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Cultura

La Sedia del Diavolo, frammento di antichità nel Quartiere Africano

Il sepolcro di Elio Callistio tra arte, storia e leggende popolari

Passeggiando nel cuore del Quartiere Africano, a pochi passi dalla trafficata Viale Libia, si ha la possibilità di ammirare un esempio di architettura funeraria di Roma Antica. Circondate da auto parcheggiate e nascoste dai più alti edifici moderni - nell’eterno contrasto tra passato e presente che contraddistingue la Capitale - sorgono le rovine del sepolcro attribuito ad un certo Aelius Callistion, liberto dell’imperatore Adriano.

Il sepolcro, situato in Piazza Elio Callistio e meglio noto come “Sedia del Diavolo”, è in laterizio ed è databile alla metà del II sec. d.C. La struttura, del tipo cosiddetto “a tempio”, si sviluppa su due piani e presenta una camera inferiore semisotterranea - accessibile da una scala ricavata sotto il podio - e da una camera superiore. Particolarmente interessante, dal punto di vista stilistico, è il pavimento della camera inferiore, realizzato interamente in mosaico bianco.

Il nome popolare deriva dal curioso aspetto assunto dal monumento a seguito del crollo della facciata; il rudere, infatti, ricorda nella sua forma attuale un’imponente sedia con braccioli e schienale.

Riguardo alla singolare accezione demoniaca, sono molti i racconti talvolta leggendari che accompagnano la storia dell’edificio. Pastori e vagabondi lo utilizzavano spesso come rifugio e vi accendevano fuochi che, con l’oscurità, conferivano alla struttura un aspetto tetro e inquietante. Nel Medioevo, si credeva che Satana stesso avesse utilizzato il rudere come trono e ne avesse così provocato il crollo parziale che ha dato forma alla struttura visibile oggi.

Secondo altri racconti popolari, la costruzione avrebbe fatto anche da scenario a banchetti, orge ed altri riti esoterici e propiziatori, organizzati dai seguaci del Diavolo. Costantemente circondato da un’aura di mistero e magia, il monumento sembrava potesse addirittura conferire il dono della preveggenza e capacità curative.

Nonostante appaia oggi perfettamente integrata nel vivace contesto urbano del Quartiere Africano, la costruzione continua ad affascinare per la sua imponenza e unicità, riuscendo a catapultare romani e turisti in un’epoca ormai molto lontana ma ancora incredibilmente viva nell’immaginario collettivo.

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