Cultura

La Roma di Luca Ward

Attore e doppiatore, è stato uno dei personaggi più amati della serie cult Elisa di Rivombrosa e ha prestato la voce a Russel Crowe nel Gladiatore. Romano, anzi "de Ostia", dove è nata la sua passione per il mare e si è "dovuto arrangià"

Foto Fabrizio Cestari

Da Massimo Forti di Centovetrine a Massimo Decimo Meridio del Gladiatore, in quarant'anni di carriera Luca Ward si è sempre diviso tra recitazione e doppiaggio. Indimenticabile nel ruolo del duca Ottavio Ranieri in Elisa di Rivombrosa - serie tv cult in onda su Canale 5 dal 2003 al 2005 -, memorabile la sua voce prestata a Russel Crowe nel colossal di Ridley Scott, vincitore di cinque Oscar. Dopo tanti personaggi il primo libro, 'Il talento di essere nessuno', dove si racconta senza filtri. Romano, anzi "de Ostia", come tiene a precisare. Qui è cresciuto negli anni '60, quando "era un'isola felice, se cadevi con la bici usciva qualcuno col bicchiere d'acqua" e d'estate si dormiva con le porte aperte, "poi è stata invasa dalla criminalità ed è cambiato tutto". Gli anni di piombo a Roma, le manifestazioni e l'impegno sociale che oggi mette nel suo quartiere, Casal Lumbroso, con "quella vergognosa discarica" accanto. Juventino e romanista, è un "tifoso anomalo" con il debole per Totti, "un grande uomo", che prima di entrare in campo diceva sempre 'Al mio segnale scatenate l'inferno'. "A dottò, ce fa 'a frase?" chiedevano a lui nei bar del centro quella sera del 2005, vicino a un irriconoscibile Russel Crowe con "i capelli lunghi e la barba".

Da attore e doppiatore hai interpretato tanti personaggi. Per la prima volta, invece, ti metti a nudo nel tuo libro. Sentivi questa necessità dopo 40 anni di carriera?
"No, non ci avevo mai pensato. E' stato il direttore di Mondadori che una mattina mi ha chiamato perché aveva visto una mia intervista da Caterina Balivo. Io non parlo del mio privato di solito, vado di rado in televisione. Quella volta parlai di un evento legato alla mia prima separazione e hanno pensato che la mia storia potesse essere interessante. A dire la verità quando mi hanno chiamato pensavo fosse uno scherzo, poi sono partito con questo racconto ed è stato divertente ricordare tante cose".

'Il talento di essere nessuno', perché questo titolo?
"Un po' perché nessuno è un personaggio dell'Odissea che cito spesso e che mi piace moltissimo, poi perché in realtà tutti nasciamo nessuno. Siamo identificati con un nome e cognome, ma professionalmente siamo nessuno. Io poi forse lo ero ancora di più perché, sì, ero figlio d'attori, ma non conosciuti e sempre in difficoltà, e quando parti da lì parti da sotto zero. Il libro è dedicato a chi pensa di non farcela. Racconto la mia storia e scrivendolo mi sono accorto che stavo dando dei suggerimenti su come affrontare le avversità. Sono un marinaio, vado in mare da quando sono nato. Il meteo ti lancia sempre degli avvisi quando sta per arrivare una burrasca e puoi preparare il ricovero per la barca, per te e per i tuoi passeggieri, nella vita invece la burrasca arriva all'improvviso ed è molto difficile farsi trovare preparati, ma non bisogna mai arrendersi. Finché c'è aria nei polmoni e il cuore batte non bisogna mai alzare le mani, si deve continuare a combattere e io l'ho sempre fatto. Oggi vedo che soprattutto i giovani si sentono sempre più inadeguati. Io vengo da una generazione dove l'inadeguatezza non esisteva, eravamo tutti dei guappi straordinari con grandi qualità, ma soprattutto credevamo in noi stessi".

Crescere a Ostia, tra gli anni '60 e '70, ti ha mai fatto pensare che non ce l'avresti fatta?
"Me l'ha fatto credere a un certo punto, quando fu invasa dalla criminalità. Ostia negli anni '60 era un'isola felice, dormivamo tutti con le porte aperte, soprattutto d'estate perché all'epoca non c'era l'aria condizionata. Le biciclette restavano in strada e non le toccava nessuno. Era una meraviglia. Il pomeriggio passavi davanti alla pizzeria al taglio e la signora ti regalava un pezzo di pizza, se cadevi con la bici usciva qualcuno col bicchiere d'acqua. Ostia era così, ma l'Italia era così".

Poi cos'è successo?
"Poi purtroppo è arrivata la criminalità ed è cambiato tutto. Noi eravamo ragazzi abituati a stare per strada, ma iniziava a diventare pericoloso. Un giorno mi rubarono la bicicletta puntandomi un coltello a serramanico, avevo 14 anni. Il maresciallo di allora mi disse 'A Luchè, qua bisogna che ve imparate a menà perché questi so' cattivi'. Lì ci siamo resi conto che stava cambiando proprio il sistema e per anni Ostia ha continuato ad essere gestita dalla criminalità. Qualcosa è stato fatto, ma c'è ancora molto da fare".

Dove abitavi?
"A via dei Palischermi, davanti al Belsito. Sono stato lì fino al '78, poi quando mia madre ha cominciato a sentire aria pericolosa per noi, soprattutto perché nell'indigenza era facile cadere preda di avances da parte di organizzazioni criminali, allora ci portò via".

Oggi ci torni?
"Ci torno sempre volentieri. Rivedo qualche amico d'infanzia, qualcuno invece non c'è più, e rivado negli stessi posti di allora. Da Sisto, il bar famoso per il gelato, che all'epoca era già tanto se riuscivi a prenderlo una volta al mese, oppure al negozio dei krapfen con il siluro che li lancia sul bancone esterno. E d'inverno vado al mare di Ostia, dove è nata la mia passione. Sono stato messo in barca da mio padre a 7 mesi, aveva questa barchetta che si era costruito da solo perché non aveva i soldi per comprarsela. Era figlio di un comandante della marina americana. La teneva in una darsenina, la rubarono poco prima che morisse e ricordo il suo sconforto. Ostia è stata fondamentale per la mia crescita e lo è ancora oggi. C'è una battuta che dico sempre, soprattutto quando mi incavolo: 'Aoh, state attenti che io so' de Ostia'".

Che è diverso dall'essere di Roma...
"Molto diverso. Noi siamo quelli tosti, quelli che si so dovuti arrangià".

Una diversità che dovrebbe permettere a Ostia di diventare un comune a sé?
"Ostia è il più grande quartiere d'Europa, è assurdo che non sia un comune. Io ho lottato per anni perché Ostia diventasse un comune, ma fino a quando voteranno quelli di Roma non succederà. Non può dipendere da Roma. Ostia deve essere libera dalla Capitale, per quanto io ami la mia Capitale ed è indubbiamente la città più bella del mondo, ma vive troppe contraddizioni e Ostia ne paga le spese in maniera molto pesante. Io ho sempre votato a favore, ma dovrebbero votare solo gli abitanti di Ostia, passerebbe al 99%".

Torniamo al '78, quando tua madre ha deciso di andare via. Dove vi siete trasferiti?
"Andammo all'Olgiata, che cominciava a nascere proprio allora, ma ci restammo poco perché l'affitto era alto e dopo meno di un anno siamo dovuti andare via perché non riuscivamo a pagarlo. Ci trasferimmo a Piazza Mattei, la piazza delle tartarughe, a casa della mamma del secondo marito di mia madre. Erano gli anni di piombo e a Roma non si circolava. Mi ricordo che facevo i primi spettacoli al Teatro Trastevere e venivano due spettatori a sera. Erano anni bui, mia madre aveva paura ogni volta che uscivo di casa. Erano gli anni delle manifestazioni, della politica, e se qualcosa non ci andava bene ci incazzavamo, non gliele mandavamo a dire".

Oggi dove abiti?
"A Casal Lumbroso, sull'Aurelia. Sto qui da undici anni".

Che rapporto hai con il tuo quartiere?
"Lo vivo molto. Vado da Brico, nei supermercati, porto a lavare la macchina da dei ragazzi egiziani con cui mi diverto perché parlo un po' di arabo. Ho un rapporto ottimo ma anche un po' sofferente con questo quartiere. Casal Lumbroso è stato uno dei quartieri più belli negli anni passati, dove c'è quella maledetta discarica di Malagrotta c'erano i pascoli. Adesso c'è quella cosa immonda e vergognosa che hanno fatto 40 anni fa, ma non c'è solo la discarica, c'è anche la raffineria, l'inceneritore degli ospedale centro-sud d'Italia. Diciamo che la politica gli ha dato una bella botta a scendere a questo quartiere. Lotto contro la discarica, ma sono battaglie complicate. Poco tempo fa volevano riaprire una discarica a Ponte Galeria, lì ci siamo scagliati ma era una guerra senza quartiere".

Nel sociale sei in prima linea.
"Non sono schierato politicamente, perché la mia politica è quella dei Pink Floyd, ma sui social mi batto in prima linea. Nel Lazio negli ultimi undici anni hanno chiuso 16 ospedali, a partire dal San Giacomo. Queste sono le cose per cui bisogna manifestare, ma siamo sempre in dieci. E poi si lamentano. La politica oggi ancora più di ieri ascolta i rumors, ma se noi non li facciamo i rumors la politica fa quello che vuole".

Voltiamo pagina, capitolo culinario. A cena fuori, dove?
"Spesso vado a Ostia alla Vecchia Pineta. Era lo stabilimento del mio papà e ci feci il primo matrimonio, con Claudia Razzi. Ha quella terrazza rotonda sul mare spettacolare, poi lì trovo sempre il leone marino, che è un astice diverso e lo adoro. Nel mio quartiere invece vado da Checcho al 13, oppure al Casalone, dove fanno la pizza buonissima".

Il tuo posto preferito di Roma?
"E' Roma. In questa città non può esserci un posto preferito. Forse il Colosseo. Quando mi trovo lì sotto rimango abbagliato, mi incanto. Al semaforo scatta il verde e non parto, mi devono suonare. Rimango sempre incantato da questa costruzione che noi vediamo spogliata, perché il Colosseo era tutto bianco, di travertino, fu spogliato per fare San Pietro. Va beh, stendiamo un pleid va".

Invece la zona che proprio non conosci?
"Se c'è una zona che conosco poco è il Tuscolano. Arrivo a Cinecittà dal raccordo e rivado via dal raccordo. Roma però la conosco tutta in lungo e in largo, l'ho vissuta molto".

E se dovessi descriverla con una sola immagine?
"L'unica immagine che mi fa pensare a Roma è il sole. Roma è la luce, non c'è altra definizione per me".

Per tutti sei Il Gladiatore. Hai un altro soprannome tra i tuoi amici?
"Il comandante, oppure nessuno. Da ragazzino avevo il soprannome nessuno, perché quando chiedevano 'chi ha combinato sto casino?', 'nessuno'. I miei colleghi invece, tutti, mi chiamano il comandante. Non gli ho mai chiesto perché però".

Hai mai incontrato Russel Crowe in città?
"Sì, nel 2005. Fu bellissimo perché arrivò al cinema e mi disse in inglese: 'Ma tu mica vorrai vedere il film?'. 'No figurati, l'ho doppiato', lui mi rispose che l'aveva fatto. E mi fa: 'Senti, io fra due giorni ho l'aereo. Adoro questa città, è notte, mi porti in giro?'. E l'ho portato in giro per Roma, poi lui aveva i capelli lunghi e la barba, quindi la gente neanche lo riconosceva. Quando entravamo nei bar, mi dicevano: 'A dottò, ce la fa 'a frase?' e io recitavo la frase del Gladiatore. Lui mi chiese cosa recitavo ogni volta e gli risposi che erano le sue battute. Mi fa: 'Ma lo sai che a me non le chiedono mai?' e gli ho risposto: 'Te credo, io so' de Ostia'. Quella sera siamo stati ai Fori Imperiali, al Colosseo, abbiamo visto tutto il centro storico. Lui scattava fotografie in continuazione, c'erano ancora i rullini. Scattava, era innamorato di questa città e sapeva più cose di me. Alloggiava all'Hassler, sotto l'hotel c'era un manipolo di donne fisse lì, giorno e notte. Un uomo di una semplicità incredibile, un attore planetario che vive in maniera assolutamente normale. I nostri invece sono un po' montatelli".

Sui social sei molto seguito e apprezzatissimo per la tua ironia. Qualità tipica dei romani...
"Te credo, ce levano quella semo morti. Almeno famose du' risate".

Il peggior difetto dei tuoi concittadini invece qual è?
"Siamo un po' indisciplinati, a noi le regole ci vanno strette. Durante questa pandemia però, soprattutto durante il lockdown, mi sono meravigliato dei romani perché sono stati dei soldati. Noi siamo indisciplinati sulle cazzate, parcheggiamo male, saltiamo le code, famo sempre i furbi, ma quando c'è il pericolo vero il romano s'inchioda. Questo mi è piaciuto tanto e mi ha reso orgoglioso della mia città. Sono rimasto colpito dall'efficienza e anche dalla generosità dei romani. Durante il primo lockdown facevamo la consegna dei pacchi alimentari qui nel quartiere, a turni. Ho visto chiunque farlo, dal medico chirurgo all'idraulico, tutti si davano da fare. C'è stata una corsa alla solidarietà e c'è ancora, continua".

Sei tifoso?
"Sono un tifoso anomalo. Tifo due squadre che sono agli antipodi, la Juventus e la Roma. Mio papà era juventino, perché aveva studiato a Torino, però io so' nato a Ostia. La Juve la seguivo ma mi piaceva pure la Roma. Mio padre mi disse: 'A Luchè, qual è il problema? Tifale tutte e due, al derby ne scegli una'. E quindi sono tifoso sia della Juve che della Roma. Se giocano a Torino tifo per la Juve, all'Olimpico tifo per la Roma. Sono due squadre che hanno lanciato nel mondo del calcio dei grandissimi campioni. Sensi è stato il dirigente più imporante per la Roma, il più grande di tutti. Io conosco la famiglia da anni. Con l'andata via di Sensi la Roma c'ha avuto un sacco di problemi. Lui i giocatori li faceva sentire in famiglia, faceva il pranzo a casa sua, alla Leprignana, e la moglie cucinava gli spaghetti per tutti. Era un altro modo di fare squadra. Quegli anni, infatti, la Roma volava".

Erano gli anni d'oro di Francesco Totti.
"Prima di entrare in campo diceva sempre: 'Al mio segnale scatenate l'inferno. Una volta gli chiesi di farmi sentire come lo diceva e mi rispose: 'Me vergogno'. Un grande uomo quel ragazzo".

Roma in un proverbio?
"A chi tocca nun se 'ngrugna. Mio padre era ligure, ma lo diceva sempre. E' talmente vera 'sta cosa". 

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