Il papa-mago Silvestro II e il tesoro di Campo Marzio

Miti e leggende del papa Gerberto d'Aurillac, dalla reggia d'oro di Augusto alla morte a Santa Croce in Gerusalemme

Una famosa leggenda romana, degna de Le Mille e Una Notte, narra che in Campo Marzio vi fosse uno degli accessi al magnifico palazzo sotterraneo di Ottaviano Augusto e al suo tesoro. Ciò si doveva soprattutto alla presenza di una statua metallica nei pressi del Monte Citorio che all’avvicinarsi dell’anno mille aveva stimolato la fantasia di popolani e pellegrini.

Non si sa con precisione chi rappresentasse la statua, probabilmente Giulio Cesare o lo stesso Ottaviano Augusto. Certo è però che la particolare posizione con l’indice della mano destra puntato in avanti e la scritta “Hic Percute” (percuoti qui) avessero convinto i cercatori di tesori ad attaccare ripetutamente la statua a colpi di scure, di mazza e di pietre.

Il monaco benedettino Guglielmo di Malesbury nel 1130 riporta però un unico solutore dell’enigma e cioè il papa Silvestro II, una delle figure più interessanti ed enigmatiche della Roma medievale. Erudito in ogni campo dello scibile umano e geniale inventore, giovane prodigio durante gli studi in Catalogna e da sempre affascinato dalla cultura musulmana, Silvestro II fu il primo papa di origini francesi.

Nato come Gerberto d’Aurillac, venne incoronato papa nell’anno 999 e fu quindi lui a traghettare Roma e il mondo Cristiano attraverso lo spartiacque dell’anno mille. Fu un uomo così avanti rispetto ai suoi tempi da suscitare i timori del popolo e della nobiltà che videro in lui un papa-mago e lo tacciarono di aver stretto patti col diavolo.

Sempre secondo la leggenda, Silvestro II riuscì ad intuire che il tesoro di Campo Marzio andava cercato non all’interno della statua bensì seguendo la direzione indicata dal dito, in un punto su cui si posava la sua ombra nelle ore del tramonto. Tornato con un cameriere durante la notte Gerberto si introdusse nei cunicoli sotterranei, fino ad arrivare ad una magnifica sala della famosa reggia sotterranea.

Tutto era d’oro puro, dalle pareti al mobilio e alle diverse figure umane di cavalieri, re e regine, immobili e anch’esse dorate. Un “Carbonchio” (odierno rubino) al centro della sala risplendeva di luce propria mentre nell’angolo opposto della stanza una statua di un giovane tendeva arco e freccia.

I due non riuscirono però a portare via niente, perché ogni volta che provavano ad avvicinarsi agli oggetti le statue dorate si animavano scagliandosi contro di loro. Credendo di farla franca il cameriere provò a rubare un coltello ma subito la statua del ragazzo scagliò la freccia contro il rubino e l’improvviso buio della sala costrinse il papa e l’aiutante a fuggire, abbandonando così il tesoro per sempre.

Altre versioni affermano invece che Silvestro II fu in grado di portare con sé degli oggetti particolarmente importanti, tra cui ad esempio un anello con la Stella di Davide donatogli dalla statua della Regina in grado di svelare i segreti della vita, oppure un libro nero pieno di incantesimi da cui sarebbe fuoriuscito un Djinn o Genio.

Questo fantomatico libro viene però spesso retrodatato come fonte di ogni caratteristica magica di Silvestro II. Si dice infatti che Gerberto d’Aurillac l’avesse rubato da giovane ad un filosofo arabo in Spagna (o ad un demone oppure ancora al diavolo in persona) che promise di cercarlo per terra e per mare per vendicarsi. Il furbo Silvestro aggirò comunque la maledizione legandosi sotto un ponte con una corda e restando appeso, quindi né in terra né in mare.

La cronaca medievale riconduce sempre a Silvestro II l’incredibile costruzione di un vero e proprio automa, un meccanismo dalle fattezze umane ritenuto capace di rispondere a qualunque domanda. Solitamente identificato come una testa di bronzo questo marchingegno secondo i contemporanei era chiaramente di matrice demoniaca. Si riteneva infatti che fosse un golem, o in alternativa un demone, incatenato al servizio del papa tramite una maschera d’oro, magari proveniente dal tesoro di Augusto.

Fu proprio questo dispositivo poi, secondo la tradizione, a predire le circostanze della sua morte. Interrogata dal papa sulla questione, la maschera affermò infatti che Silvestro II sarebbe morto officiando messa a Gerusalemme. Il papa pensò allora che sarebbe bastato non recarsi in Terra Santa per raggirare stavolta persino la morte ma poco tempo dopo venne colto da un malore durante una cerimonia presso la chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme.

Ordinò allora la distruzione di tutte le sue invenzioni, confessò i suoi peccati e chiese il perdono divino. Dopo aver dato le ultime disposizioni in materia religiosa, poco prima di spirare chiese che il suo corpo venisse trascinato da un carro di buoi e sepolto nel primo punto in cui questi si fossero fermati. Con stupore del corteo funebre il carro si fermò in un altro luogo santo e cioè davanti alla Chiesa di San Giovanni in Laterano.

La tomba di Silvestro II è ancora oggi all’interno della Chiesa di San Giovanni. Si dice che in occasione della morte di un cardinale si inumidisca e che poco prima della morte di un papa perda un vero e proprio rivolo di acqua, evento che le è valsa l'epiteto di "pietra sudante".

Neanche la morte di Silvestro II segnò quindi la fine delle dicerie sul suo conto. Nel 1648 per non dare adito ad ulteriori leggende papa Innocenzo X ordinò l’apertura della sua tomba, ma il cadavere rimasto perfettamente intatto si dissolse completamente a contatto con l’aria e sparì in una nube di polvere. Nel sepolcro rimasero soltanto la croce d’argento e l’anello papale.

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