli spazi giusti per farlo.

L’amicizia è un tema forte in questa serie, quella con Sara, con Secco, con Cesare che incontri a distanza di 20 anni. Quanto c’è di te in questo racconto dell’amicizia? Nella realtà come ti relazioni con i tuoi amici?

Sono un cane in realtà (ride, ndr). Sono uno che, se mi comunichi un'esigenza, ci sto, accanno tutto, in ginocchio sui ceci ci vengo, ma sono una persona poco attenta e quindi questa esigenza me la devi verbalizzare in maniera molto esplicita. Se si tratta di cogliere segnali, invece, non me ne accorgo, in mezzo a mille impicci sono carente. La serie racconta anche un po' questo. Ci sto lavorando.

Nella serie dici di rappresentare come dei dinosauri tutte quelle persone che sono parte attiva nel quartiere e sono mosse da ideali nobili. Nella realtà, oggi, ci sono secondo te dei dinosauri nella nostra società? E se sì, chi sono?

Secondo me ce ne sono tantissimi, quasi in ogni quartiere, almeno a Roma. Ci sono tante persone che si fanno carico dei problemi del quartiere, con iniziative di solidarietà, per il bene collettivo. Penso, ad esempio, ai centri sociali, ai comitati di quartiere. Unica cosa è che, molto spesso, vengono avvertiti come qualcosa di novecentesco, distante dai giovani d'oggi che, spesso, si avvicinano alla politica in forma virtuale, con spazi di discussione su Internet. Quelle forme di autorganizzazione dal basso, gli spazi fisici, mi sembra che soffrano un po', che facciano fatica a tenere il passo degli strumenti tecnologici.

E le tue serie potrebbero essere uno strumento per avvicinare questi due mondi lontani?

Mi piace questa idea, perché delle periferie molto spesso si raccontano solo il degrado o i poverelli, ma il lavoro di chi si attiva in maniera non vittimista non viene raccontato mai. Poterlo fare attraverso questa serie a cartoni animati mi sembra un bel modo per rendergli omaggio.

Qual è la giornata tipo di Zerocalcare?

Solitamente mi sveglio alle 8,30, lavoro fino a verso le 17, poi mangio uno yogurt, vado a pisciare, mi rimetto a lavorare fino a verso le 20,30 o fino a mezzanotte se sono in consegna. La mia giornata tipo si svolge sul divano, con un foglio sulle ginocchia. In questi giorni, invece, è tutto un frullatore. Fai un'intervista, corri da una parte, rispondi a tutte le cose da incastrare per la promozione. E' tutto abbastanza frenetico e il resto del tempo lo trascorro cercando ogni sillaba detta su questa serie, per capire come sta andando.

Qualche giorno fa, quando hai fatto il lancio a Roma, c’era davvero una folla incredibile, tutti in fila per trovare posto all’Ex Mattatoio per incontrarti e vedere i primi due episodi di "Questo mondo non mi renderà cattivo". Come vivi tutto questo? Come ti relazioni con il tuo pubblico che obiettivamente è sempre più vasto?

I grandi numeri mi terrorizzano in generale. Non riesco a parlare davanti a tanta gente, guardo per terra, la cosa mi mette in difficoltà. Il modo perfetto di relazionarmi con il pubblico è uno per uno. La gente arriva, io mi siedo, gli faccio un disegno, parliamo 3-4 minuti con ciascuno, anche se si tratta di farlo per 13 ore consecutive, comunque è la mia comfort zone. Invece in occasioni come quella all'Ex Mattatoio è un po' più difficile.

Il successo non ti ha cambiato quindi?

In questo senso no, credo che non mi abituerò mai.

Parliamo di Roma, la tua città. Come la vedi oggi, come sta messa secondo te? 

Mi sembra abbastanza in sofferenza, ma una sofferenza che non è nuova. Ciclicamente vengono promesse diverse cose ai quartieri dove manca tutto, qualcuno si fida, qualcuno no, ma in generale c'è una grande disillusione. Mi sembra una città dove tutti pensano molto di più a se stessi rispetto a qualche anno fa, ma penso sia una delle prime conseguenze di quando uno sta male. 

Se potessi cambiare oggi qualcosa di Roma, da dove cominceresti?

Penso che le due cose di cui la gente ha più bisogno sono la casa e i trasporti. Penso che sia pieno di strutture vuote e di gente senza casa. In più, stiamo in una città dove per andare al punto A al punto B, in periferia, anche se questi punti sono vicini, probabilmente devi passare da Termini, perché non esistono collegamenti alternativi nelle periferie. Tutto è Terminicentrico. 

Hai nuovi progetti in cantiere?

No...non ce la faccio più (ride, ndr). Al momento gestiamo questa cosa qua, dopo penserò a che altro fare. E' prematuro, me pija l'ansia se penso a che devo fare dopo.

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