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L'INTERVISTA – Da Gitanistan un messaggio per Roma: “Ai rom sia data una possibilità”

Romatoday intervista il protagonista del film documentario Gitanistan, in proiezione domenica 20 dicembre al teatro Vascello. "Una bellissima storia di integrazione", dalla quale anche Roma "ha tanto da imparare"

Storie sconosciute di convivenza fra culture, difficili da immaginare nella Capitale dei campi che isola e ghettizza. Rom salentini, un tempo allevatori di cavalli, oggi macellai e commercianti di carne equina, rom totalmente integrati da secoli con le comunità locali, tanto che nessuno è a conoscenza della loro esistenza. E' in Puglia che nasce “la più bella storia di integrazione”, tema del film documentario Gitanistan, in programmazione domenica 20 dicembre al teatro Vascello. Una storia autobiografica con il chiaro intento di demolire falsi stereotipi e pregiudizi, insegnando, tramite un'attenta e puntuale ricerca storica, la sintesi positiva di un incontro. Il protagonista e regista, con Pierluigi De Donno, del racconto, Claudio “Cavallo” Giagnotti, figlio di padre italiano e di madre rom, lancia un messaggio-appello a Romatoday. Destinatari, Roma e i romani: “Chiudere i campi, e riscrivere l'immaginario collettivo del popolo rom”.

Partirei dal titolo, Gitanistan. Ci spieghi il significato? 

È una parola inventata, eravamo a chiaccherare con amici parlando del progetto e a un certo punto uno di noi si è fermato dicendo “ho il titolo: Gitanistan”. Ma la cosa più importante è il sottotitolo: “Lo stato immaginario delle famiglie rom salentine”, perché non è soltanto un riferimento territoriale, richiama tutti gli stati affrontati dalla comunità. Quello politico – culturale, quello fisico, quello sociale, quello del confronto. 

Una storia autobiografica di integrazione e convivenza tra culture, tu più di chiunque altro puoi testimoniare che è possibile...

Sì, sono testimone di una delle più belle storie di integrazione che è quella del Salento. Nel dopoguerra, quando entrambe le comunità dovevano rinascere dalle macerie, gli allevatori di cavalli erano rom, li commerciavano e se ne prendevano cura, immagina quanto era importante interloquire con i contadini salentini, da entrambe le parti il dialogo era fondamentale. 

A quale delle due culture ti senti più vicino?

Non so risponderti a questa domanda, io mi sento rom-salentino, amo il territorio del Salento, lo difendo, anche con la mia musica. Non esistono più i rom contrapposti ai salentini o viceversa, piuttosto in vari aspetti culturali ritroviamo nuovi risultati derivanti dalla fusione. Penso alla cucina ad esempio, che è uno degli aspetti che abbiamo analizzato, è molto speziata pur raccogliendo elementi proprio della tradizione pugliese, è un misto, un prodotto nuovo. La stessa cosa vale per la musica, quella locale, del territorio è stata reinterpretata dai rom e ha oggi dei tratti specifici, come altre musiche del sud d'Italia, quelle rom-calabrese, e rom-campana. 

Roma rappresenta esattamente il modello opposto. Secondo te come si può invertire la tendenza? 

Abbiamo accolto molto volentieri l'invito della 21 Luglio proprio per questo, perché Roma ha bisogno di esempi come il nostro, ha bisogno di riflessioni positive di questo tipo. Detto questo, siamo d'accordo sulla necessità impellente di chiudere i campi, di eliminare i recinti che isolano. 

Cosa può imparare questa città dal film?

Tantissime cose, ma forse una su tutte: decostruire l'immaginario attuale che ruota intorno alla popolazione rom, conoscendo tutto, anche gli aspetti iper positivi. E poi dando una possibilità a queste persone, perché le storie di integrazione partono dalle possibilità. Allora penso a esperienze in cui i rom siano gli attori, che so penso a gruppi musicale nei campi, o alla cucina ad esempio. A Roma non esiste un ristorante di cucina rom, eppure darebbe informazioni positive sulla comunità, è una delle tante cose che non solo alimentarebbe una coscienza diversa, ma darebbe anche opportunità commerciali. Pensa che Marsiglia, in Francia, ha fatto delle guide turistiche con traduzioni in lingua romanì. Parlo di cose semplici come queste, ma dal potere di riscrivere l'immaginario collettivo. 
 

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