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Ascanio Celestini: "Oggi alle periferie manca la capacità di incontrarsi e ascoltarsi"

Intervista all'artista romano, a poche ore dal suo intervento a Be Pop, rassegna che intende promuovere e sostenere la conoscenza e la valorizzazione dei diritti umani

"Vengo anche io dalla periferia: quartiere Morena del VII municipio di Roma. In questo quartiere ho imparato a conoscere la periferia , perché ci sono cresciuto, quindi conosco ogni cosa, tutte le dinamiche sociali e culturali viste dal punto di vista di aggregazione e non discriminazione”. Ha voluto subito sottolinearlo Ascanio Celestini, per essere  chiaro, che per conoscere bene i diversi aspetti e le diverse dinamiche sociali di un territorio devi conoscere l’interno. Abbiamo intervistato l'artista romano a poche ore del suo intervento al Be-pop, rassegna che intende promuovere e sostenere la conoscenza e la valorizzazione dei diritti umani. La periferia al centro dei suoi pensieri e del suo intervento

Celestini, cosa pensa manchi oggi nelle periferie?

“Quello che oggi manca al mio avviso è l’attenzione. Per attenzione intendo non la capacità di intervenire nell’immediato, ma la capacità di proiettarsi verso il futuro dove è lì che deve avvenire il cambiamento. Trovare una soluzione immediata al problema è un modo per non risolverlo completamente, in quanto si corre il rischio di escludere un’analisi sulle diverse problematiche utile a far riflettere sull’ intero panorama riguardante le difficoltà che il territorio vive”.

Quali sono i fattori  che dovrebbero determinare una giusta capacità di analisi nei confronti di ciò che sta avvenendo nei quartieri?

"Io credo che il problema maggiore oggi sia il fatto che la trasmissione di idee e d’informazioni non avviene dall’incontro tra la persone. Fino agli anni ’70, decennio che tra l’altro è stato molto importante per il raggiungimento di  diversi diritti o approvazioni di legge come la legge 300 o Lo Statuto dei Lavoratori, si è sempre riconosciuta l’ importanza dell’incontro. Erano anni in cui vi era una comunicazione diretta con le persone, cosa che oggi non avviene perché  sia la televisione che la rete creano una dis-funzione del messaggio e di conseguenza dell’informazione. Per questo l’informazione che riceviamo è frutto di un fraintendimento, che fa sì che si crei una alterata consapevolezza degli eventi.  Ad esempio se in televisione si trasmette il contenuto di una notizia che annuncia l’occupazione del teatro Quarticciolo da parte dei migranti, si crea subito un clima di ansia, incapace di poter creare un pensiero critico che dovrebbe farci pensare sui diversi punti di vista del fatto. Come ad esempio farci considerare le caratteristiche del teatro, in modo da poter credere che un’occupazione del genere difficilmente potrà avvenite in questo territorio. Spesso la mancanza di analisi che la rete o la televisione crea è la risultante dell’incapacità di creare un dubbio, visto come la possibilità d’interrogarsi e quindi come un’opportunità di conoscere. Questo è solo un esempio di ciò che oggi avviene nelle periferie ed è la conseguenza di una mancata chiarezza nei confronti di come le così dette minoranze s’instaurano nel territorio".

A proposito di minoranze, perché si fa molta fatica ad aprirsi ad esse?

“Ma credo che la difficoltà principale stia sempre nella capacità d’incontrarsi e capirsi con le persone. E’ importante andare a conoscere  con l’incontro quello che avviene nelle periferie o quali sono le dinamiche sociali e culturali, è importante perché riusciamo a capire come in quelle che possano sembrare delle differenze in realtà ci sono degli spunti di conoscenza e facendo interagire i diversi aspetti culturali sullo stesso piano della comprensione si crea la possibilità di poter ascoltare e comprendere quello che davvero accade, senza che la rete o la televisione ne facciano da filtro per creare quella che potrebbe essere definita l’idea del complotto. Un’idea che o crea paura o per chi è e totalmente disinformato può creare addirittura  una mitizzazione dell’evento. Sotto questo punto di vista si corre il rischio di  credere a false verità, che potrebbero cancellare ogni sforzo che hanno portato al raggiungimento di valori importanti per la nostra civiltà. Mi riferisco in particolar modo al sistema d’informazione di rete per esempio, dove la notizia che la terra sia piatta può creare uno sconvolgimento dovuto ad una mancanza di criticità positiva del pensiero, che a sua volta porta a non giuste consapevolezze. Questo avviene anche in termini politici, dove la tendenza a non porsi domande su avvenimenti del presente o addirittura concepire il passato come una parentesi ormai tramontata, come i Cinque Stelle fanno, non fa altro che offuscare una consapevolezza culturale che oggi più che mai ci riguarda e inoltre ci proietta verso una mancanza d’identità pericolosa perché sostiene quel sentimento di rabbia che oggi è molto vivo ma che non ha bisogno di essere incrementato, semmai ascoltato tramite gli incontri tra ognuno di noi”.

Un ultima domanda inerente al tuo ultimo lavoro editoriale, Barzellette. Quanto è presente il tema dell’incontro all’interno di questo testo?

“La barzelletta è sicuramente la forma di racconto più immediata dove l’ascolto è alla base del suo significato, tanto è vero che il concetto di comprensione deve essere subito innescato affinché la valenza del suo significato avvenga. In questo ci vedo una grande capacità d’incontro, dove sia l’interlocutore che l’ascoltatore sono sul medesimo piano”.    

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