“Giacomo Balla. Un’onda di luce” e di colore alla Galleria Nazionale

Fino al 26 marzo, un allestimento inedito riunisce per la prima volta le opere del grande pittore futurista donate al museo dalle figlie

L’abbraccio delle forme, la scomposizione della luce e dei colori, la potenza delle linee dinamiche, il commovente realismo degli affetti familiari e del paesaggio romano. Tutto questo è Giacomo Balla, artista poliedrico ed esponente di primo piano del Futurismo e del divisionismo italiano.

Per la prima volta, la Galleria Nazionale riunisce in un unico percorso espositivo le opere acquisite grazie alle due generose donazioni - rispettivamente nel 1984 e nel 1998 - da parte di Elica e Luce Balla, figlie del grande pittore torinese.

Curata da Stefania Frezzotti, la mostra “Giacomo Balla. Un’onda di luce” ripercorre l’intensa attività artistica del maestro, raccontandone l’evoluzione dal divisionismo di derivazione volpediana degli esordi, fino al ritorno alla figuratività degli ultimi anni, passando ovviamente per la grandiosa stagione futurista.

Fil rouge dell’esposizione e, più in generale, della poetica di Balla, è la luce in tutte le sue manifestazioni: materiali e spirituali, naturali e artificiali; ma anche la luce frutto dell’indagine fotografica, con l’esaltazione del colore e lo studio delle inquadrature e degli effetti.

Ad aprire il percorso, alcune opere fondamentali del periodo futurista, tra cui Compenetrazioni iridescenti (1912) - in cui l’artista opera una scomposizione della luce in forme geometriche astratte - e diversi dipinti che incarnano la formula visiva della “linea di velocità”, con la quale Balla approda all’innovativo linguaggio futurista.

Altre opere interpretano la fusione di questo stile con ulteriori elementi grafici, quali la “forma rumore”, il “vortice” e le “forme volume”, attraverso i quali l’artista modella la propria alternativa astratta della realtà. Un esempio tra tutti, l’opera Forme grido Viva l’Italia (1915), in cui un energico tricolore astratto diviene allusione alle manifestazioni in favore dell’intervento bellico italiano nella Prima Guerra Mondiale. Non a caso, nel 1914, lo stesso Balla redige il Manifesto del vestito antineutrale.

In quel periodo, l’adesione del pittore all’estetica futurista è totale: nel 1915, firma con il collega Depero lo scritto rivoluzionario Ricostruzione futurista dell’universo, affermandosi così come uno dei principali esponenti ed interpreti del movimento.

L’esperienza del divisionismo d’ispirazione umanitaria di Pellizza da Volpedo, maturata in gioventù nel contesto torinese d’origine, lascia un’impronta indelebile sullo stile di Giacomo Balla, che l’artista arricchisce con una personalissima scomposizione cromatica e con tecniche ed elementi mutuati dalla fotografia. Questi ultimi sono particolarmente evidenti nel trittico Affetti (1910), in cui l’artista sperimenta una sorta di bianco e nero fotografico e la frammentazione in fotogrammi di un unico spazio, attuata anche in altre opere, tra cui Villa Borghese. Parco dei Daini (1910).

La mostra offre altresì l’occasione di uno sguardo alle passate esposizioni dedicate al pittore, attraverso immagini che ripercorrono due grandi retrospettive organizzate dalla Galleria Nazionale:  la prima, nel 1971, in occasione del centenario della nascita di Balla; la successiva, nel 1988, in concomitanza con il perfezionamento della pratica di donazione da parte di Elica e Luce Balla, grazie alla quale la prestigiosa collezione del museo si è arricchita di opere straordinarie, tra cui La pazza e Dimostrazioni interventiste.

Particolarmente suggestiva la sezione conclusiva dell’esposizione, che accompagna il visitatore nel passaggio dal periodo spiritualista dei primi anni ’20 - ravvisabile in Trasformazione forme-spiriti (1918) - ad un convinto ritorno alla figuratività negli ultimi anni dell’artista. Una produzione, quest’ultima, troppo spesso interpretata dalla critica come una fase di perdita di creatività rispetto alla ben più celebrata stagione futurista e, pertanto, ingiustamente ignorata o comunque sottostimata.

Si tratta, invece, di un momento fondamentale nell’esperienza artistica di Balla, che ha sempre attribuito immenso valore e significato al realismo: “l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative e ornamentali”, scriveva il maestro in una lettera.

Ad ispirare i dipinti di questo periodo sono principalmente i ritratti familiari ed i suggestivi paesaggi di Roma, dove Balla si era trasferito alla fine dell’800. Dalla bellezza della semplicità in Poesia rustica (1946) agli imponenti e romantici pini di Aria e sole a Villa Borghese (1949), queste opere si contraddistinguono per una luminosità calda e avvolgente e per le tonalità accese, che danno vita a effetti di straordinaria intensità ed incredibile realismo.

La ricercatezza delle inquadrature e delle pose dei soggetti nei ritratti ricorda quella tipica delle fotografie, con effetti di eccezionale modernità stilistica. Ne è un esempio Un’onda di luce (1943), dipinto che dà il nome alla mostra e che nel titolo richiama quello di una delle due figlie dell’artista, ritratta di sbieco su un vivace sfondo di rossi. E ancora Non mi lasciare (1947), opera commovente intrisa di incredibile dolcezza, una dolcezza che traspare nella scelta di toni caldi e morbidi e nell’espressività dei volti.

Degna di menzione anche l’opera La fila per l’agnello (1942), in cui il realismo di stampo fotografico diviene un espediente particolarmente efficace nella rappresentazione di temi assai cari a Balla, ossia quelli umanitari, legati al disagio sociale e all’emarginazione dei più deboli.

Una mostra da visitare per conoscere più a fondo un’importante figura del Novecento italiano, un artista sofisticato e al contempo sensibile, capace di dare forma e voce alla realtà attraverso un uso sapiente e originale della luce e dei colori.

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