Cultura

La Roma di Ludwig

Dj, cantante e producer, in rete spopolano i suoi tormentoni. Un fenomeno social nato nel quartiere Trieste, dove è cresciuto, oggi tra gli artisti più promettenti della scena nazionale

"Faccio la vita di sempre, nel mio quartiere, non è perché mo' ho fatto due canzoni...". In realtà Ludwig - all'anagrafe Ludovico Franchitti, classe 1992 - ha fatto molto di più. Oltre 10 milioni di streaming su Spotify nel 2018 per il singolo d'esordio, 'Un po' de que', l'anno dopo il sold out all'Atlantico con "la gente che ha comprato il biglietto per una canzone sola", poi una serie di hit, da 'Domani ci passa' - certificato platino - a 'Courmayeur' e 'Boom boom', fino a 'Partire', uscita in digitale da pochi giorni. Un fenomeno esploso sui social grazie al supporto dei fan romani, soprattutto quelli del quartiere Trieste, dove è cresciuto e vive tutt'oggi, che un giorno gli hanno fatto trovare una targa in marmo col suo nome a piazza Caprera, punto di riferimento fin da quando era ragazzino perché lì "qualcuno ce lo trovi sempre". I primi dj set all'Alien, quando aveva 14 anni e non era "'manco bono", le serate al Piper e all'Art Café, poi il successo e il concerto al Giulio Cesare "al posto di Venditti, un idolo", anche se per lui "il king" è solo Francesco Totti. Il posto più bello? "Lo stadio Olimpico" e "pure quello più romantico", dove sogna un giorno di fare sold out.  

E' appena uscito il tuo nuovo singolo, 'Partire', che anticipa un atteso progetto discografico. Sei quindi ufficialmente ripartito dopo questo lungo periodo difficile che tutti abbiamo vissuto?
"Con i miei pensieri felici, con la mente, sono già partito. Ho voluto fare questo singolo per far partire le persone anche se adesso no si può".

Per dove?
"Verso un'isola che non c'è, per ora".

Pronto anche per un nuovo tour?
"Io sono pronto, stanno prendendo le date ma ovviamente aspettiamo l'ufficialità perché ancora nessuno si è mai espresso sulle discoteche. Seriamo bene".

Non puoi che iniziare dall'Atlantico di Roma, dove hai sempre registrato sold out...
"Magari. Quello è un concerto vero e proprio e penso che prima del 2022 non riusciremo a farli. Il ricordo è indelebile, è stato l'ultimo concerto che ho fatto, il 29 marzo dell'anno scorso".

A Roma giochi in casa.
"Sì, Roma per me è tutto. Ci sono cresciuto, ma soprattutto l'ho vissuta. Sono sempre stato in mezzo alla strada, fin da ragazzino, col pallone. Quando ho firmato i primi contratti ho avuto anche proposte per andare a vivere fuori, ma ho sempre rifiutato. Non riesco a staccarmi da Roma".

Ti avevano proposto Milano?
"Milano, sì. Mi sono chiesto 'perché parecchi artisti li spostano? Vediamo'. Ci ho pensato, ma non ce la potevo fare e sono rimasto a Roma".

Cos'è che ti tiene legato qui?
"Non lo so, ho cercato di capirlo ma è una sensazione a pelle. E' proprio lo star bene senza sapere perché. Io sto qua e sto bene. Mi piace il modo di vivere. Accetto tutto di questa città. Come sappiamo ci sono anche tante cose negative a Roma, è una città caotica e non funziona proprio tutto bene, ma a me piace anche questo. Ormai ci convivo".

Di che zona sei?
"Quartiere Trieste, nato e cresciuto qui. Non mi sono mai spostato dal quartiere".

Dove abiti?
"A corso Trieste. Mi sono spostato solo per un anno in centro, a piazza Barberini, ma ora sono tornato qui. Vivo da solo. Tra il centro e qui alla fine sono dieci minuti di macchina, non c'è tanta differenza".

Anche le scuole le hai fatte al quartiere Trieste?
"Per la scuola ho un po' girato, diciamo che non ho avuto una gran carriera. Ho iniziato alla Settembrini, a corso Trieste, al liceo invece sono andato al Giulio Cesare, poi ho cominciato un po' a girare perché non ero proprio il numero uno a scuola".

Al Giulio Cesare hai anche suonato, come Antonello Venditti.
"Nel 2019 ho fatto una serata nel cortile dove facevo ricreazione. Mi guardavo intorno e dicevo 'ma chi l'avrebbe mai detto, io qua mangiavo la pizzetta'. Poi al posto di un grande, ho suonato dove ha suonato Venditti, il mio idolo. Incredibile".

Quali sono i tuoi idoli romani oltre a Venditti?
"Venditti, Carlo Verdone e l'idolo indiscusso, il re di Roma. Il Capitano, Francesco Totti".

Possiamo dire che sei un ex trapper pariolino?
"Non sono mai stato un trapper io. Magari all'inizio venivo da quel mondo perché come dj suonavo quella musica, ma non ho mai scritto testi trap per me. Per altri magari sì, ma io non sono mai uscito con musica trap. La mia musica è pop, non parla di droghe, di armi, ma è spensieratezza, divertimento, serate. E poi corso Trieste non è assolutamente Parioli, quartiere Trieste si ferma a via Panama. Da lì cominciano i Parioli".

Bisogna specificarlo.
"Certo. Mica per niente eh, però il quartiere è il quartiere".

E se ti dico Roma sud?
"Top. La conosco, la frequento anche. Io giro un sacco, ho amici da tutte le parti. Roma è bella tutta. Sì, c'è questa distinzione tra nord e sud. 'Ma sei boro o pariolino?', ti fanno sempre 'ste domande. Per me Roma è tutta uguale. E' vero, ci sono modi di vestire e di parlare un po' diversi, ma per me sono tutti uguali".

Ostia o Fregene?
"Ostia. Vado sempre al V Lounge, ho la cabina".

Nasci come dj. In quali locali suonavi?
"All'inizio proprio suonavo ai pomeridiani dell'Alien. Avevo 14 anni e non ero 'manco bono, ti dico la verità. Stavo in fissa, mi mettevo a chiedere se mi facevano fare 10 minuti e alla fine me li concedevano. Poi ho imparato e sono diventato resident all'Art Cafè, lì ho fatto un paio d'anni. Dopo ho suonato veramente ovunque, al Piper, nel mio quartiere, Alien, che adesso non ricordo come si chiama, l'Eden, il Factory".

Sono gli stessi che frequenti anche oggi?
"Sì sì. Nelle discoteche in cui andavo a ballare da cliente mi sono ritrovato guest della serata. C'è un po' tutta questa magia, ritornando al discorso del perché non lascio Roma. E' tutto così strano. Qua facevo cose normali prima e adesso vengo visto come 'ah, il cantante'. Mi piace questa atmosfera che si è creata".

Ti piace la Roma by night?
"E' imbattibile e spero che torni presto. I locali continuo a frequentarli, vado a ballare. Mi sento un ragazzo normale, non è che se ho fatto due canzoni sono cambiato. Quando posso me la faccio la serata. Il venerdì e il sabato è più difficile, almeno prima avevo sempre le serate piene. Mi risulta più semplice uscire la domenica, c'è il Toy Room".

Di giorno, invece, dove si può incontrare Ludwig?
"A piazza Caprera oppure ad Angolo Trieste, dietro piazza Caprera, che è il chioschetto di un amico. Io sono così, mi trovi in piazza. Ultimamente sto sempre ad Angolo Trieste, questo chiosco che vende i cocktail d'asporto, in bottiglietta".

Sei lì con gli amici di sempre?
"Con gli amici di sempre. Ci mettiamo sulla panchina o sul muretto, non è cambiato nulla. Si fanno due chiacchiere, due risate e si torna a casa. Adesso poi si può fare solo questo".

A proposito di piazza Caprera, i tuoi fan ci hanno messo addirittura una targa per intitolartela.
"Sì, una volta mi sono ritrovato la targa in marmo con scritto piazza Ludwig. Mi hanno chiamato, sono arrivato e c'era veramente questa targa. E' stato emozionante. Ho riso, poi ho pensato 'hanno messo il nome mio sulla piazza, ma so' matti?'".

Quella piazza ha un significato importante per te?
"Ci sono cresciuto là. Mi svegliavo la mattina, scendevo a piazza Caprera e ci rimanevo fino alla sera, da quando ho 11 anni. E' sempre stato il mio punto di riferimento. Prima, quando non c'erano i cellulari, uscivo di casa e andavo in piazza, qualcuno ci trovavo sempre e anche oggi è così".

Dalla musica elettronica sei passato a collezionare hit da milioni di visualizzazioni. Quanto devi al pubblico romano, che è stato il primo ad averti apprezzato e fatto esplodere sui social?
"Tutto. Gli devo qualsiasi cosa al pubblico romano. Ho fatto canzoni romane all'inizio, la mia prima canzone è stata 'Un po' de que' e siamo riusciti a portarla ovunque. Dico siamo perché da solo non ce l'avrei mai fatta. E' stato il potere della condivisione, dei social. Siamo riusciti a portare un prodotto romano in giro per l'Italia".

Grazie ai social, due anni fa, sei riuscito a radunare una folla di fan per girare un tuo videoclip. Ci racconti come è andata?
"Era il mio secondo video. Giravo al quartiere Trieste e avevo scritto delle cose su Instagram chiedendo se c'era qualcuno che voleva partecipare. Mi sono ritrovato con un migliaio di persone. Qualcuno era rimasto fino a tardi, allora li ho invitati tutti al Mc Donald di zona a mangiare. Quelli del Mc si sono visti arrivare trecento ragazzini. Abbiamo mangiato tutti insieme. Io sono molto attaccato a chi mi segue e mi supporta e cerco sempre di interagire. Ci parlo, chiedo consigli, faccio videochiamate".

Hai detto che non te l'aspettavi di riuscire a portare un prodotto nato come romano in tutta Italia. Ci sono state difficoltà per importi sulla scena nazionale?
"All'inizio sì, ma le difficoltà non erano solo queste. In un momento in cui la musica trap era la moda e tutti la facevano, io ho fatto musica elettronica e cantavo in italiano. Già in partenza, le prime volte che mi ero affacciato alle major, ho ricevuto un sacco di no. Alla fine non ho firmato con nessuna casa discografica e sono uscito con la mia etichetta. Più di una casa discografica mi disse esplicitamente che quella musica non poteva andare perché era troppo romana, però ho fatto 10 milioni con la prima e 35 con la seconda. E' stata una magia. Le difficoltà iniziali sono state sicuramente queste, il genere musicale e la romanità. Ho grattato un gratta e vinci. Non sapevo se veniva capita quella canzone, il mio modo di parlare e di raccontare".

Invece hai portato 'Un po' de que' in tutta Italia...
"Dappertutto. Esattemente due mesi dopo ho fatto sold out all'Atlantico con una canzone sola. La gente ha preso il biglietto per sentire quella canzone. Poi ho fatto tutto il dj set, come faccio sempre, ma all'inizio avevo solo quel pezzo".

Cos'è per te la romanità?
"Un sacco di piccole cose. Sono quei valori che la strada romana ti insegna, l'attaccamento al tuo quartiere, al tuo accento, al tuo modo di vivere e di pensare. Mi è capitato tantissime volte di andare al nord e sentirmi dire 'terrone'. A me questa cosa non ha mai dato fastidio".

Sei orgogliosamente romano.
"Sì. Quando mi dicono che si sente che sono romano esulto. Top. Da paura".

Ci sono angoli di questa città che hanno ispirato le tue canzoni?
"Sicuramente corso Trieste. In 'Amici di sempre' nel testo dico che prima stavamo davanti scuola con una coca cola, adesso con un bicchiere di vino. Tutto gira qua, dove sono cresciuto. Non mi muovo da qua".

Qual è il tuo posto preferito di Roma?
"Lo stadio Olimpico. E' il posto dove da piccolo non vedi l'ora di andare e che aspetti tutta la settimana per tornarci".

E il più romantico invece?
"Forse lo stadio Olimpico. La cosa più romantica è portare la ragazza allo stadio".

Ce l'hai mai portata?
"Eh avoja, in curva. Per forza".

Sei mai stato fidanzato con una laziale?
"No, mai".

Insomma romano e stra-romanista.
"Sì sì, da sempre romanista. Al di là del tifo però, Totti è Totti. A qualsiasi laziale chiedi di Totti alza le mani. E' il king di Roma".

Meglio vincere il campionato all'ultima partita contro la Lazio o un sold out all'Olimpico?

"Ammazza che domanda. Guarda, dato che ho un sacco di amici laziali, anche molto stretti, ti dico un sold out all'Olimpico. Così sono contento io e sono contenti pure gli altri".
 

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