Mercoledì, 28 Luglio 2021
Cultura

La comicità intelligente di Edoardo Ferrario: "A Roma è più facile far ridere"

A teatro con 'Diamoci un tono' e su Netflix con 'Temi Caldi', Ferrario è l'alfiere della stand-up comedy italiana ("La forma più contemporanea di comicità"). La sua è satira sociale e generazionale, "ma non moralista, perché ridere è condivisione"

In un mondo dello spettacolo dove la comicità generalista vive ancora di polverosi cliché sul bipolarismo tra Nord e Sud, "sul siciliano scansafatiche e il milanese lavoratore", Edoardo Ferrario è l'innovazione che il pubblico merita. Classe 1987, romano, il suo 'Temi Caldi' è capofila della stand-up comedy italiana su Netflix, mentre 'Diamoci un tono' riempie i teatri in città: segno che la sua satira sociale, indagatrice di manie e tic del presente - tra l'ossessione per la vita sana ("Il prossimo passo saranno le benzine artigianali") e "quelli che si alzano in piedi appena l’aereo atterra e rimangono mezz'ora così" -, è una parodia finalmente calzante delle nuove generazioni.

Il suo modello è l'"iperrealismo di Corrado Guzzanti e Carlo Verdone", ben mixato alla "stand-up di tradizione americana di Jim Jefferies, Stewart Lee, Eddie Izzard, Joe Rogan". E l'ultimo spettacolo, 'Diamoci un tono', sold out al Teatro Brancaccio di Roma, poi in tournée a Genova e a Milano, "più che un titolo, è un consiglio spassionato per adeguarsi ad una situazione anomala", perché "in un momento storico così confuso, vale la pena chiudersi in casa in preda alle ansie? Meglio uscire, se non per trovare risposte, almeno per farsi qualche domanda". 

Lei quali domande si pone nello show?

Mi interrogo sul rapporto con l’amore, lo sport, l’alimentazione sana, il mio strano lavoro, la politica, i viaggi, la nuova musica italiana. Rispetto a 'Temi Caldi', dove ho impostato il punto di vista sugli altri, stavolta sul palco porto la mia esperienza, parlo di me. Negli ultimi due anni la mia vita è cambiata: ho ottenuto soddisfazioni professionali, mi sono sposato, e questo mi ha portato ad avere maggiore sensibilità verso alcuni aspetti della mia vita. 

Quale orizzonte si staglia oggi per un trentenne che si fa molte domande? 

Un panorama abbastanza incerto. La mia generazione è molto attenta a tematiche che sono state ignorate per tanto tempo, come quelle legate al lavoro e all'ambientalismo. Oggi, rispetto al passato, c'è più interesse per come va il mondo. E c'è la volontà di correggere gli errori commessi da chi ci ha preceduto. 

Suo è il merito aver riportato in teatro una fascia di pubblico più giovane, che fino ad oggi disertava la sala. La sua comicità è "generazionale"?

Quando ho iniziato a scrivere, a vent'anni, soffrivo perché non trovavo in tv comici che mi rappresentassero. Le battute erano sempre quelle: dalle suocere ingombranti all'uso smodato dei cellulari. Per anni la mia generazione è stata ignorata dalla tv, così ho cominciato a scrivere per i miei coetanei. Non volevo escludere gli altri, perché è bello che la comicità raggiunga più persone possibile, ma ho sempre creduto fosse più importante farmi capire da un mio coetaneo, anziché dalla nonna. La comicità generalista, con la sua pretesa di divertire nonne e nipoti, ha portato spesso ad un appiattimento. 

'Temi Caldi', su Netflix, offre un'esilarante panoramica di "personaggi-tipo" del presente, dal sessantenne su Facebook all'italiano all'estero. 

Mi diverte molto la 'observation comedy' britannica, perché ritengo di avere un ottimo spirito di osservazione. Le persone si divertono ad identificarsi in ciò che porto in scena.

Quali caratteristiche deve avere un personaggio per entrare nel suo repertorio?

L'intuizione è immediata, è come una folgorazione. Mi colpisce un dettaglio: una semplice battuta pronunciata in strada può rivelare il modo di ragionare di una persona. Farsi venire l'ispirazione è un piacere. Il lavoro consiste nel dare forma all'idea che mi ha fatto ridere, in modo che venga capita dalle migliaia di persone che vedranno lo sketch. 

Nel cassetto ha una laurea in Giurisprudenza. Tanti i riferimenti culturali nei suoi spettacoli, da Euripide a Salvador Dalì. 

E' stata una reazione. Quando ho cominciato a lavorare, in tv regnava l'immagine del comico "somaro" a scuola. Io invece sempre stato un ottimo studente. Ho iniziato ad inserire citazioni colte in maniera provocatoria, chiedendomi se gli spettatori avrebbero apprezzato. E così è stato. Il lavoro che faccio nei testi è quello di renderle comprensibili ad un pubblico più vasto possibile. 

E' soddisfatto della sua esibizione se...?

Spero che pubblico esca dalla sala divertito, ma soprattutto che abbia riso di fronte a battute che non aveva mai sentito prima. Originalità ed efficacia sono i due requisiti fondamentali. Poi subentrano altri aspetti: aiutare le persone a riflettere per mitigare una brutta esperienza vissuta, spronare a pensare che una difficoltà può essere superata. Ciò che non amo è la satira politica.

Perché non ama la satira politica?

Non mi piace l'idea che la comicità debba insegnare. Avere la pretesa di far cambiare idea al pubblico significa porsi in una posizione di superiorità. Trovo ingenuo pensare che un discorso politico possa spostare le preferenze di chi vota. Io preferisco alludere, anziché imporre. La mia mission è "condividere".

Dalla stand-up comedy nei locali di San Lorenzo a Netflix. In mezzo Internet, simbolo odierno della meritocrazia. Quali dosi di preparazione e fortuna ci sono nel suo percorso?

Molto lavoro, un po' di fortuna. L'incontro con Sabina Guzzanti è stato fondamentale: ha creduto in me quando ero ancora uno studente di 25 anni. Mi ha notato durante un'esibizione in un locale e, da un giorno all'altro, mi ha chiesto di replicare i testi in prima serata su La7 (nella trasmissione 'Un, due, tre, stella!', ndr). E' stata coraggiosa. La webserie 'Esami', poi, mi ha portato tanto pubblico (milioni di visualizzazioni su YouTube, ndr), che però non era scontato che mi avrebbe seguito in teatro: non è detto che chi ti scopre in rete poi sia disposto a pagare per vederti. In seguito sono arrivati MTV, 'Quelli che Il Calcio'. Oggi anche RadioDue, dove conduco 'Black Out'.

La stand-up è sempre più diffusa in teatro, ma non è ancora arrivata alla tv generalista...

E' la forma più contemporanea di comicità. Anche perché il mondo è cambiato. Prima il pubblico vedeva i comici in tv e andava a cercarli in piazza, oggi invece li scopre su Internet e va a teatro. Internet ha ampliato l'offerta: lo spettatore può scegliere con più consapevolezza e questo ha portato ad un approfondimento dei testi. 

Qual è la differenza col cabaret?

Nella stand-up c'è più intimità. Non sono un detrattore del cabaret, ma quello fatto in tv per tanti anni ha voluto accontentare tutti: anziani e giovani, milanesi e napoletani, e questo ha comportato superficialità. Va detto però che tante diatribe portate avanti dai comici sono sterili. Le persone rideranno sempre, le persone non sanno bene di che cosa ridono. 

edoardo ferrario intervista 2-2-2

Lei come ha scoperto di saper far ridere?

A scuola ero quello che imitava i professori. Sono cresciuto con Serena Dandini e la Gialappa's. Quella comicità mi ha segnato: vedevo che tutti si divertivano ed ho capito quanto è bello far ridere le persone. Ho cominciato a scrivere per emulazione, poi ho frequentato una scuola di scrittura. Le prime esibizioni nei locali a Roma mi hanno fatto capire che potevo divertire anche un pubblico sconosciuto. Da lì è subentrata la passione.

È nato e cresciuto a Roma. È stato un vantaggio oppure è un cliché che i romani abbiano la comicità nel sangue?

Temo che non lo sia. Credo che la romanità sia già di per sé una forma di comicità. Basta pensare alle sfide quotidiane che il romano è tenuto a combattere per non soccombere ad una città come Roma, che può tranquillamente risucchiarti, se non trovi il modo di reagire. Il modo di fare dei romani, il saper trovare ogni volta una scorciatoia, l'indolenza di dover fare sempre in qualche modo "buon viso a cattivo gioco" è già di per sé un modo di pensare comico. Me lo hanno confermato anche alcuni colleghi milanesi.

Cioè?

'A Milano si sta troppo bene ed è difficile far ridere', mi hanno detto. Ed è vero. Se vivi in un ambiente in cui va tutto bene, che cosa racconti? A Roma è molto piu facile. Come dico in apertura del mio spettacolo, "Roma è stata insignita nuova capitale del terzo mondo". E' una cosa in cui credo fortemente (ride, ndr). 

Recita anche in inglese. 

La comicità è internazionale, quindi se sai parlare inglese è un peccato non provare. Mi sono esibito sia per un pubblico inglese che per italiani all'estero. Prossimamente sarà a Londra e a Parigi. 

Dopo il Teatro Brancaccio (lunedì 6 maggio), chiuderà la tournée con il Teatro Della Tosse di Genova e il Teatro Parenti di Milano. Prossimi progetti?

Sto già scrivendo il nuovo spettacolo dal vivo, che porterò in giro il prossimo anno, ed un progetto per una serie. 

Preferisce il teatro o la tv?

Il contatto col pubblico dà più adrenalina, perché il riscontro è immediato: capisci da subito cosa fa ridere, senza dover aspettare i numeri delle visualizzazioni. La risata dal vivo è un'enorme forma di gratificazione. 

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