Venerdì, 25 Giugno 2021
Cultura

La Roma di Marco Liorni

Conduttore, è uno dei volti più amati di Rai Uno. Nato e cresciuto all'Appio Latino, non ha mai lasciato il suo quartiere, che ama quasi quanto i colori giallorossi

Da tre anni protagonista del sabato pomeriggio di Rai Uno con 'ItaliaSì!', il 7 giugno torna al timone del preserale con 'Reazione a catena'. Alle spalle trent'anni di carriera, iniziata a Mediaset come inviato e poi conduttore di Verissimo, passando per decine di altre trasmissioni - tra cui il Grande Fratello, indimenticabile fuori dalla porta rossa ad accogliere i concorrenti eliminati - fino ad approdare a viale Mazzini. Ne ha fatta di strada Marco Liorni da quei primi passi mossi nelle radio romane. Tele Radio Domani la prima, "che non esiste più e si sentiva solo nella zona del Divino Amore". La popolarità esplode negli anni in cui vive a Milano, così diversa e lontana dalla sua Roma ma neanche poi tanto, "ad esempio c'è la zona dei Navigli che ha un friccichio che sembra quasi Trastevere". Dopo tre anni torna nel quartiere dove è nato e cresciuto e dove vive tuttora, l'Appio Latino, a cui è legato da un amore viscerale, quasi quanto quello per la Roma che da ragazzo seguiva in Curva Sud mentre ora guarda in tv, "ma il cuore ultrà resta".

Dal 7 giugno torni al preserale di Rai Uno con 'Reazione a catena'. Come affronti questa nuova avventura?
"Non vedo l'ora. Sono proprio felice di tornare. E' un programma che trasmette una spensieratezza contagiosa, per chi lo conduce, per chi gioca e anche per chi sta a casa credo. L'affronto con un senso di leggerezza e di gioia".

Dal talk al game show, il pubblico ti apprezza in ogni veste. In molti ti considerano l'erede di Frizzi.
"Cavolo. Beh, lo sappiamo chi era Fabrizio Frizzi, non c'è bisogno di definirlo. Sicuramente è stato uno dei più grandi punti di riferimento per me, prima da telespettatore, poi da chi voleva fare questo mestiere e infine da collega. E rimane un punto di riferimento. Per quanto riguarda il variare generi, a me piace così. Mi piace fare un po' di tutto e penso che proprio nella diversità di generi trovi quella contaminazione che ti può aiutare a fare sempre meglio questo lavoro".

I primi passi professionali li hai mossi nelle radio locali. Vivere in una città come Roma ti ha aiutato a realizzare il tuo sogno?
"Credo di sì. E' una cosa a cui penso spesso. Roma ti offre più opportunità, è una fortuna nascere qui. Se fossi nato in un posto dove magari c'era solo una radio locale non so come sarebbe andata".

Dove hai iniziato?
"A Tele Radio Domani, che non esiste più. Si sentiva solo nella zona del Divino Amore. Poi ho fatto Tele Radio Cassia, che aveva due sedi, una in via Etruria e l'altra appunto sulla Cassia, infine Radio Incontro, che stava in via Appia".

Te la ricordi la prima volta che ti hanno riconosciuto per strada?
"Sì, ma ero a Cologno Monzese, non a Roma".

Quanti anni hai vissuto a Milano?
"Tre anni, dal '96 al '99".

E ti mancava Roma?
"Mi mancavano i romani, il clima, il sentirsi a casa. Però non è che Milano sia solo quella che percepiamo noi qui a Roma. C'è la zona dei Navigli, ad esempio, che ha un friccichio che sembra quasi Trastevere, oppure Brera ha un'eleganza che può ricordare alcuni quartieri di Roma. A Milano mi sono ambientato bene, ci si vive bene perché è una città effervescente. Roma è più languida".

Più lenta, come dicono i milanesi?
"Quando sono arrivato a Mediaset tanti colleghi mi dicevano 'Eh, a Roma è tutto più lento e tranquillo'. Adesso che sono passati anni, quando li rincontro mi dicono che si lavora meglio a Roma che a Milano. In effetti Roma è cambiata, come i romani. Quella Roma rallentata di anni fa non esiste più".

S'è svejata...
"Sì, un po' sì. E poi credo che i romani abbiano un intuito e un'intelligenza sedimentata nei secoli. Annusiamo dove va la vita e siamo capaci di adattarci e di leggere le cose in anticipo rispetto agli altri perché le abbiamo viste tutte".

Dove abiti?
"A via Latina, nel quartiere Appio Latino".

E da bambino?
"Sempre qui. Sono nato e cresciuto qui. Anche le scuole le ho fatte in zona: le elementari alla Garibaldi di via Mondovì, le superiori al Margherita di Savoia. Solo all'università mi sono spostato, studiavo psicologia alla Sapienza".

Anche la comitiva all'Appio Latino?
"No, da ragazzo stavo sempre sulla Tuscolana con gli amici. Andavamo a giocare a pallone a San Policarpo, ore e ore al parco oppure davanti alla chiesa, pure di notte. Che bel periodo quello".

Il primo bacio a San Policarpo?
"Il primo bacio a Daniela, ma stavamo nella sua cameretta".

Che rapporto hai con il tuo quartiere?
"L'ho sempre vissuto tanto. Mi piace molto, ci sto bene, per questo non me ne vado. Non è un quartiere dormitorio o snaturato. Esco, faccio lunghe passeggiate con la mia pastora tedesca, e poi c'è Buono, il mio ristorante preferito".
 
Il posto del cuore?
"Il Parco della Caffarella. E' una grandissima fortuna avere un parco del genere in città. Cammini un po', ti addentri e sembra di stare in campagna. Ci sono ninfei, boschetti sacri, sentieri dove vedi solo natura. Con Grace, la mia pastora tedesca, camminiamo tanto. Quello è un posto del cuore, dove mi rigenero".

E' il fascino di Roma. Si pensa di conoscere tutto, poi giri l'angolo e c'è qualcosa che non hai mai visto.
"Verissimo, siamo fortunati".

Sei uno dei pochi vip di Roma sud...
"Io qui ci sto bene, poi frequento varie zone. Al Tuscolano ci vado spesso perché ancora oggi vedo alcuni amici di gioventù, altri sono nel mio quartiere, un mio amico storico invece sta a Montesacro. E poi spesso sono in zona Rai".

Per lavoro ti capita di viaggiare. Cos'è che è impossibile da trovare in un'altra città?
"Impossibile non lo so, forse il respiro storico che ha Roma. Può sembrare una banalità, ma non intendo solo le rovine. Non so se ti capita, ma a volte quando passo davanti al Foro Romano o al Colosseo, ma anche agli scavi di Largo Argentina, penso 'Guarda che siamo stati'. Eravamo l'Impero, i padroni del mondo. E questo ti dà un po' di relatività sulle cose della vita. Naturalmente la storia ce l'hanno anche gli altri, ma la stratificazione storica che ha Roma, che le ha viste veramente tutte, non ce l'ha nessuno".

Cosa le manca invece?
"Credo manchi un po' di amore dei romani per la città. Un amore maggiore, che non sia solo in senso passionale, quasi fisico, come a dire 'me la godo e me ne vado'. Più partecipazione, più voglia di fare le cose belle, anche piccole. Ci aspettiamo sempre, giustamente, che l'amministrazione pubblica faccia, solo che qui passano i decenni e la città non è quella che vorremmo. Sicuramente c'è bisogno di soldi, perché Roma è la capitale e quindi il biglietto da visita della nazione, così come in tutto il mondo danno grandi fondi per le capitali affinché siano al meglio, ma serve anche iniziativa. Vedo poca iniziativa".

Cioè?
"Ti faccio un esempio. Qualche anno fa davanti casa mia c'era un pino molto grande, l'hanno tagliato perché stava per crollare. Era rimasto questo terrapieno con mezzo tronco tagliato, brutto. Una signora che abita nel palazzo vicino al mio l'ha sistemato tutto. Ha messo dei mattoncini intorno, delle piante grasse dentro, con un biglietto in cui chiedeva di non gettarci rifiuti. Sta ancora là, intatto, e nessuno getta rifiuti. Quella signora ha fatto un gesto d'amore. Se ciascuno di noi ci mettesse un po' di impegno e di iniziativa per migliorare il proprio pezzetto di città, oltre a migliorarlo cambierebbe anche la mentalità generale. Diventerebbe casa nostra".

Parliamo di calcio. Roma o Lazio?
"Roma, tutta la vita. Più della moglie".

Sei così tifoso?
"Tifosissimo. Ho avuto anche il periodo ultrà. Andavo al Commando Ultrà in Curva Sud, che non esiste più. I calci nel sedere dei celerini quando ci caricavano ancora me li ricordo. Ricordo una volta una fila enorme per prendere i biglietti di Roma-Liverpool, finale di Coppa dei Campioni, nel 1985, ci furono dei disordini e presi un calcio con l'anfibio che sembra ieri. Nel tempo poi si cambia".

Non ci vai più allo stadio?
"Ogni tanto, ma mi sono imborghesito. Non vado più in curva ma in tribuna, anche se la partita preferisco vederla in tv. Quando segna la Roma però ancora urlo forte. Il cuore ultrà è rimasto".

Hai ricordato la Roma degli anni '80, allora te lo chiedo. Bruno Conti o Francesco Totti?
"No, non si può. Sono tutti e due dello stesso livello. Totti sicuramente ha fatto di più, non ha mai cambiato maglia, Conti invece per un anno è stato al Genoa, però sono della stessa pasta. Non posso scegliere".

Un momento in cui Roma ha fatto da cornice a qualcosa di importante?
"Di fronte a Buono, il ristorante che ti dicevo prima. Poco più in là. Niente di particolare apparentemente, ma sono quelle cose della vita che poi colleghi a un posto. Mi ricordo che in quell'angolo ho avuto la consapevolezza che delle scelte fondamentali della mia vita erano state troppo condizionate dalla paura. La scintilla la fotografo in quel momento. Dopo quella consapevolezza ho iniziato ad affrontare scelte importanti quasi con aggressività, o quantomeno senza fami condizionare troppo. Anche se un po' di paura è umana e ci deve essere, ma quella immotivata no".

Invece la giornata da dimenticare?
"Una giornata da dimenticare... Sai che non mi viene in mente? Ah ecco, mi ricordo adesso. Un giorno ci fu un  blocco totale del traffico, una cosa mai vista. Una trentina d'anni fa. C'era la città completamente bloccata, incatenata. Era una distesa di lamiere, in ogni zona, perfino chi stava con il motorino non riusciva a muoversi. Mi ricordo che lasciai la macchina all'Eur perché non ci si muoveva. Ho avuto la fortuna di trovare un poto dove parcheggiare, dopo un'ora e mezza che ero fermo, e sono andato a piedi fino a casa".

Da quel giorno ti sposti in scooter?
"Non giro più in scooter perché ho avuto due incidenti tanti anni fa, pesanti. Ho appeso il motorino al chiodo. Giro con i mezzi, a piedi, oppure uso il car sharing. La macchina non la prendo quasi mai perché poi non trovo parcheggio".

Descriviti in una parola romana.
"Gajardo (ride, nr)".

E prima di salutarci: "Lo seguo Roma Today, ho l'App. Esce anche lì l'intervista?".

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