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La Roma di Francesco Pannofino

Attore e doppiatore, ha prestato la voce a colossi del cinema americano come Denzel Washington e George Clooney e interpretato personaggi televisivi indimenticabili tra cui Nero Wolfe e René Ferretti nella serie cult 'Boris'. Nato a Pieve di Teco, in Liguria, vive a Roma da quando aveva 14 anni

Denzel Washington, George Clooney, Jean-Claude Van Damme, Antonio Banderas, Daniel Day-Lewis. Sono alcuni dei giganti che in Italia abbiamo conosciuto attraverso la voce di Francesco Pannofino. Un timbro inconfondibile, come il suo talento che in quasi quarant'anni di carriera gli ha permesso di spaziare tra sala di doppiaggio, set e teatro. Il successo televisivo arriva nel 2007 con la serie 'Boris', dove interpreta René Ferretti - regista disilluso al comando di una troupe svogliata e uno scarsissimo cast di attori da dirigere - diventando in poco tempo un personaggio iconico, ma sono diverse le fiction che lo hanno visto tra i protagonisti, da 'I Cesaroni' a 'Nero Wolfe', ed è sua la voce narrante delle insolenti avventure di Pio e Amedeo nel programma 'Emigratis'.

Ascoltando al telefono Pannofino è impossibile risalire alle sue origini liguri, risultato quasi ovvio dopo cinquant'anni vissuti a Roma, dove nel '72 si trasferì con tutta la famiglia, ma forse anche merito di un dialetto imparato fin da subito per evitare di essere preso in giro a scuola, perché "a quell'età i ragazzini sono tremendi".

"I primi mesi terribili", poi la curiosità di "andare alla scoperta di una città così importante, vedere posti visti solo nei libri" e l'amicizia con Pino, il suo compagno di banco che adesso "fa il tassista". L'adolescenza a Monte Mario, le partite di calcio al Don Orione "con la squadretta del quartiere" e l'agguato di via Fani sotto i suoi occhi quel 16 marzo del 1978, anni in cui a Roma "si sparava spesso e volentieri". "Romano a tutti gli effetti" con il cuore biancoceleste colorato da ragazzo, quando faceva il 'bibitaro' in Tribuna Tevere e "la Lazio di Maestrelli vinse lo scudetto contro la Juve". Oggi però allo stadio preferisce il divano e la "cecagna bellissima della domenica dopo pranzo".

Un'importante carriera da doppiatore cominciata a fine anni '80, poi inizi a lavorare anche come attore e nel 2007 arriva lo straordinario successo con Boris. Quando hai accettato di interpretare René Ferretti ci pensavi?
"Quando mi hanno chiamato dopo il provino, per fare la puntata pilota, mi hanno dato il copione e avevo capito subito che c'era roba importante. Quando l'umorismo è così intelligente appizzo subito le orecchie. Ho accettato ma era un tentativo, ancora non sapevamo cosa sarebbe successo. Fatta la prima puntata, girata in un giorno, dalle 7 a mezzanotte, Fox ha deciso di fare la serie e abbiamo cominciato. Io e gli altri non abbiamo avuto tanto modo di riflettere, però ci rendevamo conto che era bella e ci divertivamo sul set. Quando nel 2007 è andata in onda la prima serie aveva degli ascolti che se fai adesso ti danno un calcio nel sedere, però loro erano molto contenti, facendo calcoli sui target. E hanno avuto ragione. Sul web è andata alla grande. Dopo le tre serie abbiamo fatto il film, poco tempo fa è andata anche su Netflix".


E da poco è stata annunciata la quarta stagione.
"Sì e sono molto contento di tornare su quel set. Purtroppo manca qualcuno. Roberta Fiorentini ci ha lasciato (Itala, la segretaria di edizione, ndr), come Mattia Torre, uno degli autori, ma credo si lavori anche su alcune sue idee di quando era ancora vivo. So che stanno scrivendo, ma non ho letto ancora niente".

René viene da Fiano Romano, come urla in una delle sue indimenticabili scene. Tu invece sei ligure...
"Sono nato a Pieve di Teco, un piccolo paese dell'entroterra ligure. Lì ho fatto l'asilo, poi le scuole elementari e medie le ho fatte a Imperia. Nel '72 mio padre fu trasferito a Roma, era nell'Arma dei Carabinieri, e siamo venuti tutti qui".

In quale quartiere?
"Monte Mario, a via Fani. Avevo 14 anni".

Com'era vivere in una città come Roma per un ragazzino che arrivava dalla provincia?
"I primi mesi sono stati terribili, avevo una nostalgia. Roma è enorme, io ero abituato a un piccolo centro. Da marzo cominciavamo ad andare al mare, a fare il bagno, gli amici ce li avevi tutti vicino. A Roma se qualcuno abitava in un altro quartiere non lo vedevi mai. Poi però è stato bello andare alla scoperta di una città così importante, vedere posti che avevi visto solo nei libri. Roma ti accoglie e mi ha accolto benissimo".

Hai imparato presto anche il dialetto?
"Ho imparato a parlare romano dopo una settimana che ero qui. Non sopportavo che mi prendessero in giro perché avevo l'accento ligure. A quell'età i ragazzini sono tremendi".

Hai imparato bene, un accento inconfondibile come la tua voce.
"Quando fai tv ti riconoscono per strada, adesso che giriamo con le mascherine invece passi inosservato ovunque. Appena apro bocca però è la fine. 'Mi dai un etto di prosciutto cotto?', si girano e mi chiedono 'ma lei è Pannofino?'. Devo sta zitto per non farmi riconoscere, molti mi riconoscono solo per quello. In effetti sono 40 anni, daje e daje la devi sentì per forza".

Dove andavi a scuola?
"All'Istituto Tecnico Industriale Max Planck, a via Vallombrosa".

Te lo ricordi il primo amico romano?
"Certo. Pino, il mio compagno di banco. Si è messo subito seduto vicino a me, per caso, e siamo diventati amici. Adesso fa il tassista. Ogni tanto lo becco in giro, ma capita anche che mi viene a vedere a teatro. Non ci frequentiamo tutti i giorni, ma siamo rimasti amici".

Oggi come sarebbe vivere da un'altra parte?
"Non saprei proprio dove andare. Per lavoro giro tutto il mondo, l'Italia in particolare, con le tournée teatrali le città le conosco quasi tutte. E' bello starci qualche giorno, una settimana, anche due, poi devo tornare. Adoro Milano, Torino, Bologna, Napoli, Palermo, però non saprei dove abitare se non a Roma. E poi mi sento romano a tutti gli effetti, sto qui da cinquant'anni, questa è la mia città. Naturalmente ha i suoi difetti, il caos, il pressappochismo, il fatto di andare avanti per conoscenze, c'è sempre l'amico dell'amico. Sono difetti che stanno dappertutto, chiaro, ma a Roma a volte sono un po' esagerati".

Il 16 marzo del 1978 hai assistito all'agguato di via Fani, nel quale venne rapito Aldo Moro e uccisi gli uomini della sua scorta. Cosa ricordi di quel giorno?
"Ero uscito per andare all'università. Ho studiato matematica alla Sapienza per un paio d'anni, poi non mi sono laureato. Quella mattina avevo il motorino rotto e dovevo andare con i mezzi, cosa che odiavo. Per prendere l'autobus bisogna fare tutta via Fani in salita e arrivare a via Trionfale, dove c'è la fermata. Superato l'incrocio con via Stresa, mi sono fermato all'edicola che era poco più avanti per comprare il giornale. Mentre leggevo la prima pagina sono partite le raffiche. Sono scappato dalla parte opposta e quando sono tornato ho visto la strage. Erano anni veramente terribili".

Anni in cui a Roma si respirava forte il piombo...
"Tantissimo. Si sparava spesso e volentieri, la città era militarizzata, c'erano posti di blocco dappertutto. Chi ha vissuto quegli anni se lo ricorda bene. Io venivo fermato almeno dieci volte al giorno per controllo, poi quelli che dovevano individuare non li hanno mai individuati. E' ancora avvolta nel mistero quella storia".

Qual è invece il ricordo più bello legato a questa città?
"Indubbiamente quando è nato mio figlio, alla clinica Villa Margherita, a piazza Bologna. Quello fu un giorno molto emozionante".

Quanto sei rimasto a Monte Mario?
"Fino all'82, poi ho iniziato a lavorare e ho comprato casa al Nuovo Salario. Avevo 24 anni, mi ero fidanzato, volevo fare l'uomo (ride, ndr). Ho vissuto lì parecchio, non so quante volte mi sono fatto ore di traffico per i lavori sull'Olimpica quando c'erano i Mondiali del '90. Almeno un'ora di fila in macchina, tutti i giorni, infatti poi mi sono riconvertito al motorino".

Ti sposti ancora in motorino?
"Sempre, preferisco. Non mi va di diventare matto nel traffico, ma soprattutto per trovare parcheggio".

Oggi dove abiti?
"A Balduina, mi sono trasferito qui nel 2000".

E' facile incontrarti per il quartiere?
"Non faccio molta vita di quartiere. Vado principalmente al supermercato e a prendere il caffè da Punto Bar, sotto casa. Mi trovo molto bene comunque, è un quartiere tranquillo, l'età media è abbastanza alta. Infatti ogni volta che nasce un bambino nel nostro condominio siamo contenti, almeno abbassa la media".

Quando vuoi tascorrere una giornata perfetta dove vai?
"Se c'è una bella giornata vado al mare, a Fregene, sono di casa lì. A Roma invece basta prendere il motorino e farsi un giro per il centro storico. Nei giorni del lockdown, quando per lavoro mi capitava di andare, ho riscoperto una Roma meravigliosa, con il sole, vuota. Cambia proprio aspetto la città. La qualità della vita non è solo chi frequenti e come mangi, ma anche quello che vedi".

E Roma in quanto a bellezza non ha rivali.
"Assolutamente. Purtroppo ci sono anche dei posti dove è meglio non andare, frutto di errori del passato, speculazioni edilizie, quartieri costruiti così. Ci sono state delle brutture recenti nella storia di Roma, basta pensare al Serpentone di Corviale, quella è una cosa simile alle Vele di Scampia. Erano tentativi per svuotare le borgate e mettere tutti dentro questi mostri di cemento. Tentativi terribili. Questo per dire che Roma ha anche delle contraddizioni, non è sempre tutto bello".

Ristorante preferito?
"Molti dicono che a Roma è difficile mangiare bene, ma io non sono d'accordo. Ho lavorato tanti anni al Teatro dell'Orologio, dietro Corso Vittorio Emanuele, e quando uscivamo dallo spettacolo andavamo lì davanti, alla trattoria da Luigi. Mi sono abituato ad andare lì e ora ci vado sempre. Mi sento a casa, posso pure entrare in cucina".

Ti piace la cucina romana?
"Sì, ma non quella troppo pesante. Però certamente la preferisco al sushi. Decisamente meglio una carbonara".

Il posto in città che vedi con 'gli occhi del cuore'?
"Sono molto affezionato al Don Orione, a Monte Mario, il posto dove andavo a giocare a pallone da ragazzino. Ancora adesso, quando gliela faccio, vado a fare due tiri. Ogni volta che ci passo davanti, anche solo senza entrare, mi fa scattare dei ricordi teneri di quando ero pischello. Lì con la mia squadretta del quartiere andavamo a fare gli allenamenti, le partite, facevamo anche i campionati giovanili. Giocare a pallone era la cosa che mi piaceva di più. Quegli anni, dai 15 ai 18, ho vissuto per quello".

Monte Mario, Nuovo Salario, Balduina. Se ti dico Roma sud?
"La frequentavo con la squadra, mi capitava di andarci in trasferta, e quando ho iniziato a lavorare andavo spesso a Cinecittà, più sud di così. Cinecittà l'ho anche vissuta quando giravo i Cesaroni. Con Claudio Amendola, Antonello Fassari, Max Tortora e tutti gli altri a pranzo andavamo alla Capannina, quanto si mangiava bene. Così la pausa diventava piacevole invece che mangiare i cestini della produzione".

Quando si nasce o ci si trasferisce da piccoli nella Capitale si deve fare una scelta importante. Roma o Lazio?
"Lazio, ma ci tengo a precisare che non sono anti-romanista. Mio figlio Andrea è tifosissimo della Roma. Capisco la rivalità, ma non essendo nato qui non la vivo così. La Lazio l'ho scelta perché quando andavo a scuola, tramite un mio amico, andai a fare il 'bibitaro' in Tribuna Tevere, la domenica all'Olimpico, e in quegli anni la Lazio vinse lo scudetto contro la Juve. La Lazio di Maestrelli, una squadra stupenda. Me ne innamorai".

Oggi ci torni allo stadio?
"E' tanto tempo che non ci vado. Prima ogni tanto mi chiamavano a 'Quelli che il calcio' per andare a vedere le partite, ma adesso ti dico la verità, con l'età e la pigrizia, preferisco vedermele a casa. Anche perché se la partita è un po' noiosetta, sul divano, piano piano m'addormento".

La famosa cecagna...
"Bellissima, capirai poi la domenica dopo il pranzo..."

Per citarti, la cosa fatta più "a ca*** di cane" a Roma, qual è?
"Mi posso permettere? Tiberis, quel lido fatto sul Tevere. Ma perché? Non mi è sembrata una splendida idea, poi non è che ti puoi fa il bagno nel Tevere. Oppure c'è una specie di Auditorium che ha preso fuoco, sulla Pineta Sacchetti. Anche quella un'iniziativa per coinvolgere la periferia, ma non l'hanno mai aperto, poi ha preso fuoco ed è rimasto il rudere bruciato per un sacco di anni. Adesso pare che lo stiano rimettendo a posto. Però succede, solo chi non fa non sbaglia".

A questa città le si perdona tutto?
"Alla grande, io amo Roma, anche con i suoi difetti e le sue contraddizioni".

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