"Sacro GRA": un viaggio tra i misteri del Raccordo in gara a Venezia 2013

Il documentarista Gianfranco Rosi racconta i mondi invisibili che si nascondono dietro il muro del traffico e del frastuono dell'autostrada della Capitale

Una scena del documentario

Perdersi sul Grande Raccordo Anulare è un incubo per molti, romani e non. C'è chi invece lo ha fatto apposta, dopo aver lasciato la macchina da parte ed esplorato a piedi i 70 chilometri dell'autostrada che circonda la Capitale.

Da questa idea è nato un progetto curato dal paesaggista e urbanista Nicolò Bassetti, che ha poi coinvolto il regista Gianfranco Rosi e ha portato a "Sacro GRA", un documentario sulla vita ai bordi dell'A90 in concorso alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia e al cinema dal 26 settembre. Dopo aver girato mezzo mondo e aver raccontato realtà lontane ed esotiche come quella dei barcaioli sul Gange in "Boatman", una comunità di homeless americani in "Below Sea Level" e un ex killer in fuga dal narcotraffico messicano in "El Sicario, room 164", il documentarista Rosi si è visto consegnare da Bassetti il risultato delle sue esplorazioni lungo il GRA, che non è più il semplice elenco di svincoli parodiato alla maniera di Antonello Venditi da Corrado Guzzanti, che lo immaginava seduto al pianoforte con TuttoCittà aperto sul leggio per sgranare meglio il rosario delle uscite dalla 1 alla 33, bensì uno spazio urbano da esplorare e scoprire insieme alle persone che lo vivono ogni giorno. 

IL TRAILER

Così Rosi si è messo a guidare in tondo lungo il Raccordo, aggiungendo il suo minivan ai circa 160mila veicoli che ogni giorno lo percorrono, girando e perdendosi per tre anni alla scoperta di quello che c'è dietro il muro impenetrabile del traffico e del continuo frastuono: un mondo invisibile e magico dal cui fondo emergono personaggi e incontri straordinari, uno spaccato di umanità varia che chi vi passa accanto sfreggiando il più delle volte può solo intuire.

IL PROFESSORE: CLIP SU UNO DEI PERSONAGGI DEL FILM

Come il nobile torinese e sua figlia universitaria che vivono in un monolocale ai bordi del Raccordo, l'esperto di palme che passa il suo tempo a cercare ossessivamente di liberare le sue piante dal malefico punteruolo rosso, il principe che la mattina fa ginnastica dal tetto del suo castello alla periferia nord-est della Capitale, un attore di fotoromanzi, nel solco della Roma cinematografara, che rincorre i sogni di una carriera e di un grande amore, l'anguillaro che ha costruito un villaggio galleggiante sotto il piloni dei cavalcavia di Roma sud.

Un mondo inesplorato in cui Gianfranco Rosi ha trovato una guida ne "Le città invisibili" di Italo Calvino, un libro che lo ha accompagnato in tutti quei mesi passati a girovagare intorno al GRA. "Il vero tema del libro è il viaggio, l’unico modo in cui il viaggio oggi sia ancora possibile: vale a dire all’interno della relazione che unisce un luogo ai suoi abitanti, nei desideri e nella confusione che ci provoca una vita in città e che noi finiamo per fare nostra, subendola - spiega Gianfranco Rosi - Il libro di Calvino ha il coraggio di percorrere strade opposte, si lascia trascinare da una serie di stati mentali che si succedono, si accavallano. Ha una struttura complessa, sofisticata, e ogni lettore la può smontare e rimontare a seconda dei suoi stati d’animo, delle circostanze della sua vita, come è successo a me. Questa guida letteraria ed esistenziale mi è stata di conforto e di stimolo nei tanti mesi di lavorazione del film, quando il vero GRA sembrava sfuggirmi, più invisibile che mai". 

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