Il "Pulcino della Minerva": l'elefantino più famoso di Roma

Le origini di uno dei gioielli del barocco romano, tra vicende storiche e curiosi aneddoti che hanno acceso la fantasia popolare

E' senza dubbio l'elefantino più celebre della Capitale, quello che sorregge l'obelisco dell'elegante Piazza della Minerva, alle spalle del Pantheon. La sua storia è accompagnata e animata da sfiziose curiosità, strettamente legate al suo costruttore e ad altre personalità del tempo.

La piazza in cui è ubicato il grazioso monumento deriva il proprio nome dal culto di Minerva Calcidica cui, nell'antichità, Gneo Pompeo Magno fece erigere un tempio proprio in questo stesso luogo. La statua della divinità, rimossa dal sito originario, si trova oggi in Vaticano. Il caso ha voluto che l'obelisco in granito rosa - che è uno dei tredici obelischi antichi di Roma, nonché il più piccolo tra quelli portati dall'Egitto - fosse stato dedicato alla dea Neith, equivalente egizio proprio della dea greco-romana Minerva.

Il piccolo complesso monumentale, che impreziosisce questo suggestivo angolo della Città Eterna, fu fatto erigere nel 1667 da Papa Alessandro VII. Poiché la chiesa e il convento (nel cui giardino venne rinvenuto, nel 1665, l'obelisco) che si affacciano sulla piazza appartenevano ai Domenicani, furono proprio questi ultimi a presentare un primo progetto architettonico per il basamento dell'obelisco: il monumento egizio avrebbe dovuto poggiare su sei piccoli colli - corrispondenti ai monti presenti nello stemma della famiglia Chigi, cui Alessandro VII apparteneva - con un cane collocato in ciascuno dei quattro angoli, a simboleggiare i Domenicani (in latino, infatti, Domini Canes significa appunto "i cani del Signore", ossia le sue guardie fedeli).

Il progetto, tuttavia, non ottenne l'approvazione del Pontefice, il quale respingeva l'idea di un monumento autocelebrativo e desiderava che l'opera si configurasse, piuttosto, come emblema ed esaltazione della Divina Saggezza. Pertanto, commissionò al grande scultore Gian Lorenzo Bernini la costruzione di una statua ornamentale a forma di elefante, ispirata a un disegno contenuto all'interno del romanzo allegorico Hypnerotomachia Poliphili, scritto dal frate domenicano Francesco Colonna. L'elefante avrebbe dovuto simboleggiare la forza, evocata anche dall'iscrizione presente sul basamento: “E' necessaria una mente robusta per sorreggere una solida sapienza”.

I Domenicani, invidiosi del Bernini e alquanto risentiti per la scelta del suo progetto, criticarono aspramente lo scultore per non aver inserito, sotto la pancia del pachiderma, un cubo a sostegno della struttura. Secondo loro, il peso dell'obelisco avrebbe pertanto gravato interamente sulle zampe dell'elefante, mettendo a repentaglio la stabilità dell'obelisco. Sebbene Bernini dimostrò l'assoluta solidità del monumento, egli dovette infine arrendersi all'insistenza dei Domenicani; realizzò quindi un riempimento in pietra sotto la pancia dell'animale, che cercò tuttavia di camuffare scolpendo sul dorso una sella ed una lunga ed elegante gualdrappa.

Si narra che l'artista, per ripicca, concepì l'elefantino - realizzato poi dal suo allievo Ercole Ferrata - in modo che volgesse il posteriore verso il convento domenicano, accentuandone la posa irriverente con la coda leggermente spostata e con il movimento all'indietro della proboscide, ad indicare le terga in una sorta di saluto impertinente rivolto ai frati che l'avevano osteggiato.

Come previsto e temuto da Bernini, la "soluzione" architettonica  pretesa dai Domenicani non fece altro che appesantire la silhouette del pachiderma, facendolo apparire tozzo, se non addirittura goffo. La statua divenne così vittima del pungente umorismo dei romani, che ben presto la ribattezzarono affettuosamente "Porcino della Minerva", proprio a causa dell'aspetto tarchiato che ricordava quello di un suino.

Quando la memoria di questo episodio si perse nel tempo, il simpatico nomignolo si modificò e si confuse progressivamente con l'espressione "purcino", forma dialettale romana per "pulcino", da cui "Pulcino della Minerva", nome col quale viene popolarmente chiamato tuttora.

Forse non tutti sanno che, nel 1946, un individuo provò a "vendere" l'intero complesso monumentale ad un ufficiale americano appartenente alle truppe d'occupazione. Fortunatamente, quando una mattina alcune squadre statunitensi portarono un camion in Piazza della Minerva con l'intento di smontare obelisco ed elefantino per portarli negli Stati Uniti, il portiere del palazzo di fronte - attonito e incuriosito da quanto stava accadendo - andò a chiedere spiegazioni, portando così alla luce l'assurdo imbroglio perpetrato ai danni dell'ufficiale americano e scongiurando la perdita di un bene inestimabile.

Nel novembre 2016, una delle zanne dell'elefantino è stata gravemente danneggiata da un vile atto vandalico, che ha reso indispensabile l'intervento dei tecnici della Sovrintendenza Capitolina per il restauro dell'opera (fortunatamente riuscito). L'episodio ha ovviamente suscitato grande indignazione e ha portato ancora una volta all'attenzione collettiva il tema della fragilità dei nostri beni storico-artistici, troppo spesso lasciati soli in balìa dell'inciviltà e della più totale mancanza di rispetto e di sensibilità nei confronti del patrimonio culturale e identitario del nostro Paese.

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