Cultura

La Roma di Vladimir Luxuria

Attivista lgbt, personaggio televisivo ed ex deputata, è stata la prima persona transgender ad essere eletta al parlamento di uno Stato europeo. Nata a Foggia, nell'85 si è trasferita a Roma, la sua seconda mamma. L'intervista a Vladimir Luxuria

Una valigia piena di sogni e di voglia di libertà. Così Vladimir Luxuria, nel 1985, lascia Foggia per trasferirsi a Roma, dove realizza molto di più rispetto a quello che si aspettava. Una laurea in lettere alla Sapienza con 110 e lode e i primi passi nell'attivismo lgbt fino a diventarne la bandiera. Poi per lei si aprono le porte della tv e nel 2006 quella di Montecitorio, che l'accoglie come la prima transgender eletta al Parlamento italiano. Una legislatura le basta, "ho sempre pensato che non sarebbe stata una cosa per tutta la vita" racconta a Roma Today, confessando un "amore reciproco" con questa città da cui si sente adottata. I primi anni nella Casa dello Studente a Portonaccio - dove conosce Maria Antonella, una delle sue più care amiche, che "ogni volta portava dalla Calabria i prodotti sott'olio, meglio della mensa" - e il colpo di fulmine con il Pigneto, trent'anni fa, "quando ancora in pochi lo conoscevano", dove compra casa "grazie a Giorgio, che mi prestò dei soldi perché non avevo niente da parte". Le serate Muccassassina, prima al Castello, "un locale a Borgo Pio di proprietà del Vaticano", poi al Palladium a Garbatella e infine al Qube "perché ci serviva un posto sempre più grande". E' sempre lei, nel '94, a organizzare il primo Gay Pride italiano nella Capitale. Basta parlare mezz'ora con Vladimir Luxuria per capire la sua profonda gratitudine nei confronti di Roma, che per certi versi l'ha vista nascere.

Pochi giorni fa c'è stata un'aggressione omofoba alla fermata metro di Valle Aurelia. Si parla di grandi passi in avanti e invece sembriamo ancora fermi.
"Mi chiedo cosa infastidisca così tanto di una dimostrazione d'affetto tra due persone dello stesso sesso. Cosa smuove? Il problema non è chi dimostra affetto, ma chi reagisce con odio. Non c'è qualcosa che non va in chi esprime la propria affettività, con un bacio o tenendosi per mano, ma in chi reagisce in maniera spropositata con così tanto odio. Come se si smuovesse qualcosa dentro, di represso. Né io che sono trans, ma neanche un gay verrebbe infastidito dalla dimostrazione d'affetto tra due etero. C'è un problema psicologico di queste persone. La gente non deve avere paura di dimostrare amore perché ci sono dei pazzi in giro, degli omofobi, delle persone violente. A maggior ragione credo sia urgente una legge contro l'omotransfobia, che è vero ha un aspetto punitivo, l'aggravante, ma c'è anche un altro aspetto di questa legge, di cui non si parla, che è quello preventivo ed educativo. E' importante per fare in modo che un domani non si debba assistere davvero più a scene di questo genere. A me la violenza dà fastidio sempre".

Anche lo scivolone di Striscia la Notizia, che l'altra sera in un servizio ti ha definito "donna per approssimazione", è stato per certi versi 'violento'.
"Striscia è un programma che seguo, che amo, a cui ho spesso partecipato. Quando mi chiesero di partecipare a questa campagna per chiedere l'abolizione dell'Iva al 22% sugli assorbenti, come se fossero un bene di lusso quando invece sono essenziali, ho subito aderito. Non sono stata lì a pensare 'No, non ho le mestruazioni e non aderisco'. Se io sono contro il razzismo non è necessario che abbia quel colore di pelle per crederci, oppure se faccio una battaglia contro le barriere architettoniche, anche se non sono su una sedia a rotelle cerco di immedesimarmi. Ho aderito subito e mi sarebbe piaciuto che si parlasse più di questo che della battuta infelice, perché sì, è stata una battuta infelice 'approssimazione' e ha distolto l'attenzione dall'obiettivo del servizio".

Cresciuta a Foggia poi fuggita da Foggia a Roma. Fuggita da cosa per trovare cosa?
"Io amo la mia città di origine, dove torno spesso. Lì ho i miei genitori, mio fratello, i miei parenti e i miei amici. Nell'85, quando sono andata via da Foggia, volevo una città più grande, uno spazio maggiore, ma volevo anche studiare all'università. Mi sono iscritta alla facoltà di Lettere alla Sapienza e mi sono trasferita".

Dove?
"I miei quartieri sono sempre stati gli stessi di Anna Magnani e Pasolini. La mia prima residenza è stata la Casa dello Studente a Portonaccio, in via de Dominicis, proprio vicino a quel famoso palazzo che si vede in 'Mamma Roma', con i due cervi fuori al portone. Anni dopo mi sono trasferita al Pigneto, altro set cinematografico di Pasolini, con il Mandrione a due passi".

E abiti ancora lì...
"Sto al Pigneto da trent'anni. Prima in un appartamento in affitto in via Ascoli Piceno, all'ultimo piano, poi ho comprato casa in via del Pigneto, a un prezzo anche conveniente: la pagai 220 milioni, 110 metri quadri, soffitti alti, muri spessi. L'ho presa quando ancora in pochi conoscevano questo quartiere. Ho subito sentito quella piccola isola stretta tra due grandi arterie, la Casilina e la Prenestina, dove ancora esiste l'ad personam. C'è Il macellaio, Il pizzicagnolo, Il farmacista. C'è la dimensione umana del paese, senza però quel controllo sociale del volersi impicciare degli altri a tutti i costi, quel pettegolezzo tipico della provincia".

Vivi molto il quartiere quindi?
"Sì sì, soprattutto il mercato. Anche se prima c'erano più banchi. Vivendo tra luci artificiali e studi, l'idea di andare lì a scegliere la verdura mi rimette coi tacchi per terra. Poi c'è il mio parrucchiere, ContestaRockHair, la Pizzeria del Pigneto che fa una pizza buonissima. Non lo cambierei mai e non ho mai pensato di cambiarlo".

Neanche quando, anni fa, hanno scritto 'via i trans' davanti casa tua?
"Mai. A parte che quelle scritte secondo me non le hanno fatte persone del mio quartiere, ma io mi sono sempre trovata bene, ho sempre trovato disponibilità nella gente che ci abita, ho una casa che mi piace, perché me ne dovrei andare?".

L'angolo del cuore?
"Mi piace vedere sulla circonvallazione Casilina questa sfilata di palazzi color pastello. Se ci fosse un canale sotto potrebbe somigliare a Venezia. Invece al posto dell'acqua scorre una ferrovia. Spero che la fermata Pigneto, che dovrebbe portare direttamente all'aeroporto, venga fatta il prima possibile perché renderebbe ancora più conveniente vivere lì".

Invece il tuo posto preferito di Roma?
"L'Isola Tiberina. E' bellissima, soprattutto la sera".

Ci sono pezzi di questa città che ancora ti mancano?
"Mi piacerebbe conoscere di più Corviale, il Serpentone. Anche se è una zona pericolosa, vorrei scoprirla".

Torniamo all'85. Quando sei arrivata a Roma hai trovato quello che ti aspettavi?
"Roma mi ha accolta, mi ha adottata. E' un rapporto d'amore reciproco, di protezione. Non mi sono mai sentita un'estranea. Questa è una città che sa accoglierti e mi ha sempre dato una soluzione quando ho avuto dei problemi. Ho un rapporto quasi mistico con lei".

E' stato difficile ambientarsi?
"All'inizio mi perdevo, soprattutto con i mezzi. Ma a volte mi succede ancora oggi, Roma è enorme".

Ti sposti anche adesso con i mezzi pubblici?
"Sì, certo. Non penso che una persona perché è nota non debba prendere l'autobus. Se mi è comodo prendo i mezzi, altrimenti la macchina, ma la uso davvero poco".

Che ricordi hai della Casa dello Studente?
"Bellissimi. Ho vissuto lì per cinque anni ed è stato fondamentale per concludere gli studi, perché se non facevi un tot di esami l'anno perdevi il diritto di restare, quindi è stato uno stimolo importante. Eravamo una famiglia, c'era una solidarietà incredibile tra noi, soprattutto tra quelli del sud. Se serviva uno che faceva la puntura c'era quello che studiava medicina, se ti serviva una consulenza legale c'era quello che studiava giurisprudenza. Lì ho conosciuto una mia amica carissima, Maria Antonella, che ora è tornata in Calabria. Aveva tutte le conserve di prodotti calabresi meravigliosi, sottolio. La mensa era buona, ma la roba che riportava lei dalla Calabria era migliore".

Mangiavi a mensa?
"Sì, mille lire a pasto".

E adesso dove vai a cena?
"Adoro L'Infernotto, un ristorante a via del Pigneto".

Invece la colazione al bar?
"Da Petrone, in via Macerata".

Sei rimasta una ragazza di periferia.
"Amo la periferia. Mi sento di aver valorizzato e scoperto prima degli altri certi luoghi che erano considerati periferia. Mi ricordo, ad esempio, che quando proposi di trasferire Muccassassina a Portonaccio ci fu all'interno dell'organizzazione chi si opponeva, dicendo che era un posto troppo periferico".

La prima serata Muccassassina l'hai organizzata nel '93 ed è subito diventata un cult delle notti romane. La trasgressione era 'show' oppure reale?
"Trasgressione è spesso definita da chi percepisce la trasgressione come tale. Per me era organizzare una serata di libertà. Per qualcuno è trasgressivo un locale dove due ragazzi possono baciarsi, strofinarsi, dove non è importante la griffe o l'outfit ma è importante la tua voglia di divertirti. Una door selector drag queen, spettacoli en travesti, tutto questo a qualcuno poteva sembrare trasgressivo, ma affascinava soprattutto gli etero. Se fai una bella serata, dove c'è bella musica e fai un grande spettacolo, la gente si sente libera. E' nata a Testaccio, al Villaggio Globale, ma si facevano delle serate sporadice e specialmente durante il mese del Pride. Poi è diventato un appuntamento settimanale al Castello, in via di Porta Castello a Borgo Pio, in un locale di proprietà del Vaticano, pensa. Ex cinema porno, poi discoteca Lgbt e nel 2000 è diventata la sala stampa che seguiva il Giubileo. Avevamo sempre bisogno di un locale più grande, così ci siamo spostati a Garbatella al Palladium, finché non siamo arrivati all'Alpheus, in zona Ostiense e poi al Qube di Portonaccio, dove tuttora si tengono le serate Muccassassina che aspettano la fine di questo incubo per tornare".

Com'era la Roma by night di quegli anni?
"Io ho dei ricordi bellissimi. La cosa più bella era la gente che si divertiva e stava bene. Questa folla senza barriere mentali, a torso nudo, gente che si sorrideva. E' stato bello anche aver usato anche i soldi degli ingressi di questo locale per finanziare i Pride che si sono tenuti a Roma dal '94 in poi. Ma ricordo anche personaggi noti che venivano da noi, Alexander McQueen, Rupert Everett, le Spice Girls, Pina Bausch, la più grande coreografa tedesca. Trattati come gli altri, venivano a divertirsi e nessuno chiamava i paparazzi".

E oggi com'è la movida in città?
"Sicuramente ci sono più offerte e c'è anche una parte di persone che preferisce organizzare feste e festini privati in casa, con l'aiuto dei social. Questo è cambiato. Ultimamente era un po' morta la movida, c'era stanchezza rispetto alla Roma di notte, ma dopo questo periodo credo sarà stimolante organizzare nuove serate".

Tu quando esci la sera dove vai?
"Quando uscivo la sera (ride, ndr). Mi piace molto diversificare. Vado al cinema, sempre all'ultimo spettacolo, al teatro. Non vedo l'ora di rivivere la notte, per me Roma è anche la notte. Mi ricordo che quello che mi piaceva, rispetto a Foggia, era proprio questa vita notturna, la città viva e piena di gente fino a tardi. Nella mia città, quando sono andata via io, a mezzanotte c'era il coprifuoco ancora prima del coronavirus. Mi piace fare il giro di tutti i localini del Pigneto, a bere qualcosa, e quando posso faccio sempre un salto al Muccassassina a rivedere i miei amici".

Dal Muccassassina al primo Gay Pride d'Italia, anche questo hai organizzato nella Capitale nel 1994.
"Un pianto liberatorio quando ho visto che il corteo era finalmente partito e non era un flop. C'erano ventimila persone. Ricordo ancora questo serpente di persone sul lungotevere, la festa finale a Campo de' Fiori. Non era facile organizzare una cosa del genere per la prima volta, quando c'è qualcuno che ci crede, qualcuno che ci crede di meno. E' stato bellissimo, l'emozione della prima volta".

Nel 2006 sei stata eletta alla Camera dei Deputati. Li hai frequentati i salotti della Roma 'bene'?
"No, io ho sempre i miei vecchi amici e le mie vecchie abitudini. C'era gente che pensava che cambiassi quartiere una volta eletta come deputata. Ho sempre pensato che non sarebbe stata una cosa per tutta la vita quell'esperienza. Sicuramente ho conosciuto la Roma delle istituzioni, la Roma del palazzo. Sì, frequentavo persone della politica, ma la pizza sono sempre andata a mangiarla con i vecchi amici che ho qui".

Tra questi vecchi amici c'è qualcuno a cui devi dire grazie?
"Intanto devo ringraziare una persona, Giorgio. L'ho conosciuto più di trent'anni fa in palestra al Pigneto. In quel periodo ero in un appartamento in affitto, in via Ascoli Piceno, mi era venuto il desiderio di acquistare casa e quest'uomo, benestante, mi consigliava di comprare. Non avevo nulla da parte e lui mi prestò dei soldi senza nessuna garanzia, fidandosi. Ovviamente gli ho restituito tutto fino all'ultimo centesimo, ma se ho comprato casa è grazie a lui. Spesso in questa città ho trovato tanta umanità e tanto aiuto. Poi sicuramente anche la Karl Du Pignè, una mia amica drag queen che nel suo nome d'arte ha incluso il nome del quartiere in cui abitavamo, poi è diventato il segretario del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Purtroppo adesso non c'è più, ma per me è stato un grandissimo punto di riferimento. Era romano e mi ha aiutato a orientarmi in questa città. Un ragazzo molto protettivo, molto buono. E poi anche Mario, sempre del Pigneto, un uomo in pensione che mi stimava tantissimo, mi guardava sempre in televisione. Mi veniva a prendere alla stazione quando arrivavo, mi portava in aeroporto, solo per il piacere di farlo".

Cos'è per te la romanità?
"Per me la romanità sono tutte quelle statue che sembrano dirti 'Abbiamo visto tutto, non c'è niente che ci può scandalizzare o spaventare'. Ricordo sempre una volta che andai in un alberghetto vicino alla stazione Termini, prima ancora che mi trasferissi a Roma. Avevo questa camicetta un po' sgualcita, andai dalla proprietaria a chiedere un ferro da stiro ma non ce l'aveva. Non sapevo come fare e lei mi disse: 'Ma nun te preoccupà, tanto a Roma 'nte se inc*** nessuno' (ride, ndr). E' vero, il romano va oltre. Rispetto a Milano, ad esempio, qui buttano meno l'occhio su come ti vesti. La romanità è questo andare un po' oltre le apparenze, questo essere più rilassati. Lo sguardo profondo delle statue dei papi e degli imperatori l'ho riscontrato in tanti romani. E poi l'umorismo, anche quello. L'umorismo romano se la batte solo con Napoli. Te ne racconto un'altra. Una volta al mercato c'era un banco che vendeva le mutande. Una signora chiede un paio di mutande per il figlio, questo gliene dà un paio biancazzurre. La signora, che doveva essere romanista, ha detto 'No no, co' queste je fai cascà i cojo***'. Cioè, capito?".

'Roma città aperta' è solo un film di Rossellini?
"No. Credo che Roma sia comunque una città aperta. E' vero, avvengono a volte brutti episodi, ci sono anche brutte persone in giro, ma per me è assolutamente una città aperta perché prima ancora che diventassi un personaggio, Roma ha allargato le braccia e mi ha accolto. E' la verità". 

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