Cultura

"Bonanotte ar secchio", perché si dice così nel dialetto romano

Alla scoperta del dialetto romanesco e dei modi di dire più diffusi

Ci sono modi di dire tipici del dialetto romanesco, dalla lontana origine, che ancora fanno parte del parlato comune, che capita di utilizzare quotidianamente. Tra questi ce n'è uno che fa tanta simpatia, ai bambini e non solo, parliamo di "Bonanotte ar secchio".

"Fa er provola", perché si dice così?

Bonanotte ar secchio, l'origine del detto romano

Solitamente anticipato da quel "se vabbè"...che completa il detto in "Se vabbè...bonanotte ar secchio", questa espressione viene utilizzata quando un'impresa è persa in partenza. Quando non c'è proprio niente da fare, bisogna arrendersi. Se vogliamo questo detto ha qualche similitudine con "nun c'è trippa pe gatti" (di cui vi avevamo già parlato qui).

Ma come nasce questo modo di dire romano ancora oggi tanto diffuso? Non ci sono certezze sulle origini di "Bonanotte ar secchio", ma si pensa che questa espressione sia legata alle abitudini che i contadini avevano anni fa. Quando si recavano al pozzo e calavano il secchio per riempirlo, poteva accadere che, nel ritirarlo su, per il peso dell'acqua, la corda finisse per spezzarsi e allora sì che era il caso di dire "Bonanotte ar secchio".

Quando questo incidente malauguratamente accadeva, infatti, il secchio finiva sul fondo buio del pozzo e recuperarlo era impossibile. Addio secchio, addio acqua, impresa fallita. 

Secondo altre voci, si crede che il secchio di cui parla il detto, fosse in realtà il vaso da notte. Quando i bagni in casa non esistevano, infatti, si teneva un secchio, un recipiente accanto al letto, dove fare i bisogni se ci si svegliava nelle ore notturne. Un'operazione non proprio gradevole. Per questo si pensa che si usasse dare la buonanotte al secchio nella speranza di rivederlo soltanto la mattina successiva. 

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