Pincio, la storia dei 228 busti che raccontano l'Italia

Passeggiata culturale alla scoperta dei busti che adornano i viali del Pincio

Come molti sanno, le romantiche passeggiate per i giardini del Pincio sono accompagnate dagli sguardi, impressi nel marmo, dei grandi uomini che hanno fatto la storia d’Italia.

Forse, però, in pochi conoscono le origini di questi caratteristici busti.

Correva l’anno 1849. A seguito dei moti risorgimentali che nel 1848 avevano investito l’Europa intera, l’allora Papa Pio IX - contrario a scendere a patti con i rivoluzionari - lasciava Roma per rifugiarsi a Gaeta, sotto la protezione del Regno delle Due Sicilie. Sorgeva così la Seconda Repubblica Romana, governata dal Triumvirato di Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi.

Per far fronte alla dilagante crisi economica dell’epoca, il Triumvirato decise di stanziare un fondo per garantire un sostegno ai tanti artisti rimasti senza lavoro; tale fondo avrebbe finanziato la realizzazione di una serie di busti che effigiassero le personalità più illustri della storia d’Italia, trasmettendo in questo modo i più alti valori patriottici attraverso esempi estremamente rappresentativi.

Nel suo libro, dedicato proprio ai ritratti situati sul colle romano, l’architetto Stefano Gasbarri scrive che lo stesso Mazzini sarebbe stato «sollecitato dagli scalpellini trasteverini disoccupati».

Vennero quindi scolpiti 52 busti. Tuttavia, con l’assedio francese delle truppe di Luigi Napoleone e la conseguente caduta della Repubblica Romana, queste opere finirono all’interno di magazzini.

Fu solo nel 1851 che Pio IX, rientrato a Roma l’anno prima, istituì una commissione deputata alla sistemazione dei busti, affinché questi andassero ad abbellire la Passeggiata del Pincio. Solo alcuni, tuttavia, furono effettivamente collocati. Molti altri, invece, vennero scartati in quanto raffiguranti personalità ritenute troppo “scomode” dall’autorità ecclesiastica, e in seguito ne fu disposto un radicale intervento di modifica dei lineamenti del volto.

Tra gli illustri censurati, anche i busti di Girolamo Savonarola, Giacomo Leopardi, Niccolò Machiavelli e Vittorio Alfieri, trasformati rispettivamente in Guido d’Arezzo, Zeusi (pittore greco del V secolo a.C.), Archimede e Vincenzo Monti.

Con la caduta dello Stato Pontificio il 20 settembre 1870, i busti vittime delle epurazioni tornarono finalmente a vivere in nuove sculture, e questo “pantheon” all’aria aperta si arricchì progressivamente di nuovi protagonisti della storia del nostro Paese.

Attualmente, si contano 228 ritratti celebri. Dante Alighieri, Michelangelo Buonarroti, Alessandro Manzoni, Leonardo da Vinci e Giacomo Puccini sono solo alcuni dei grandi Italiani che si possono ammirare passeggiando  per i suggestivi viali alberati del colle capitolino.

Soltanto 3 le donne effigiate: Santa Caterina da Siena, la nobildonna e poetessa Vittoria Colonna e la scrittrice Grazia Deledda, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1926.

Nonostante incarnino la grandezza dell’Italia, queste opere d’arte sono sempre più spesso bersaglio di ignobili atti vandalici. I loro volti, barbaramente sfregiati, vengono sottoposti a continui interventi di restauro che, nei casi peggiori, si trovano dover fare i conti anche con vere e proprie decapitazioni. Un triste scenario di ordinaria inciviltà che fa molto riflettere sulla questione, sempre estremamente attuale, della salvaguardia del nostro patrimonio.  

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